Gli schiaffi di Napoli

Lo so, la mia città è piena di buchi. Non le voragini sull’asfalto. Anche quelle. Ma no, dico buchi. Napoli ne è piena. Ha buchi nei palazzi graffiati dall’incuria. Ha buchi nel centro storico decadente. Ha buchi nelle periferie selvatiche. Ha buchi nelle budella putrescenti di alcuni quartieri popolari dove la legge è quella costruita giorno per giorno tra sopraffazione e veniamoci incontro. Ha buchi nella sceneggiatura rancida che ci vuole tutti allegri, simpatici, canterini, mangioni, abili gesticolatori, simpaticissimi pezzi di merda.

Lo so, la mia città se ne cade a pezzi. Cadono i palazzi scuri, cadono i monumenti storici, cadono i marciapiedi, cadono le saittelle, cadono gli alberi, e a volte pure i pali della luce.

Lo so, nella mia città tutto funziona un po’ e quasi niente funziona del tutto. I pullman passano o non passano, come esce il sole o si nasconde in una giornata variabile. Gli uffici pubblici sommano al burocretinismo italiano, il burofatalismo del mediterraneo, e certe volte uscirne vivi è già qualcosa.

Lo so. La strada pubblica è sempre un po’ privata, e non c’è proprietà privata che non sia anche un poco di tutti. La spazzatura, poi. E un poco di delinquenza. La disoccupazione. La contraffazione. Il contrabbando. La maleducazione. I rumori, l’arroganza, la carta sporca.

Lo so.

Ma ci sono giorni, in certi suoi angoli distratti, che questa città ti prende a schiaffi in faccia, come un medico spiccio con una paziente svenevole. Oggi, per esempio, che c’era un sole ragazzino, e l’aria di festa, sono sceso alla Gaiola.

Dal Parco Virgiliano, sulla testa di Posillipo, ho attraversato a piedi un sentiero di 6-700 metri, su una discesa di pietra e arbusti, e sono spuntato, come in un film di avventura, direttamente su una decina di molliche di roccia levigata dal vento, appoggiate su un mare freddo e brillante, come una specie di collier su un collo bianco. Mi sono steso al sole. Napoli stava tutta sulla mia testa e l’ho sentita, da là, come la mia corona del re.

Perchè è tutto quello che è ma questa città, come le femmine che sanno amare, ti fa sovrano all’improvviso e ti dice tiè, strunzo, io sto qua.

Sei tu che non mi sai guardare.

La grande permalosa

Se fossimo così solerti nel prenderci cura di Napoli come lo siamo nell’offenderci su Napoli, vivremmo sì nella città più bella del mondo. Invece balliamo i nostri giorni sulla ferita aperta, e lo sfregio siamo noi, i parassiti della bellezza, i deturpatori.
I grandi permalosi.

Tempo fa il ballerino Roberto Bolle, passando accanto al teatro San Carlo, vedendo una sequenza di senzatetto accamparsi sotto le volte di quei cento metri meravigliosi che corrono tra piazza del Plebiscito e il Maschio Angioino, lungo la camminatura della Galleria Umberto da un lato, e dei giardini di Palazzo reale dall’altro, cinquettò su twitter, tra lo sconfortato e l’istintivo, una cosa tipo “che schifo”.

Fu preso d’assalto.

Dovette precisare che non gli facevano schifo i barboni ma il degrado nel quale erano ridotti; che il suo disappunto non era quella povertà in cerca di riparo ma che la città non trovasse altro rimedio che lasciarli selvaggi alla ricerca di un angolo improvvisato nel suo cuore antico e stanco.

Apriti cielo.

La pezza peggiore del buco. Allora ce l’hai con Napoli? Allora ti fa schifo Napoli? Perchè a Milano i barboni non ci stanno? Stanno ovunque, i barboni. Non ti presentare più a Napoli, fai così. Vattene nel mondo, va’. Il povero Bolle dovette precisare la precisazione e dire che no, Napoli, non gli faceva schifo. Affatto, è la città più bella del mondo. Ce l’aveva coi politici. Ahhhhhh, adesso sì. Coi politici sì, te la puoi pigliare. Tutto sistemato. Pace fatta. Bolle vuole bene a Napoli. E Napoli vuole bene a chi vuole bene a Napoli.
Tu vuoi bene a Napoli?

Allo stadio San Paolo, qualche giorno fa, un telecronista vedendo che, con il temporale, i locali si allagavano disse “adesso arrivano pure i topi”. Dio mio! I topi a Napoli? Ma tu ci vuoi offendere? Tu stai dicendo che Napoli è una città di topi? Guarda che i topi ci stanno pure a Milano, pure a Torino. Per non parlare delle zoccole. Il povero telecronista dovette precisare che si riferiva al livello dell’acqua, al fatto che potevano uscire pantegane dalle fogne. Ma non voleva offendere Napoli.

Troppo tardi, Napoli si è già offesa.

L’altro giorno un esperto triestino (dottorato di ricerca in Scienza, tecnologia ed economia nell’industria del caffè presso l’Università di Trieste) anticipando il contenuto di una puntata di Report, ha reso noto una sua indagine sul caffè a Napoli. Della serie, andiamo a vedere se è proprio vero quello che si dice. Si è fatto servire il caffè nella città della tazzulella e gli ha dato i voti. Quello del Gambrinus ha preso tre e mezzo: “E’ molto amaro, poco dolce. Non è acido, è astringente. Sento noce, paglia, sentori leggeri di terra.” Questa la valutazione. Poi è andato in un altro posto. “Caffè rancido, legnoso e terroso”. Voto, due.

Santo cielo.

Ma come si permette questo triestino di venirci a dire che ‘o cafè ‘e Napule non è buono? Tu che sei abituato a bere acquette calde, vieni nella città del sole a dire che il caffè è una ciofeca? Ci volessi dare lezioni pure sulla pizza, che dici? Sto mezzo italiano. E’ pure biondo.

“Io degusto tecnicamente e valuto quello che sento in bocca”, ha provato a difendersi l’esperto. Macchè. Non ti devi permettere, hai capito? Eduardo, il cuppetiello, la macchinetta napoletana, il bar mexico, il caffè sospeso, la magia dell’acqua, la miscela Passalacqua, ah che bello cafè, e adesso vieni tu da Trieste e ci vuoi dare lezioni? La Confcommercio di Napoli annuncia che si costituirà parte civile se qualche bar dovesse fare causa, i bar a loro volta annunciano che “non si servono caffè ai triestini”; sollevazione popolare, aria da crociata. Il solito nord contro la povera Napoli. E se qualche napoletano cerca di stemperare i toni, magari dicendo che il caffè del Gambrinus effettivamente sa di bruciato, è la fine del mondo.

Traditore! Vattene da Napoli!

Intanto, il povero esperto triestino ci riprova: “è la mia opinione, nessun attacco alla città”. Sul suo blog dice pure che andando via da Napoli ha mangiato la sfogliatella più buona mai assaggiata in vita sua e che la vista del Vesuvio col mare è magnifica. Uomo ingenuo. Napoli si è già offesa. E’ inutile che corri ai ripari.
Tu non vuoi bene a Napoli, triestino. Vattene, va’. E non tornare più.

Ora, io non ho elementi per dire se l’esperto di caffè abbia ragione o no, e in ogni caso non mi sembra una questione epocale. Chi se ne frega, direi. E direbbero in qualunque città del mondo. Oltretutto, bevo poco caffè e – orrore – mi piace quello americano. Lunghissimo e fumante, la ciofeca, perchè mi fa compagnia. Adoro starbucks, figuriamoci. Quel silenzio, quella comodità, quello stile. Quella maniera di stare in pace a leggere un libro in un salotto silenzioso senza nessuno che ti dica “desidera altro?”, o qualcuno che ti porti il conto senza che glielo abbia chiesto. Non capisco niente, insomma, di bar all’italiana, di espressi al banco, eccetera.

Quello che invece ho capito da tempo, e che si manifesta in tutta la sua ottusità anche con la disfida del caffè, è che a Napoli viviamo in uno stato di profonda e radicata immaturità, che si coniuga sempre nelle persone con la suprema suscettibilità.

Gridare al tradimento, o al complotto, ogni volta che si fa una critica, o si solleva un problema, o si indica una questione, o si emette un lamento, sia esso aspro o ironico, diretto o indiretto, minimo o massimo, che riguardi il degrado delle strade o la qualità di un alimento, il traffico o la spazzatura, la delinquenza o le truffe, l’acqua o il caffè, è il segno che siamo una città bambina, con la faccia, però, di una vecchia permalosa.

Una città che fugge dallo specchio perchè non vuole sapere la verità. E guai a dirgliela. Se lo fai, tradisci. Perchè non vuoi bene a Napoli.

Vattene, va’.

Con la testa nel cassonetto

C’è stato un momento in cui ho pensato di fotografarli e pubblicarli in sequenza, giorno per giorno, in una cartella unica sul web, in modo da costruire un numeratore, tipo quelli del telethon o del debito pubblico. Una carrellata di corpi mozzi. Poi mi sono detto no. Un pensiero laterale mi ha bloccato. Forse è mala coscienza perchè io, per loro, non ho mai fatto niente.

Parlo della gente che ogni giorno vedo con la testa nel cassonetto della monnezza. Ne conto quattro o cinque ogni mattina, perchè lo fanno di giorno, quando i bidoni non sono stracolmi e cercare dentro è più semplice. E poi perchè lì non vogliono maglie usate, pezzi di ferro, radio dismesse da cui ricavare un circuito da vendere, rame, oggetti da rigattiere. Cercano cibo.

Ho visto ieri a Roma una signora anziana recuperare quattro mele e mettersele in un carrellino, come quelli della spesa. Cercano gli avanzi, soprattutto dei negozi. Le pasticcerie, le salumerie, le rosticcerie, i fruttivendoli buttano le cose irrecuperabili spesso la mattina, quando aprono, e devono fare spazio alla nuova merce. Ripuliscono frigoriferi e scaffali, a volte senza cura per l’obbligo di buttare la monnezza la sera. Se la possono mai tenere tutto il giorno nel locale? Non hanno spazio. Così la vanno a chiudere abusivamente nei cassonetti. Ortaggi, pane, polli arrosto, teglie di pasta e di pizza. Immancabile, arriva qualcuno che lo sa e  si cala.

Io, in genere, li vedo chini dal bacino alle gambe, me ne accorgo tardi e ho sempre paura che ci finiscano dentro.

Quanti anziani, e vedo mia nonna, mio nonno, vedo me stesso. Gli vorrei dire attento al femore, cazzo. Alla tua età è fragile, si spezza come niente. Fai attenzione, vorrei urlargli. Ma sarebbe ridicolo.

Le statistiche dicono che la povertà è in crescita. Circa cinque milioni di persone, pare. Non lo so, ogni giorno un numero diverso, forse sono di più, o di meno. Ma sono tanti. Io li vedo, e c’è stato un momento in cui volevo costruirci una galleria fotografica.

Vedo il vecchio nel cassonetto, vedo il vecchio che chiede l’elemosina con eleganza e buona educazione, vedo il vecchio che infila il dito nella fessura dei soldi spicci delle macchinette automatiche, o che raccoglie cicche. Li guardo e penso che potremmo finirci tutti.

Questa – diciamoci la verità – è la vera angoscia. Non la sua condizione ma la nostra.

La povertà è sempre esistita. Chi chiedeva la carità, chi mangiava alle mense, chi non aveva da vivere. C’è sempre stato anche chi provava ad aiutarli e chi tirava dritto. Cos’è cambiato, allora? Il numero. Ma non solo. La tipologia, soprattutto. Sono morte un paio di idee che ci davano sicurezza: hai un lavoro, te la cavi; hai voglia di lavorare, te la caverai sempre.

Questa certezza non c’è più. Non è la povertà che stringe lo stomaco; è il respiro mozzo sul futuro di ciascuno di noi. Non riusciamo più a tirare nei polmoni tutta l’aria che c’è nella vita.

Quando quei corpi si issano, come cani randagi, con una mela, un pezzo di pane raffermo, un cavolfiore moscio, e ti mostrano il volto, non ci leggi i segni del vagabondaggio. Hanno la faccia sbarbata, la maglia pulita, le unghie curate. Hanno volti lavati col sapone, e hanno dormito nel loro letto.

Sono fuori dalle categorie classiche della povertà, che in fondo ci rassicurano. E’ un tossico, è un alcolista, è un malato mentale. Che belle e utili definizioni. Ci sono servite per contenere la paura, per dirci che ognuno della propria vita fa quello che vuole, e se sei ridotto a scavare nella monnezza è un po’ anche colpa tua.

Ora non è più così.

Il volto lavato di sapone della vecchia che si tira su dal cassonetto ti dice che oggi tocca a lei, e domani potrebbe toccare a tua mamma. Questa cosa è insopportabile.

Ogni mattina, quando vedo queste persone, rimango a fissarle attonito e angosciato. Non so cosa fare. Potrei aiutarle. Ma non faccio niente. Mi sembra che niente io possa fare. Le guardo.

L’ultima volta che ne ho visto uno ho stretto in tasca sei euro in monete. Li ho contati con le dita, toccandole, senza vederle. Ma non per darglieli. Per sentire se ce li avevo ancora, e poi dirmi cazzo, meno male.

Perchè sotto tutto il buonismo, come la crosta, c’è l’egoismo. Non tocca ancora a me, meno male. Poi ho chiamato mia mamma. Tutto a posto? Tutto a posto. Anche papà sta bene. Ma fino a quando?

E io, fino a quando?

Spero solo che se dovessi finire, un giorno, a corpo mozzo in un cassonetto per cercare cibo, a nessuno salti in mente di fotografarmi.

E’ questo il mio pensiero laterale, la mia vergogna.

E che, magari, invece di restare lì immobile come un coglione a guardarmi, o a pensare meno male che non tocca a me, mi venga a dare una mano, che piegarsi in un cassonetto è dura davvero, soprattutto ad una certa età, quando hai le mani pulite, e il cuore senza rezza.

La dittatura del fesso

Parlo con un importante produttore cinematografico e mi dice: “la gente vuole la commedia, e un poco di sentimento, commedia e sentimento, cose semplici, ormai qua si finanziano solo le commedie, la gente vuole ridere, svagarsi; non puoi farla venire al cinema, farle pagare un biglietto, e poi tenerla due ore coi pipponi sulla vita. Commedia, oppure, se sei americano, action, ma lo devi fare coi controcazzi, cioè coi soldi. Da noi si aspettano la commedia, e noi quella finanziamo“.

Poi parlo con un importante regista che mi dice: “io devo fare commedie, lo vedi quello che c’è in giro? I distributori vogliono commedie, gli esercenti vogliono commedie. Gli italiani devono fare solo commedie, ormai; io, per lavorare, le faccio ma provo a infilarci qualcosa di mio, una cifra personale. Insomma, cerco di non perdere la dignità. Che devo fare?“.

Parlo con un uomo di televisione che mi dice: “ti devi tenere basso, basso di scrittura, basso di ambizione. La letteratura lasciala a Foscolo. Ricordati che su dieci persone, otto non capiscono un cazzo. E i due che capiscono qualcosa, la televisione non la guardano“.

Parlo con uno sceneggiatore televisivo che mi dice: “facile facile, i personaggi devono parlare facile facile, come in mezzo alla strada, battute semplici, la gente non si deve scervellare, devi dire qualcosa al primo e all’ultimo“.

Parlo con un noto editore e mi fa: “storia avvincente, ritmo, plot, della lingua che ce ne fotte. I libri che vendono meno? Quelli complicati, quelli che li capisce solo chi li ha scritti. E nemmeno. I libri che vendono di più? Quelli facili, quelli che capiscono tutti. Vuoi vendere? Parla a tutti. Una bella storia, una bella trama, e parla a tutti. Tanto se lavori sulla lingua, sulla struttura, se ti contorci, non vendi un cazzo e comunque la critica ti fa a pezzi perchè quella è un’arena di sangue, ognuno ce l’ha più lungo dell’altro, poi ce l’hanno tutti piccolo perciò stanno pieni di tic. Ma tu li hai visti?“.

Parlo col proprietario di una radio e mi dice: “la senti la musica? Tutta uguale. Così dobbiamo essere nel parlato, nei testi, tutti uguali. Veloci, facili, comprensibili, e tutti uguali. Così la gente non si disorienta“.

Parlo col direttore di un giornale on line e mi dice: “molti clic, molte condivisioni, molti like, molta pubblicità, molti soldi, questo è. Sai come si fanno i clic? Piacendo alla gente. Devi piacere, devi scrivere quello che piace alla gente. La gente vuole il populismo? Dagli il populismo. La gente vuole la demagogia? Dagli la demagogia. La gente vuole la lacrimuccia? Falla commuovere. La gente vuole sognare? Falla sognare. La gente sta incazzata? Fomentala. La gente ce l’ha coi politici? Insultali.  Questo è“.

Questo è, quindi. Bisogna semplificarsi, rendersi digeribili, leggeri, non pesare sullo stomaco, non appendersi al groppo, sciogliere i nodi, lisciare il pelo, sorridere, assecondare, dire sì.

Il pubblico ha sempre ragione, e al pubblico bisogna obbedire. E’ la vecchia legge del commercio. Ma se il pubblico abbassa i suoi standard fino al sottoscala, se si disabitua cronicamente a ragionare, se rifugge dal senso critico, se non tollera la spina, se non accende la luce nella pancia, chi gli dice che sta sbagliando tutto, che sta andando a fondo, che così non si salva ma muore prima?

Non sto qui a riproporre vecchi discorsi sulla cultura alta e la cultura bassa, su chi guida e chi è guidato. Sono contrapposizioni ammuffite.

Ho sempre detestato la spocchia dell’intellettualismo che si faceva oscuro pensando che nella sua indecifrabilità, o nel sofferto, in quel patire pallido la vita, ci fosse profondità; ho sempre guardato con un filo di pietà a chi, per esempio, non vendendo una copia, o non trovando un editore, diceva “eh, non passo perchè alla gente piacciono le cazzate”; ho sempre detestato le contorsioni sterili su struttura, lingua, trama, discorso e discorsi al punto da avvitarsi in una crema rancida che nessuno, nemmeno chi la preparava, riusciva, in fondo, ad assaggiare.

Ho sempre amato – per contro – gli autori bastardi,e le lingue bastarde, le storie bastarde, che si impastavano nel fango della vita comune, della lingua di tutti, che diventavano semplici, aprendo tutte le porte, ma rimanendo al fondo indigesti, selvatici, fastidiosi, e bastardi proprio per questo: ti entravano nella vita suadenti, inoffensivi, e ti lasciavano però cambiato, che quella risata che ti aveva conquistato, poi diventava smorfia, senza che te ne accorgevi.

Ho sempre negato, quindi, qualunque superiorità alla cultura “alta” e qualunque “bassità” alla cultura “bassa”. Il ragionamento che faccio adesso non riguarda la contrapposizione tra semplice e complesso, ma quella – più seria – tra l’avere qualcosa da dire e il dire sempre la stessa cosa.

Mi chiedo, oggi, quanto spazio ci sia, nel cinema, nella tv, in radio, nell’editoria, nel giornalismo on line (quello stampato non esiste più), perfino nella politica, per dire qualcosa di originale, di diverso, per dirlo bene e dirlo facile – sia chiaro -ma dirlo per aprire porte nuove, per lisciare un po’ il verso del pelo, un po’ contro, per dare a questa società molle, mentre gli fai la barba, qualche taglietto che rigenera, che sputa il sangue marcio.

La mia sensazione è che si stia nefastamente riducendo il senso critico generale, e il coraggio.

I soldi, che poi sono il motore di qualunque azione creativa quando vuole rendersi ampia e pubblica, vogliono altri soldi, e nel cercare questa moltiplicazione del denaro da altro denaro, si insegue allo spasimo, a perdifiato, senza riserve, senza mascheramenti, senza nemmeno più fare finta che, il fesso. Pensando che il fesso, alla fine, faccia soldi, mentre – com’è evidente – non sei mai abbastanza fesso per fare abbastanza soldi da giustificare la tua discesa laggiù, ed è discesa inarrestabile, senza freni. L’abisso della fessità. A me questo ha sempre fatto paura.

Non la dittatura in sé, ma la dittatura del fesso.

Un Forum nell’acqua

Mi ha riempito di tristezza, oggi, leggere sui giornali napoletani le parole di Roberto De Simone. Una malinconia cupa, senza ossigeno. Come un cappio alla gola. Come certe giornate che per davvero, qui, sembrano quelle di un topo in un malefico esperimento di laboratorio: quelle gabbie con cento porte che non sboccano da nessuna parte.

Porte che non aprono.

Il maestro, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, considera Napoli una città morta, disperata e disperante, e vivere qui un salto in un buco nero.

«Fossi più giovane me ne andrei – dice-. Questo è un invito che faccio anche ai quarantenni. Perché se non sei figlio di buona famiglia, anche se specializzato, bravo, con molte buone intenzioni, non accedi a niente.»

Mi ha bastonato duro, non perchè io non sapessi, o sentissi già tutto questo. O non lo abbia già detto, con tante parole, forse pure troppe.

Ma perchè, in fondo, che lo dica io conta poco, perfino per me, che sono sempre scontento, e ormai abituato al mio malumore. Ma se lo dice lui, e se lo dice chiunque altro da me, io sento come un’eco maledetta, un rimbombo insopportabile, un frastuono che punge.

De Simone dice che la cultura a Napoli “ruota attorno a clientele, interessi di coalizione e di partito, sia di destra che di sinistra”. E che tutto è confuso, molto inquinato, e ha solo una funzione ludica.

E’ un po’ il subdolo trucco, che mi sono trovato spesso di fronte, della cantata bellezza di Napoli, o della celebrata simpatia della gente, o le grandi questioni come la densità, la conformazione urbanistica, la complessità: carte segrete che tirano fuori gli struzzi quando qualcuno parla dell’infinito degrado da cui siamo assediati, che va coperto, nascosto sotto una coltre di omertà, e mai risolto.

Degrado umano, si intende, perchè è tutto da lì che parte.

Tra qualche giorno comincia a Napoli il Forum Universale delle Culture. Alzi la mano chi lo sa. Nasce a Barcellona come evento culturale internazionale dell’Unesco nel 2004. Muore a Napoli come fiera del torrone.

A Barcellona durò 141 giorni, coinvolse 3 milioni di persone, creò una zona (Recinte Forum) da allora recuperata e viva. A Monterrey, nella seconda edizione, il palcoscenico fu un sito industriale siderurgico dismesso, che divenne Parco urbano su conoscenza, diversità, pace. A Valparaiso, in Cile, durò 45 giorni, e divenne il progetto per la cultura come luogo della lotta alla povertà.

E Napoli? Cosa succederà a Napoli?

Boh.

Magari si monta un maxischermo sul lungomare e ci vediamo i film di Totò in bianco e nero.

Il progetto presentato nel 2007, quando fu scelta Napoli, parlava di cinque mesi di eventi, riflessioni, lavoro comune sul tema delle radici e del futuro. Si parlava di quattro milioni di presenze previste, da tutto il mondo. Poteva essere la grande occasione per costruire un raduno di menti vive, che pure resistono a Napoli. Conosco personalmente decine di scrittori veri, di ogni fattura, molto diversi tra loro, ciascuno con una sua lingua, con un suo segmento di scandaglio, con una sua capacità espressiva, talenti che trovano spazio sulla scena nazionale, che hanno voce, operai dell’immaginazione, oppure ingegneri, ma intellettuali fervidi, autori, giornalisti, artisti – tutti molto tesi, scontenti – che lavorano ognuno per sé, con una certa diffidenza, a volte in competizione, altre volte fanno rete ma solo per grumi occasionali, e mai per insiemi, mai in un sistema.

Questo sistema poteva essere il Forum delle Culture.

Manca un mese, ormai, e la città freme di pioggia e di calcio. Stasera parte il campionato. C’è Higuain al San Paolo. Del Forum nessuno sa nulla. Ed è forse giusto così.  Un forum nell’acqua. Le cose hanno un senso, e a Napoli, oggi, parlare di cultura non può che essere questo. Una città che si nutre di polveri, di pidocchi.

“Vi scongiuro di scandalizzarvi”, dice il maestro De Simone citando Brecht, e invita al pensiero critico, al dissenso, alla rottura per creare il nuovo. Anche qui sento il mio pensiero rimbombare, esplodere nel timpano. Altro che parlare del positivo, o minimizzare i problemi, o la tiritera sul fatto che poi tutto il mondo è paese.

«Gli intellettuali tacciono – dice De Simone -, la piccola e media borghesia è muta. Regna il silenzio in una città dove è impossibile vivere culturalmente».

Ecco, questo è l’unico punto di dissenso. Io sento molti rumori, maestro, e penso che il silenzio sarebbe già una conquista. Non è muto, il popolo di questa città. Parla tanto, e spesso a vuoto. E’ pieno di dotti e inutili pensieri individuali, di aspre contese nulle, di combattimenti a salve, di maleparole benvestite, di ragnatele rancide su lingue asciutte, di propaganda vacua, di un sentimento enorme di sé, ciascuno per sé.

Io vedo un circo. Di quelli antichi. Un’arena di gladiatori flaccidi, senza addominali.  E la cosa più triste che pure il pensiero critico, ormai, mi sembra farne parte, al punto che, nel mio piccolo, mi scoccio pure di scriverne.

Lo faccio con stanchezza. Ma che parlamm’a fa?

La sensazione è che De Simone, come Gerardo Marotta, come Aldo Masullo, ormai vengano chiamati, incolpevoli, a recitare il controcanto scontato, l’intervista lamentosa, l’immancabile nota stonata, la cultura mortificata. Facciamo parlare un rompicoglioni, che montiamo una pagina critica, l’alito un po’stantio, il vecchio, il saggio, l’eterno fujetevenne. Il rito stanco perfino della critica. La voce nera che viene macerata e merdizzata, anche lei, insieme a tutte le altre, come un vibrione innocuo. L’intestino attivissimo di questa città digerisce tutto. I dolci e le pietre, senza nemmeno una gastrite.

Siamo tutti attori della stessa commedia. Anche lei, maestro.

Ma che parlamm’a fa?

Me ne vado, mi cancello, e poi torno con la coda tra le gambe

Può sembrare esagerato ma a me i social network hanno fatto venire un mezzo esaurimento nervoso. E pure a voi, anche se non lo sapete.

Ci sono entrato con entusiasmo. Aprire la finestra e dare una occhiata ad amici lontani, parenti perduti e ritrovati, conoscenti che si palesavano e prendevano forma, sconosciuti che, lentamente, ti entravano nella vita, simpatie improvvise, inattese. Condivisioni di passioni, di gioco, serate a dire cazzate innocue, o goliardiche, chiacchierare restando fermi.

Poi è successo qualcosa.

Sarà stata la folla allargata, la massa indistinta che è arrivata, ma è nato uno stream informe, un flusso continuo di parole. Un concetto e il suo contrario, maree di rancore che si alzano e si abbassano e arrivano a tradimento addosso, lasciandoti per lo più compresso tra la voglia di replicare e una noia mortale.

Cose del passato, magari una sera che pensavi al futuro.

Prolissità, mediocrità, medietà.

La politica, la cultura, la visione del mondo.

I complotti, la Casta, le pensioni di Giuliano Amato.

Ognuno che dice la sua e tu costretto a leggere. E’ come se si fossero aperte troppe porte, e fosse arrivata troppa gente, e il rumore di fondo dell’umanità, che a volte è piacevole, fosse diventato assordante.

E’ come se il brusìo leggero che arriva dalla finestra aperta, e ti fa compagnia come una brezza, fosse diventato il caos di una folla che urla ventiquattro ore su ventiquattro.

Un allarme sempre acceso.

Un sottotitolo infinito, per lo più di cazzate, che, poco a poco, ha seccato le pareti della mia immaginazione, mi ha sgonfiato le illusioni sulla gente, mi ha prodotto un continuo mal di testa e un senso costante di rabbia verso gli altri.

Oggi sento il bisogno di tornare a prima.

A quando potevo tenere la tristezza degli altri fuori, e magari lasciare ad una serata la capacità di abbracciarmi lentamente, dimenticando il mondo, che a volte se ne ha bisogno.

A quando sapevo di avere, come tutti, qualche detrattore livido per invidie o rancori personali ma potevo ignorarlo perchè lui stava lì, e io stavo qui, ed ero protetto da qualunque schizzo.

A quando, conoscendo qualcuno di persona, avevo voglia di scoprirne piano i lati più veri della sua vita, non come adesso che magari so già dove ha fatto la spesa il giorno prima, e quando compie gli anni (e che torta ha mangiato domenica scorsa).

A quando gli amici erano davvero pochi, ed erano buoni amici, erano amici a cui potevo dire le cose più mie, e i conoscenti erano tanti, ed erano innocui, li sapevo “di faccia”; a quando la confidenza era una conquista lenta, mica un diritto.

A quando sceglievo io con chi discutere di cosa, e con chi invece scambiare solo parole di circostanze perchè non valeva la pena.

E poi c’è il tuo anziano fruttivendolo che ti chiede l’amicizia, e tu lo tieni lì sospeso.

“Perchè non accetti la mia amicizia su facebook?”.

“Ah, mi hai chiesto l’amicizia? Non me ne ero accorto, sai, ci vado poco ultimamente”.

E dopo che l’hai accettata, con lui che commenta solo in maiuscolo perchè non ci vede bene, poi gli devi pure rispondere.

“Non rispondi mai ai miei commenti. Ma poi perché ti lamenti sempre? Non ti facevo così pessimista”.

Poi, ovviamente, lo dice a tuo padre. “Ma vostro figlio sta sempre così pessimista, che succede?” E tuo padre, sbigottito, che ti rimprovera che sei sempre pessimista, “ma che ti succede?”.

Niente, non mi succede niente.

Perchè devo spiegare il mio pessimismo al mio vecchio fruttivendolo, e poi a mio padre che parla col fruttivendolo del mio pessimismo?

Siete voi il mio pessimismo!

Lo so, lo so, che i social hanno strumenti di gestione, e che possono essere usati senza farti usare.  Lo so che puoi ignorare, bannare, cancellare, uscire, camminare, spegnere, e poi tornare, che puoi selezionare, che puoi usare poco, che puoi chiudere e poi accendere quando ti pare.

Ma è un potere solo apparente. Come quando hai in mano il telecomando e pensi di gestire tu il televisore perchè poi cambi canale, o chiudi.

In realtà i canali quelli sono, e la tv non la spegni perchè c’è un risucchio ipnotico, un condizionamento psicologico, che ci tiene tutti lì a fare le stesse cose nello stesso momento.

Lo so, lo so, è un lamento ridicolo. Oltretutto sono qui a lamentarmi di qui.  Nessuno mi obbliga, nessuno mi costringe. Posso non esserci, posso andare via, posso cancellarmi, posso selezionare i contenuti, posso stare zitto, posso parlare, posso fare quello che mi pare.

Me ne posso pure andare, se non mi sta bene.

E quasi quasi, così faccio. Che poi lo dicono tutti, ad un certo punto. Me ne vado, mi cancello, e poi tornano con la coda tra le gambe.

Io, però, questo flusso perpetuo di umanità non lo tollero quasi più.

Forse torno ai miei anni Novanta. Quando la vita, là fuori, mi sembrava bella perché stavo leggendo un libro bello. Quando le persone con cui parlare me le sceglievo una per una. Quando un’emozione durava, e al fruttivendolo bastava sorridere mentre mi fotteva cento grammi sulla bilancia truccata (TI HO SEMPRE SGAMATO, CRETINO).

(comunque se mi dovessi cancellare veramente ho skype sempre acceso, il mio contatto è antomenna; la mia mail è antoniomenna@gmail.com; se mi scrivete vi do pure il cellulare; e poi ho questo blog; insomma, vabbè, ci siamo capiti).

Una minuscola pietra nel fango

grammaticaebookSei giorni fa è uscito il mio nuovo libro. Ne ho parlato nel post precedente e non ho molto da aggiungere. Ci sono tre personaggi, molte cose che vedo, quello che sento, ma nulla di tutto questo è più mio.

Quella storia, ormai, è di chi vuole leggerla. Il libro è lì. Io vado per la mia strada, che è già un’altra.

Ma non è di questo che voglio parlare qui. Scrivo per un altro libro, che non è il mio, anche se ci ho messo le mani. E’ un libro nostro.

E’ il libro di Maria Franco, innanzitutto, che mi è parsa amareggiata sul suo blog, e voglio che lavi via la tristezza, perchè lei non se la può permettere.

Io l’ho vista all’opera, in una aula sgarrupata, con il mare nella finestra, sull’isola di Nisida, un carcere minorile. C’era una quindicina di ragazzi molto aggressivi e molto furbi e molto violenti e molto agitati. Uno di questi aveva una pistola tatuata sull’avambraccio e ogni tanto se l’accarezzava. Un altro non parlava mai, e non abbassava gli occhi. Ti fissava annoiato come un leone. Un altro si muoveva molto, e dava al banco e ai muri i pugni che avrebbe voluto dare in faccia a Maria, o alla guardia, o a me.

Perchè una mattina sono entrato anche io -controvoglia e inadeguato – in quella classe, dove Maria insegna da anni a questi detenuti minorenni, che passano qualche ora e rimescolare pensieri, lessico, a tentare di far sparare una penna bic blu, a mangiarne il tappo, e ogni tanto, nella brodaglia irrimediabile, fanno salire a galla una perla, una luce, quella che, in fondo, si cerca.

Una minuscola pietra nel fango.

Ci sono entrato anche io, come ci sono entrati altri otto amici che hanno il vizio di inventare storie. Maria ci ha coinvolto in un progetto di scrittura. Improbabili lezioni, con noi (o almeno io) muti, e attoniti, e lei implacabile. Parlare di libri, e di scrittura, e di narrazioni, e di linguaggi, a una decina di rapinatori o spacciatori o trafficanti quindicenni napoletani.

Provateci.

Alla fine del ciclo di incontri, la stesura finale di un racconto curato dall’autore ma intercalato da frammenti di scrittura dei ragazzi. Racconti (nove) che sono diventati un libro. Nostro, e di Maria innanzitutto. E dei giovanissimi detenuti.

Si chiama “La grammatica di Nisida”. E diciamolo subito: l’incasso va a finanziare per intero le attività culturali nell’Istituto.

Lo si può comprare, dunque, per il valore dei racconti e degli scrittori (c’è gente seria: Viola Ardone, Luigi Romolo Carrino, Daniela de Crescenzo, Maurizio de Giovanni, Alessandro Gallo, Tjuna Notarbartolo, Anna Petrazzuolo, Patrizia Rinaldi) ma anche per dare un contributo economico ad un progetto serio.

Solo che l’acquisto scarseggia, e Maria (e io con lei) ne è amareggiata. Il libro è comprabile via internet, in formato e.book (per chi ha un tablet o un reader) o in formato pdf (per leggerlo semplicemente al pc). Costa poco (circa 6 euro). Si scarica con facilità (basta andare sul sito dell’editore: www.caraco.it) ma pare abbia venduto un numero di copie ridicolo, che rende quasi vano lo sforzo.

Mi ha sorpreso molto saperlo. Ero convinto che l’esiguità del costo, la semplicità dell’acquisto, la qualità del libro e, soprattutto, il valore solidale dell’iniziativa, avrebbero avuto presa.

Mi soprende sempre questa Napoli che ama dipingersi generosa, di cuore, aperta, carnale, solidale, che guarda con disprezzo chi la critica, che invoca le proposte in luogo delle chiacchiere, che se segnali un problemi, ti risponde piccata, e poi quando è il momento, gira la testa dall’altra parte, finge di non sapere, di non capire, finge di non leggere.

Dove sono i filosofi del fare?

Dove sono i savonarola d’accatto?

Saranno lì a lucidare la collezione di figure retoriche. Troppo immersi nella cartolina per vedere che forse potrebbero compiere un piccolo gesto.

Un piccolo gesto anonimo, di quelli dove non compari, dove non ci sono medagliette da appendere al collo.

Un piccolo gesto essenziale, utile e di verità, che costa meno di sei euro, con cui comprare, magari, una scatola di quaderni, o una decine di penne bic da masticare sul tappo negli inverni di Nisida, quando Maria Franco chiederà ancora una volta a quei ragazzi di scrivere un pensiero, un ricordo, una scena.

Perchè che lo compriate o no, questo libro, (e spero ancora che lo facciano in molti) alla fine la certezza è che nel mar mediterraneo della nullafacenza delle anime belle di questa città, Maria Franco, soldi o non soldi, vendite o non vendite, continuerà a lavorare.

Amareggiata ma indomita.