Meno male che Renzi c’è

Ha occupato la scena per tre giorni, ha fatto parlare di sé, ha parlato al Paese, si è fatto inseguire dai leader nazionali, ha conquistato le prime pagine, si è inventato un paio di marchi forti e ha smosso le acque più di ormai rituali manifestazioni di piazza, come quelle sindacali o quella di Vendola, ad ottobre, passata sotto silenzio.
Comunque la si pensi, Matteo Renzi mostra di saper fare la politica 2.0: sa muovere le note dei nuovi linguaggi, sa uscire dall’ombra, sa conquistare la scena. Penso sia un bene per il centrosinistra, a volte così lento nei suoi riti, con le sue bandiere al vento, i podietti, i tavoli della presidenza, da sembrare un vecchio nonno, simpatico e malato.
Renzi mescola location, social media, parole ad effetto; mette assieme Baricco e Chiamparino, fa un bel sito web, manda tutto in streaming, intreccia twitter e facebook e occupa uno spazio.
Per contenuti è, nel centrosinistra, all’opposto di Vendola, che però arranca. Renzi ha una proposta che si legge: sì tav, sì Marchionne, sì tagli alle pensioni, liberalizzazioni, svecchiamento. È un programma da new labour, alla Blair. Superato dalla storia, gli hanno detto. Di destra, ha detto Vendola. Peró ha un’identità, c’è, si vede, guadagna la scena. Gli altri dove sono?
Bersani, che considero una persona seria e di valore, forse il miglior premier oggi per questa Italia, annaspa nei mille vortici di un partito vecchio, sclerotizzato, incapace di parlare al Paese anche quando potrebbe farlo. Ci vorrebbe più coraggio, ma questa è una parola che non appartiene ai partiti tradizionali, dove si temporeggia e si media a norma di statuto.
Vendola, che pure potrebbe essere una novità, si barcamena poeticamente nell’assenza di una proposta politica. Mentre il mondo globalizzato impone la linea ai governi tu, Vendola, se fossi presidente del Consiglio, cosa faresti? E non rispondere con una poesia, ti ho chiesto un programma. Non rispondere con l’analisi del dolore del precario, ti ho chiesto un’idea. Di Di Pietro, non dico niente perché niente dice lui.
In un centrosinistra così, arriva Renzi, che dalla periferia di un Consiglio comunale, guadagna la ribalta nazionale proponendo una precisa idea di sé. Piaccia o no, oggi è l’unica novità. E meno male che c’é, a dare la sveglia. Magari qualcuno capisce come si fa.
A Renzi, però, vorrei fare una domanda: chi te li dà i soldi? La manifestazione della Leopolda è stata bella, anche scenograficamente. Il circuito dei new media è stato attivato e gestito mirabilmente. Ma tutto questo costa, e tu sei solo un sindaco. Chi ti finanzia? Sul sito c’è l’Iban di un’associazione, Link, che raccoglie fondi. Ma quanto hai speso e dove li hai presi? Come Renzi sa, il finanziamento della politica è un tema spinoso e il rinnovamento si fa nei comportamenti non negli slogan. Se pubblica i bilanci (veri) e ci dice tutto, dà un altro buon segnale perché il sindaco di Firenze non diventerà premier, e lo sa, ma può aiutare a bonificare questa palude e non è poco.

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Paese di burro

Il capogruppo della Lega attacca, alla Camera, Fini e la sua compagna, per rispondere all’attacco che Fini, ieri, in tv ha fatto a Bossi e sua moglie.

I deputati della Lega urlano “dimissioni”.

Il vicepresidente di Fli Bocchino, alza gli occhi dall’iPad, e prova a replicare.

Volano insulti e spintoni. Il vicepresidente Bindi sospende la seduta, sotto gli occhi attoniti degli alunni di una scuola superiore che erano sulle tribune ad assistere.

Tutto questo mentre l’Italia di burro si scioglie sotto le prime piogge dell’autunno.

Otto morti tra la Liguria e la Toscana per due giorni di temporali. Crollano ponti, debordano fiumi, si tappano fogne, si allagano strade, torrenti di fango travolgono i paesi, distruggendoli.

Un evento prevedibile, anzi certo, come le piogge autunnali, diventa catastrofe.

Con una puntualità terribile.

Ogni anno, le stesse scene. Cambia solo il “geodestino”: una volta è la Campania di Sarno, una volta è la Sicilia di Messina, una volta la Liguria delle Cinque terre.

La settimana scorsa, Roma. Oggi, La Spezia.

Calamità naturali? La pioggia di questi giorni non lo è. Lo è un terremoto, uno tsunami; lo è un tifone, un uragano. Non può esserlo un temporale.

Eppure in Italia si muore di temporale.

Nessuno ha pensato, in questi anni, di mettere in sicurezza gli argini dei fiumi, di rinforzare i ponti, di tutelare i piccoli centri abitati; gli enti locali non fanno la manutenzione di caditoie e fogne,  con due dita di pioggia si allagano le città.

Il Paese di burro si scioglie sugli anziani che muoiono negli scantinati allagati, sulle ragazze che soffocano nelle auto intrappolate.

Perché?

La risposta è nella scenetta iniziale.

La classe politica che si insulta sulle mogli, sugli scandali reciproci.

“Avete Dell’Utri, Cosentino, Verdini. Siete tutti sotto processo”, urlano a sinistra.

“Pensate a Penati”, urlano a destra.

La classe politica che lottizza tutto: i servizi segreti, la guardia di finanza, i telegiornali, la protezione civile, fino all’ultimo ente territoriale; una lottizzazione, a sua volta, finalizzata a drenare soldi, finanziamenti, appalti, e a distribuire stipendi e prebende. Questa classe politica si asciuga il lacrimone di circostanza sui morti di temporale e poi si accapiglia su quello che davvero gli interessa.

Sé stessa.

La gente ci muore, ma chi se ne frega. Alla Camera si litiga su altro. La moglie di Fini, la moglie di Bossi.

Che cosa si deve aggiungere?

E dopo?

La Merkel e Sarkozy, in conferenza stampa, che, a una domanda su Berlusconi, se la ridono.

E’ il video del giorno. Gira molto, lo trovate qui.

Tutti ne hanno dato la seguente lettura: il nostro premier ha perso qualunque credibilità e la fa perdere al Paese.

C’è del vero.

E’ chiaro che avere un governo bloccato, con un premier imputato in alcuni processi e indagato per prostituzione minorile non giova alla nostra immagine internazionale. Come non ci aiuta avere un ministro come Bossi, che fa due pernacchie ogni volta che lo intervistano. Non ci giovano l’inglese di La Russa e il sorriso bamboccione di Frattini mentre nega l’evidenza su Lavitola. Non ci giovano il bunga bunga e tre manovre finanziarie che non hanno deciso nulla, se non qualche tassa in più sui soliti lavoratori dipendenti e pensionati.

Ma la mia domanda è: sciolto questo circo che, credo, stia stretto allo stesso Berlusconi, abbiamo risolto i problemi dell’Italia?

Se pensiamo questo, siamo fuori strada.

Sostituiamo Berlusconi-Tremonti-Bossi con Bersani-Di Pietro- Vendola e tutto cambia?

Ho i miei dubbi.

Certo, è difficile che facciano peggio. Ma il problema, oggi, è tirare fuori l’Italia dal pozzo. E per farlo ci vogliono coesione, coraggio e idee chiare.

Un governo di centrosinistra sarà in grado di dire, finalmente, che non si può mandare la gente in pensione quando è ancora giovane e in grado di lavorare, anche se ha versato decenni di contributi?

Sarà in grado di dire che in un Paese moderno non si va in pensione quando hai versato tot contributi ma quando l’età non ti consente più di lavorare in maniera efficiente. Quindi, se l’età media si è alzata, se la qualità della vita è cresciuta, non ha senso mandare la gente in pensione a 57 o 58 o 60 anni, quando può ancora lavorare e produrre. Si va in pensione, tutti, a 65 o a 67, e se hai versato molti contributi prendi di più.

Un  governo di centosinistra sarà in grado di dire che con i risparmi della riforma delle pensioni si fa un grande progetto di redistribuzione sulle giovani generazioni, in termini di previdenza speciale e tutele in caso di disoccupazione?

Un governo di centrosinistra sarà in grado di dire alle imprese che la flessibilità serve per aiutare l’ingresso nel mondo del lavoro, e che va pagata di più rispetto al tempo indeterminato, e che non può sostituire il contratto fisso perchè solo questo dà stabilità ai consumi e al progetto di vita?

Un governo di centrosinistra sarà in grado di cancellare gli ordini professionali, queste mafiette che, con la scusa di disciplinare l’accesso alle professioni, in realtà gestiscono gli ingressi sulla base delle appartenze familiari, amicali, clientelari, dei loro mille circoletti affaristici?

Un governo di centrosinistra sarà in grado di tassare patrimoni, rendite, speculazioni e succhiasangue, e di detassare, in proporzione, chi i soldi li investe nella produzione e nel lavoro, assumendo rischi e persone?

Un governo di centrosinistra sarà in grado di combattere la corruzione, che altera il mercato e dissangua le aziende? Sarà in grado di combattere le mafie, sul versante economico e criminale, che compromettono lo sviluppo di intere zone del Paese? Sarà in grado di combattere l’evasione fiscale, che semina ingiustizia e sottrae risorse? Sarà in grado di semplificare la burocrazia, non cancellando le regole ma facendone poche e chiare? Sarà in grado di aprire i gruppi dirigenti al merito e spezzare il circuito clientelare e associativo e familistico e amicale su cui si basa, in Italia, l’accesso a tutto?

Io temo di no, ed è una paura insidiosa perchè mi consuma la speranza in un cambiamento necessario.

Oggi, di fronte a un governo chiaramente paralizzato, stiamo aspettando la sua caduta e l’apertura di una fase nuova. E, come il sabato del villaggio, ci nutriamo gioiosi dell’ attesa.

Ma dopo?

La bassa credibilità dell’Italia non è solo il frutto degli ultimi tre anni di Berlusconi, e della sua presenza politica dal ’94 ad oggi, o imprenditoriale dagli anni Settanta ad oggi.

E’ il risultato, invece, della lunga storia di un Paese bloccato, dove, negli ultimi diciotto anni, il centrosinistra ha vinto le elezioni due volte, garantendo, in entrambe le occasioni, un governo più dignitoso di quello attuale, ma non riuscendo comunque a cambiarlo, questo Paese.

Ci riuscirà alla prossima tornata con Bersani-Vendola-Di Pietro, magari con Casini-Fini-Rutelli in panchina?

Io me lo auguro, ma ho grossi dubbi, e mi dispiace.

Vedo lo stesso personale politico degli ultimi venti anni, gli stessi slogan, le stesse titubanze, gli stessi conflitti interni, gli stessi riti, le stesse, stanchissime, dichiarazioni, le consumatissime tattiche.

Spero di sbagliarmi. Spero che qualcosa si illumini sulla scena e che si veda una novità che al momento manca.

Intanto, mi consolo così. Perchè prima di ridere degli altri sarebbe il caso di ridere di sé

 

Lavitola, il bucchinariello

Un figlio di buona donna. Uno che ci sa fare. Un furbo. “Uno buono”, si dice a Napoli.

Quanti modi per indicare chi riesce a muoversi con destrezza e abilità.

Nemmeno una di questa espressione fa riferimento ad un’abilità tecnica, ad una competenza, ad un sentimento. Non sono necessari.

L’affermazione di sé viaggia su un’altra direttrice: la faccia tosta, la spregiudicatezza, la capacità manipolatoria, la bugia come sistema di comunicazione, l’intreccio, l’inciucio, la relazione. L’assenza di qualunque regola.

Penso a Valter Lavitola, e mi accorgo che nessuno meglio di lui, oggi, può essere il simbolo di questa Italia.

Mi meraviglio che non sia riuscito a farsi inserire in una lista bloccata e ad entrare in Parlamento. Ne avrebbe avuto diritto e titolo.

Come certi personaggi di Alberto Sordi degli Anni Settanta, Lavitola è il prototipo dell’Italia dei demeriti. Come Sordi quando interpretava un mercante d’armi o il padre borghese piccolo piccolo, che voleva sistemare il figlio al Ministero, e dispensava inchini e regali, così Lavitola, con metodi più moderni, chiama le segretarie dei potenti, è insistente, è felpato, è arrogante, è tutto quello che serve, quando serve.

Telefona a Berlusconi e gli dice una cosa, poi chiama Cicchitto e gli dice il contrario, poi chiama la segretaria di Frattini e gliene dice un’altra ancora, e poi incrocia tutti gli inciuci, nuota nelle sue stesse balle, e nel caos, rimane sempre a galla.

Gestisce un giornale fantasma e prende venti milioni di euro in sette anni di finanziamento pubblico. Venti milioni di euro. Se ne dessero un terzo al Coordinamento dei giornalisti precari della Campania, farebbero nascere, dal basso, un sistema di comunicazione integrato web/carta/tv/social network che darebbe lavoro, conoscenza, utilità sociale.

Ma lui è “bucchinariello”, gli altri no.

Lui è un’anguilla, chiama il generale della Finanza, vicecapo dei servizi segreti, e lo sfotte: “non è che mi puoi procurare una di quelle penne che sparano, come nei film?“. Poi gli dice “Paolè, sistemiamo quella cosa. Ho parlato col capo”. Ed è tutto vero. Non è un film. Quello davvero è un generale della Finanza.

Poi chiama la segretaria di Frattini, e si presenta alla Farnesina per incontrare il vicepremier albanese. Gli dicono mettiti nell’angolo, esci a sorpresa. Ed è vero, non è un film.

Poi vola in Sudamerica con l’aereo di Stato con Berlusconi. Scende dietro di lui col sorrisone, stringe la mano e passa in rassegna. Ed è vero. Non è un film.

Poi chiama il capo e gli dà consigli su come fare questo e quello. Raccomanda uno per il Comando della Guardia di Finanza. Va a letto con la moglie dell’amico. Prenota una maserati. Piglia porte in faccia ma non gli fanno niente. Si rialza come quei pupazzi gonfiabili che agitano le braccia nei luna park.

Sempre in piedi, Lavitola. Viaggia, gira, telefona.

Ma che mestiere fa? Ma che studi ha fatto? Qual è la sua abilità? La sua competenza? Che cosa sa fare?

Chi se ne frega.

E’ uno buono, uno che ride, piange e fotte. Quasi tutto al telefono. Viaggia, muove cose, conosce gente. E’ uno che ci sa fare. Si sa muovere. Questo conta e questo basta, nel Grande circo Italia.

“Con la lingua si va in Sardegna”, diceva mio nonno, perchè andare in Sardegna, da Napoli, ai suoi tempi, significava spararla grossa. Con la lingua si va ovunque. Lui si riferiva alla parlantina ma il favoloso mondo di Lavitola prevede anche usi diversi. Leccare il culo a quelli giusti, sputare veleno su quelli sbagliati.

A mio nonno, però, Lavitola non sarebbe piaciuto. La sua generazione era quella dello scrupolo di coscienza e della questione di principio.

Che fine hanno fatto queste espressioni? Chi le pratica più? Chi rinuncia, oggi, a qualcosa per uno scrupolo? Chi si rende la vita più complicata per un fatto di prinicipio, per difendere un valore in cui crede?

Lavitola, l’albertosordi del nuovo secolo, di certo non se ne fa. Lui crede solo in sé stesso.

Lui è un vincente. Lui è italiano.

Sonoramente e profondamente indignati

Il prete che in un comune del Napoletano va a dire messa in campagna, dove si nasconde il vecchio boss di camorra, latitante da dieci anni, che ogni domenica ha voglia di farsi la comunione.

Il politico che ha fatto tutta la vita lo spiccia faccende del camorrista e viene premiato con un seggio in Consiglio comunale.

Il commerciante che per non pagare la tangente, all’occorrenza, nasconde la pistola o la droga sotto il bancone.

Il caporale che la mattina va a caricarsi una decina di immigrati da arruolare come uomini di fatica, a nero, nelle campagne o nei cantieri, a dieci euro al giorno più due “marenne”.

Il commercialista che porta i conti e offre consigli al prestanome di camorra sul riciclaggio del denaro.

Il professore universitario che ha sistemato due figli, la moglie, una nuora e l’amante nella facoltà dove insegna.

L’ispettore dell’Inps che chiude un occhio con un piccolo regalo.

Il padre di famiglia che beve mezza bottiglia di chivas mentre gioca a carte, ma si incazza se il figlio si fa una canna.

Lo stesso padre di famiglia che, prima di tornare a casa, la sera, si fa un giro sul viale buio e passa qualche minuto con la puttana nera, ma la mattina dopo dice che schifo, quel viale, dovremmo mandarli tutti a casa.

Il sindacalista che piazza il figlio nell’azienda di cui dovrebbe tutelare i lavoratori.

Il senatore condannato in secondo grado per mafia.

Il grosso imprenditore che corrompe i giudici, i finanzieri, porta i soldi all’estero, paga la gente a nero.

Il gioielliere che compra i rolex rubati sottoprezzo e poi li mette in vetrina come nuovi.

Il dipendente pubblico che si fa timbrare il cartellino dal collega.

Il sindaco che intasca la tangente dall’impresa e la divide con gli assessori.

L’evasore fiscale.

Il falso invalido.

Che cosa accomuna questi personaggi?

Sono tutti indignati per le violenze dell’altro giorno a Roma.

Sonoramente e profondamente indignati.

L’Italia dei cachi, l’Italia dei furbi, l’Italia che quello che vale per me, non vale per te, l’Italia dei cazzi miei, l’Italia del massimo profitto e del minimo sforzo, l’Italia dell’ingiustizia permanente, l’Italia della demeritocrazia, l’Italia delle mignotte e dei ruffiani, fa la morale ai teppisti.

Non si spaccano le vetrine, non si rompono le “marunnelle” di gesso, non si appicca il fuoco ai blindati, non si lanciano le pietre, soprattutto se dopo non nascondi la mano.

“Tu da che parte stai? Dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti, rubando?”, canta De Gregori.

Può questa Italia fare la morale a chi spacca i bancomat?

So già che questa brutta domanda rischia di farmi iscrivere al ruolo dei violenti. Non me ne cruccio. Non ho difficoltà a dire che sono nettamente contrario a quanto avvenuto a Roma e ad ogni protesta violenta. Sono contrario come lo sono, però, a tutte le violenze diffuse di questo Paese, quelle quotidiane, quelle sottili e dolorose come la goccia sulla pietra, a cui ormai sembriamo tutti assuefatti.

Mi feriscono i teppismi plateali, ma anche quelli felpati.

E mi piacerebbe che la stessa indignazione che si è sollevata in queste ore contro quelle azioni, si facesse coro contro la profonda immoralità di questo Paese, contro l’anima marcia di ciascuno, contro la doppia faccia, e gli innumerevoli affluenti dell’ingiustizia.

Ma so che non sarà così.

Quelle violenze di piazza, anzi, saranno un comodo alibi per continuare così. Come quei contatori elettrici che scaricano la massa a terra. Ci battiamo tutti in petto. Siamo così patrioti, e devoti all’ordine e alla legge.

Il Ministro Maroni, condannato, in via definitiva, a 4 mesi di carcere per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, perché ha tentato di mordere il polpaccio a un poliziotto durante una perquisizione ad una sede della Lega, ha tuonato “delinquenti!”, contro quei teppisti a cui io non  faccio la morale, ma che chiamo coglioni.

Vi chiamo coglioni perché ogni volta che lanciate una pietra, o un estintore, o afferrate un bastone, sentendovi grandi e forti, il gigante gode e ride, come se gli faceste il solletico.

Ogni volta che scendete in piazza, la battaglia si perde. E’ sistematico. Non ne avete vinta una. Anzi, secondo me portate quasi sfiga.

Siete ovunque, e si perde sempre. Ovunque comparite, è una sconfitta.

Allontanate la gente pacifica, smembrate i movimenti, oscurate le ragioni della protesta, e legittimate la repressione.

Ci sarebbe quasi da farvi Cavalieri della Repubblica di queste banane, altro che pena esemplare.

Io questo film l’ho già visto

Sono stato a lungo indeciso se dire o no qualcosa sulla manifestazione di ieri a Roma. Ne parlo con un sottofondo di noia.

Non sono né sotto shock né incazzato né sorpreso. Sono solo annoiato, come quando vedi lo stesso film otto volte di seguito. Io le cose di ieri le conosco, le ho già viste. E ho già sentito tutti i dibattiti, compreso Giletti che a Domenica in si fa tremare il labbro di sotto dicendo “delinquenti!”.

Che noia questa Italia sempre uguale.

Certo, fanno impressione le immagini dei teppisti che sfondano vetrine, danno fuoco alle auto, incendiano bandiere, sfondano porte, distruggono perfino statue sacre; e le sagome dei blindati che ronzano come vespe impazzite nei piazzali di Roma, di poliziotti attoniti.

Ma io le ho già viste.

Non voglio parlare di Genova, posso ricordare le più recenti proteste antidiscarica in Campania, o la manifestazione degli studenti, sempre a Roma, pochi mesi fa. O gli scontri con i No tav, in Val di Susa. Ogni volta, il giorno dopo, lo stesso trito dibattito, fondamentalmente tra due scuole di pensiero.

La prima è che i teppisti siano al soldo della polizia, o comunque tollerati da questa, perché rovinino dall’interno le manifestazioni e tolgano la voglia alle persone pacifiche di scendere in piazza per il futuro. Questa teoria l’ho sentita a Genova, quando si diceva che la polizia lasciava indisturbati i black bloc ma caricava i ragazzi.

O a Roma, con gli studenti, quando vennero diffuse la foto di un finanziere a terra, scalciato, mentre presunti colleghi in borghese assistevano impassibili.

La seconda teoria, di segno opposto, é che i teppisti siano tollerati, o addirittura aiutati, da segmenti della protesta, che fingono di dolersi della violenza ma in sostanza la fomentano. Anche questa l’abbiamo sentita, ovviamente da destra, in occasione di Genova, o dei No Tav, e anche ieri.

Io, per una cronica ingenuità, diffido della complottistica. Mi sembrano fantasie allucinate, come quella di chi sosteneva che gli aerei contro le torri gemelle li aveva teleguidati Bush. Non credo alle trame raffinate, anche se, in qualche caso, la storia di questo Paese, ha evidenziato deviazioni e infiltrazioni.

Non faccio mia, quindi, in senso assoluto, nessuna delle due teorie. Ma credo, per certi aspetti, ad entrambe. Esiste un blocco violento, in questo Paese. Lo conosciamo. Si alimenta intorno a certi ambienti. Un blocco che trova legittima, se non necessaria, la violenza. Ritiene inutili le manifestazioni pacifiche. Pensa che solo forzando la legge e i limiti si possano ottenere risultati (non so quali, ma non sono proprio capace di entrare nella loro logica). Lo abbiamo visto in azione un po’ ovunque. Ieri, in modo più aggressivo. Ma non molto diversamente con i pullman incendiati a Chiaiano o con le sassaiole in Val di Susa.

Questo blocco violento non è combattuto con la dovuta decisione dalle forze dell’ordine, e questo mi sembra evidente. Agisce da anni, con puntualità, senza trovare un ostacolo serio nell’attività investigativa, di prevenzione e di repressione. Ma questo blocco violento non è neppure espulso con la dovuta durezza dalla politica. Anzi. Ci sono ambienti che gli lisciano il pelo, ne prendono i voti, ci si strusciano come le gatte ai piedi delle sedie. Salvo poi fare mille distinguo quando la violenza esplode.

Prima si tollera, da una parte e dell’altra, poi ci si indigna. Mi sembra la solita commedia all’italiana. Un atteggiamento che mi appare come l’immagine riflessa, nel conflitto, dello stesso blocco che tiene paralizzata l’Italia su tutti gli altri fronti. Posizioni precostituite, nessun coraggio della verità, veli di ipocrisia a coprire le appartenenze, e i limiti.

Una sorta di generale copertura omertosa e reciproca. Invece dovremmo dirci la verità, cruda, dura, nuda. Una grande operazione di smascheramento delle ipocrisie. E ripartire da lì. Ma ne saremo mai capaci? Ma saremo mai capaci di dircela tutta, la verità, su questo Paese paralizzato, che oscilla perennemente tra la farsa e la tragedia?

A me sembra che ne siamo ben lontani. E la giornata di ieri non ha tolto e non ha aggiunto.

Ecco perchè mi annoia. Questo film l’ho già visto.

I riciclatori

Ho pubblicato sul sito web Napolinews24 un articolo su denaro, camorra e riciclatori, che parte da una ottima iniziativa dell’assessore al Comune di Napoli, Narducci.

Lo linko anche qui, sperando possa essere di interesse per i visitatori di questo blog.

Qui, invece, c’è una intervista che Webdopera ha voluto farmi su quel troppo celebrato post dello Jobs napoletano.