Le due facce dei Quartieri spagnoli

Per una volta evito di parlare di de Magistris, che dopo aver ballato Ymca al gay pride, stamattina si è messo alla guida di un autocompattatore dei rifiuti dell’Asìa,  e ci ha regalato, anche oggi, il piccolo show di una città che sembra condannata all’eterna sceneggiata di se stessa.

Parlo, invece, dei Quartieri spagnoli.

Vicoli affollati di gente sudata e seminuda, che gira per strada come fosse nel corridoio di casa, pantofole e canottiera; stradine dense di umido e umanità, l’anarchia colorata di buon cuore, femmine di due tonnellate e mariti magri e nervosi, milioni di motorini, e di bambini sui motorini, e di famiglie intere sui motorini.

Piegati dall’emergenza, sommersi di sacchetti, anche a causa della loro promiscuità (vicoli stretti, bassi abitati, molti negozi alimentari angusti con vendite esterna), i Quartieri hanno sofferto più di altre zone della città la crisi della spazzatura.

Al quarto giorno di mancata raccolta, però, è scattato un meccanismo.

Sulle prime, una rivolta: a decine hanno preso la spazzatura e l’hanno portata a via Roma, il corso principale, che era curiosamente pulito. Poi hanno fatto sparire i cassonetti, al loro posto ci hanno messo le auto, hanno disinfettato tutto con la creolina, hanno affisso decine di cartelli, e hanno creato delle vere e proprie ronde. Nessuno può più depositare rifiuti. Chi vuole li porta altrove, a via Roma, o a Corso Vittorio Emanuele. Oppure aspetta il camion dell’azienda di raccolta, che quando passa già sa. Non deve più scaricare i cassonetti (dove sono?): la gente quando vede il camion scende di casa, mette il sacchetto accanto a un muro e rimane lì, si fa un mucchio di spazzatura e di persone, un grumo di donne per lo più, a tarda sera. Nei vicoli si passano la voce, scatta l’urlo, la gente scende. Quando passa il camion, gli addetti prendono i sacchetti uno per uno e se li portano. La gente lascia il mucchio solo quando a terra non è rimasto più nulla. Se il camion non passa, la spazzatura resta in casa. Oppure chi vuole va a buttarla altrove. Ovviamente, guai a chi sgarra. La gente dei Quartieri sa fare paura.

Non so come definire questo sistema. Per un verso sono ammirato dalla capacità di autogoverno, dalla capacità di reazione di fronte a istituzioni sorde, inattive, che al di là dei proclami non sono state nemmeno capaci di buttare un disinfettante per le strade. Per un altro verso sono atterrito dalla determinazione con cui la cosa pubblica viene considerata privatissima.

Funziona così un luogo civile? Con una zona franca al centro della città? Un rione autonomo e autonomista, che si dà le sue regole e i suoi vigilanti, che si autogoverna, che non riconosce autorità esterne? Cittadinanza attiva o cancellazione delle regole di civiltà? Non so rispondere. Tutte e due, forse.

I Quartieri spagnoli, per quel poco che ho imparato (frequentandoli da poco, e preparandomi, per ragioni personali, a starci sempre di più), hanno due facce. Sempre. Una accogliente, una ostile. Una luminosa, una oscura. Una bella, una tagliata.

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