Meno male che Renzi c’è

Ha occupato la scena per tre giorni, ha fatto parlare di sé, ha parlato al Paese, si è fatto inseguire dai leader nazionali, ha conquistato le prime pagine, si è inventato un paio di marchi forti e ha smosso le acque più di ormai rituali manifestazioni di piazza, come quelle sindacali o quella di Vendola, ad ottobre, passata sotto silenzio.
Comunque la si pensi, Matteo Renzi mostra di saper fare la politica 2.0: sa muovere le note dei nuovi linguaggi, sa uscire dall’ombra, sa conquistare la scena. Penso sia un bene per il centrosinistra, a volte così lento nei suoi riti, con le sue bandiere al vento, i podietti, i tavoli della presidenza, da sembrare un vecchio nonno, simpatico e malato.
Renzi mescola location, social media, parole ad effetto; mette assieme Baricco e Chiamparino, fa un bel sito web, manda tutto in streaming, intreccia twitter e facebook e occupa uno spazio.
Per contenuti è, nel centrosinistra, all’opposto di Vendola, che però arranca. Renzi ha una proposta che si legge: sì tav, sì Marchionne, sì tagli alle pensioni, liberalizzazioni, svecchiamento. È un programma da new labour, alla Blair. Superato dalla storia, gli hanno detto. Di destra, ha detto Vendola. Peró ha un’identità, c’è, si vede, guadagna la scena. Gli altri dove sono?
Bersani, che considero una persona seria e di valore, forse il miglior premier oggi per questa Italia, annaspa nei mille vortici di un partito vecchio, sclerotizzato, incapace di parlare al Paese anche quando potrebbe farlo. Ci vorrebbe più coraggio, ma questa è una parola che non appartiene ai partiti tradizionali, dove si temporeggia e si media a norma di statuto.
Vendola, che pure potrebbe essere una novità, si barcamena poeticamente nell’assenza di una proposta politica. Mentre il mondo globalizzato impone la linea ai governi tu, Vendola, se fossi presidente del Consiglio, cosa faresti? E non rispondere con una poesia, ti ho chiesto un programma. Non rispondere con l’analisi del dolore del precario, ti ho chiesto un’idea. Di Di Pietro, non dico niente perché niente dice lui.
In un centrosinistra così, arriva Renzi, che dalla periferia di un Consiglio comunale, guadagna la ribalta nazionale proponendo una precisa idea di sé. Piaccia o no, oggi è l’unica novità. E meno male che c’é, a dare la sveglia. Magari qualcuno capisce come si fa.
A Renzi, però, vorrei fare una domanda: chi te li dà i soldi? La manifestazione della Leopolda è stata bella, anche scenograficamente. Il circuito dei new media è stato attivato e gestito mirabilmente. Ma tutto questo costa, e tu sei solo un sindaco. Chi ti finanzia? Sul sito c’è l’Iban di un’associazione, Link, che raccoglie fondi. Ma quanto hai speso e dove li hai presi? Come Renzi sa, il finanziamento della politica è un tema spinoso e il rinnovamento si fa nei comportamenti non negli slogan. Se pubblica i bilanci (veri) e ci dice tutto, dà un altro buon segnale perché il sindaco di Firenze non diventerà premier, e lo sa, ma può aiutare a bonificare questa palude e non è poco.

Paese di burro

Il capogruppo della Lega attacca, alla Camera, Fini e la sua compagna, per rispondere all’attacco che Fini, ieri, in tv ha fatto a Bossi e sua moglie.

I deputati della Lega urlano “dimissioni”.

Il vicepresidente di Fli Bocchino, alza gli occhi dall’iPad, e prova a replicare.

Volano insulti e spintoni. Il vicepresidente Bindi sospende la seduta, sotto gli occhi attoniti degli alunni di una scuola superiore che erano sulle tribune ad assistere.

Tutto questo mentre l’Italia di burro si scioglie sotto le prime piogge dell’autunno.

Otto morti tra la Liguria e la Toscana per due giorni di temporali. Crollano ponti, debordano fiumi, si tappano fogne, si allagano strade, torrenti di fango travolgono i paesi, distruggendoli.

Un evento prevedibile, anzi certo, come le piogge autunnali, diventa catastrofe.

Con una puntualità terribile.

Ogni anno, le stesse scene. Cambia solo il “geodestino”: una volta è la Campania di Sarno, una volta è la Sicilia di Messina, una volta la Liguria delle Cinque terre.

La settimana scorsa, Roma. Oggi, La Spezia.

Calamità naturali? La pioggia di questi giorni non lo è. Lo è un terremoto, uno tsunami; lo è un tifone, un uragano. Non può esserlo un temporale.

Eppure in Italia si muore di temporale.

Nessuno ha pensato, in questi anni, di mettere in sicurezza gli argini dei fiumi, di rinforzare i ponti, di tutelare i piccoli centri abitati; gli enti locali non fanno la manutenzione di caditoie e fogne,  con due dita di pioggia si allagano le città.

Il Paese di burro si scioglie sugli anziani che muoiono negli scantinati allagati, sulle ragazze che soffocano nelle auto intrappolate.

Perché?

La risposta è nella scenetta iniziale.

La classe politica che si insulta sulle mogli, sugli scandali reciproci.

“Avete Dell’Utri, Cosentino, Verdini. Siete tutti sotto processo”, urlano a sinistra.

“Pensate a Penati”, urlano a destra.

La classe politica che lottizza tutto: i servizi segreti, la guardia di finanza, i telegiornali, la protezione civile, fino all’ultimo ente territoriale; una lottizzazione, a sua volta, finalizzata a drenare soldi, finanziamenti, appalti, e a distribuire stipendi e prebende. Questa classe politica si asciuga il lacrimone di circostanza sui morti di temporale e poi si accapiglia su quello che davvero gli interessa.

Sé stessa.

La gente ci muore, ma chi se ne frega. Alla Camera si litiga su altro. La moglie di Fini, la moglie di Bossi.

Che cosa si deve aggiungere?

E dopo?

La Merkel e Sarkozy, in conferenza stampa, che, a una domanda su Berlusconi, se la ridono.

E’ il video del giorno. Gira molto, lo trovate qui.

Tutti ne hanno dato la seguente lettura: il nostro premier ha perso qualunque credibilità e la fa perdere al Paese.

C’è del vero.

E’ chiaro che avere un governo bloccato, con un premier imputato in alcuni processi e indagato per prostituzione minorile non giova alla nostra immagine internazionale. Come non ci aiuta avere un ministro come Bossi, che fa due pernacchie ogni volta che lo intervistano. Non ci giovano l’inglese di La Russa e il sorriso bamboccione di Frattini mentre nega l’evidenza su Lavitola. Non ci giovano il bunga bunga e tre manovre finanziarie che non hanno deciso nulla, se non qualche tassa in più sui soliti lavoratori dipendenti e pensionati.

Ma la mia domanda è: sciolto questo circo che, credo, stia stretto allo stesso Berlusconi, abbiamo risolto i problemi dell’Italia?

Se pensiamo questo, siamo fuori strada.

Sostituiamo Berlusconi-Tremonti-Bossi con Bersani-Di Pietro- Vendola e tutto cambia?

Ho i miei dubbi.

Certo, è difficile che facciano peggio. Ma il problema, oggi, è tirare fuori l’Italia dal pozzo. E per farlo ci vogliono coesione, coraggio e idee chiare.

Un governo di centrosinistra sarà in grado di dire, finalmente, che non si può mandare la gente in pensione quando è ancora giovane e in grado di lavorare, anche se ha versato decenni di contributi?

Sarà in grado di dire che in un Paese moderno non si va in pensione quando hai versato tot contributi ma quando l’età non ti consente più di lavorare in maniera efficiente. Quindi, se l’età media si è alzata, se la qualità della vita è cresciuta, non ha senso mandare la gente in pensione a 57 o 58 o 60 anni, quando può ancora lavorare e produrre. Si va in pensione, tutti, a 65 o a 67, e se hai versato molti contributi prendi di più.

Un  governo di centosinistra sarà in grado di dire che con i risparmi della riforma delle pensioni si fa un grande progetto di redistribuzione sulle giovani generazioni, in termini di previdenza speciale e tutele in caso di disoccupazione?

Un governo di centrosinistra sarà in grado di dire alle imprese che la flessibilità serve per aiutare l’ingresso nel mondo del lavoro, e che va pagata di più rispetto al tempo indeterminato, e che non può sostituire il contratto fisso perchè solo questo dà stabilità ai consumi e al progetto di vita?

Un governo di centrosinistra sarà in grado di cancellare gli ordini professionali, queste mafiette che, con la scusa di disciplinare l’accesso alle professioni, in realtà gestiscono gli ingressi sulla base delle appartenze familiari, amicali, clientelari, dei loro mille circoletti affaristici?

Un governo di centrosinistra sarà in grado di tassare patrimoni, rendite, speculazioni e succhiasangue, e di detassare, in proporzione, chi i soldi li investe nella produzione e nel lavoro, assumendo rischi e persone?

Un governo di centrosinistra sarà in grado di combattere la corruzione, che altera il mercato e dissangua le aziende? Sarà in grado di combattere le mafie, sul versante economico e criminale, che compromettono lo sviluppo di intere zone del Paese? Sarà in grado di combattere l’evasione fiscale, che semina ingiustizia e sottrae risorse? Sarà in grado di semplificare la burocrazia, non cancellando le regole ma facendone poche e chiare? Sarà in grado di aprire i gruppi dirigenti al merito e spezzare il circuito clientelare e associativo e familistico e amicale su cui si basa, in Italia, l’accesso a tutto?

Io temo di no, ed è una paura insidiosa perchè mi consuma la speranza in un cambiamento necessario.

Oggi, di fronte a un governo chiaramente paralizzato, stiamo aspettando la sua caduta e l’apertura di una fase nuova. E, come il sabato del villaggio, ci nutriamo gioiosi dell’ attesa.

Ma dopo?

La bassa credibilità dell’Italia non è solo il frutto degli ultimi tre anni di Berlusconi, e della sua presenza politica dal ’94 ad oggi, o imprenditoriale dagli anni Settanta ad oggi.

E’ il risultato, invece, della lunga storia di un Paese bloccato, dove, negli ultimi diciotto anni, il centrosinistra ha vinto le elezioni due volte, garantendo, in entrambe le occasioni, un governo più dignitoso di quello attuale, ma non riuscendo comunque a cambiarlo, questo Paese.

Ci riuscirà alla prossima tornata con Bersani-Vendola-Di Pietro, magari con Casini-Fini-Rutelli in panchina?

Io me lo auguro, ma ho grossi dubbi, e mi dispiace.

Vedo lo stesso personale politico degli ultimi venti anni, gli stessi slogan, le stesse titubanze, gli stessi conflitti interni, gli stessi riti, le stesse, stanchissime, dichiarazioni, le consumatissime tattiche.

Spero di sbagliarmi. Spero che qualcosa si illumini sulla scena e che si veda una novità che al momento manca.

Intanto, mi consolo così. Perchè prima di ridere degli altri sarebbe il caso di ridere di sé

 

Lavitola, il bucchinariello

Un figlio di buona donna. Uno che ci sa fare. Un furbo. “Uno buono”, si dice a Napoli.

Quanti modi per indicare chi riesce a muoversi con destrezza e abilità.

Nemmeno una di questa espressione fa riferimento ad un’abilità tecnica, ad una competenza, ad un sentimento. Non sono necessari.

L’affermazione di sé viaggia su un’altra direttrice: la faccia tosta, la spregiudicatezza, la capacità manipolatoria, la bugia come sistema di comunicazione, l’intreccio, l’inciucio, la relazione. L’assenza di qualunque regola.

Penso a Valter Lavitola, e mi accorgo che nessuno meglio di lui, oggi, può essere il simbolo di questa Italia.

Mi meraviglio che non sia riuscito a farsi inserire in una lista bloccata e ad entrare in Parlamento. Ne avrebbe avuto diritto e titolo.

Come certi personaggi di Alberto Sordi degli Anni Settanta, Lavitola è il prototipo dell’Italia dei demeriti. Come Sordi quando interpretava un mercante d’armi o il padre borghese piccolo piccolo, che voleva sistemare il figlio al Ministero, e dispensava inchini e regali, così Lavitola, con metodi più moderni, chiama le segretarie dei potenti, è insistente, è felpato, è arrogante, è tutto quello che serve, quando serve.

Telefona a Berlusconi e gli dice una cosa, poi chiama Cicchitto e gli dice il contrario, poi chiama la segretaria di Frattini e gliene dice un’altra ancora, e poi incrocia tutti gli inciuci, nuota nelle sue stesse balle, e nel caos, rimane sempre a galla.

Gestisce un giornale fantasma e prende venti milioni di euro in sette anni di finanziamento pubblico. Venti milioni di euro. Se ne dessero un terzo al Coordinamento dei giornalisti precari della Campania, farebbero nascere, dal basso, un sistema di comunicazione integrato web/carta/tv/social network che darebbe lavoro, conoscenza, utilità sociale.

Ma lui è “bucchinariello”, gli altri no.

Lui è un’anguilla, chiama il generale della Finanza, vicecapo dei servizi segreti, e lo sfotte: “non è che mi puoi procurare una di quelle penne che sparano, come nei film?“. Poi gli dice “Paolè, sistemiamo quella cosa. Ho parlato col capo”. Ed è tutto vero. Non è un film. Quello davvero è un generale della Finanza.

Poi chiama la segretaria di Frattini, e si presenta alla Farnesina per incontrare il vicepremier albanese. Gli dicono mettiti nell’angolo, esci a sorpresa. Ed è vero, non è un film.

Poi vola in Sudamerica con l’aereo di Stato con Berlusconi. Scende dietro di lui col sorrisone, stringe la mano e passa in rassegna. Ed è vero. Non è un film.

Poi chiama il capo e gli dà consigli su come fare questo e quello. Raccomanda uno per il Comando della Guardia di Finanza. Va a letto con la moglie dell’amico. Prenota una maserati. Piglia porte in faccia ma non gli fanno niente. Si rialza come quei pupazzi gonfiabili che agitano le braccia nei luna park.

Sempre in piedi, Lavitola. Viaggia, gira, telefona.

Ma che mestiere fa? Ma che studi ha fatto? Qual è la sua abilità? La sua competenza? Che cosa sa fare?

Chi se ne frega.

E’ uno buono, uno che ride, piange e fotte. Quasi tutto al telefono. Viaggia, muove cose, conosce gente. E’ uno che ci sa fare. Si sa muovere. Questo conta e questo basta, nel Grande circo Italia.

“Con la lingua si va in Sardegna”, diceva mio nonno, perchè andare in Sardegna, da Napoli, ai suoi tempi, significava spararla grossa. Con la lingua si va ovunque. Lui si riferiva alla parlantina ma il favoloso mondo di Lavitola prevede anche usi diversi. Leccare il culo a quelli giusti, sputare veleno su quelli sbagliati.

A mio nonno, però, Lavitola non sarebbe piaciuto. La sua generazione era quella dello scrupolo di coscienza e della questione di principio.

Che fine hanno fatto queste espressioni? Chi le pratica più? Chi rinuncia, oggi, a qualcosa per uno scrupolo? Chi si rende la vita più complicata per un fatto di prinicipio, per difendere un valore in cui crede?

Lavitola, l’albertosordi del nuovo secolo, di certo non se ne fa. Lui crede solo in sé stesso.

Lui è un vincente. Lui è italiano.

Sonoramente e profondamente indignati

Il prete che in un comune del Napoletano va a dire messa in campagna, dove si nasconde il vecchio boss di camorra, latitante da dieci anni, che ogni domenica ha voglia di farsi la comunione.

Il politico che ha fatto tutta la vita lo spiccia faccende del camorrista e viene premiato con un seggio in Consiglio comunale.

Il commerciante che per non pagare la tangente, all’occorrenza, nasconde la pistola o la droga sotto il bancone.

Il caporale che la mattina va a caricarsi una decina di immigrati da arruolare come uomini di fatica, a nero, nelle campagne o nei cantieri, a dieci euro al giorno più due “marenne”.

Il commercialista che porta i conti e offre consigli al prestanome di camorra sul riciclaggio del denaro.

Il professore universitario che ha sistemato due figli, la moglie, una nuora e l’amante nella facoltà dove insegna.

L’ispettore dell’Inps che chiude un occhio con un piccolo regalo.

Il padre di famiglia che beve mezza bottiglia di chivas mentre gioca a carte, ma si incazza se il figlio si fa una canna.

Lo stesso padre di famiglia che, prima di tornare a casa, la sera, si fa un giro sul viale buio e passa qualche minuto con la puttana nera, ma la mattina dopo dice che schifo, quel viale, dovremmo mandarli tutti a casa.

Il sindacalista che piazza il figlio nell’azienda di cui dovrebbe tutelare i lavoratori.

Il senatore condannato in secondo grado per mafia.

Il grosso imprenditore che corrompe i giudici, i finanzieri, porta i soldi all’estero, paga la gente a nero.

Il gioielliere che compra i rolex rubati sottoprezzo e poi li mette in vetrina come nuovi.

Il dipendente pubblico che si fa timbrare il cartellino dal collega.

Il sindaco che intasca la tangente dall’impresa e la divide con gli assessori.

L’evasore fiscale.

Il falso invalido.

Che cosa accomuna questi personaggi?

Sono tutti indignati per le violenze dell’altro giorno a Roma.

Sonoramente e profondamente indignati.

L’Italia dei cachi, l’Italia dei furbi, l’Italia che quello che vale per me, non vale per te, l’Italia dei cazzi miei, l’Italia del massimo profitto e del minimo sforzo, l’Italia dell’ingiustizia permanente, l’Italia della demeritocrazia, l’Italia delle mignotte e dei ruffiani, fa la morale ai teppisti.

Non si spaccano le vetrine, non si rompono le “marunnelle” di gesso, non si appicca il fuoco ai blindati, non si lanciano le pietre, soprattutto se dopo non nascondi la mano.

“Tu da che parte stai? Dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti, rubando?”, canta De Gregori.

Può questa Italia fare la morale a chi spacca i bancomat?

So già che questa brutta domanda rischia di farmi iscrivere al ruolo dei violenti. Non me ne cruccio. Non ho difficoltà a dire che sono nettamente contrario a quanto avvenuto a Roma e ad ogni protesta violenta. Sono contrario come lo sono, però, a tutte le violenze diffuse di questo Paese, quelle quotidiane, quelle sottili e dolorose come la goccia sulla pietra, a cui ormai sembriamo tutti assuefatti.

Mi feriscono i teppismi plateali, ma anche quelli felpati.

E mi piacerebbe che la stessa indignazione che si è sollevata in queste ore contro quelle azioni, si facesse coro contro la profonda immoralità di questo Paese, contro l’anima marcia di ciascuno, contro la doppia faccia, e gli innumerevoli affluenti dell’ingiustizia.

Ma so che non sarà così.

Quelle violenze di piazza, anzi, saranno un comodo alibi per continuare così. Come quei contatori elettrici che scaricano la massa a terra. Ci battiamo tutti in petto. Siamo così patrioti, e devoti all’ordine e alla legge.

Il Ministro Maroni, condannato, in via definitiva, a 4 mesi di carcere per resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, perché ha tentato di mordere il polpaccio a un poliziotto durante una perquisizione ad una sede della Lega, ha tuonato “delinquenti!”, contro quei teppisti a cui io non  faccio la morale, ma che chiamo coglioni.

Vi chiamo coglioni perché ogni volta che lanciate una pietra, o un estintore, o afferrate un bastone, sentendovi grandi e forti, il gigante gode e ride, come se gli faceste il solletico.

Ogni volta che scendete in piazza, la battaglia si perde. E’ sistematico. Non ne avete vinta una. Anzi, secondo me portate quasi sfiga.

Siete ovunque, e si perde sempre. Ovunque comparite, è una sconfitta.

Allontanate la gente pacifica, smembrate i movimenti, oscurate le ragioni della protesta, e legittimate la repressione.

Ci sarebbe quasi da farvi Cavalieri della Repubblica di queste banane, altro che pena esemplare.

Io questo film l’ho già visto

Sono stato a lungo indeciso se dire o no qualcosa sulla manifestazione di ieri a Roma. Ne parlo con un sottofondo di noia.

Non sono né sotto shock né incazzato né sorpreso. Sono solo annoiato, come quando vedi lo stesso film otto volte di seguito. Io le cose di ieri le conosco, le ho già viste. E ho già sentito tutti i dibattiti, compreso Giletti che a Domenica in si fa tremare il labbro di sotto dicendo “delinquenti!”.

Che noia questa Italia sempre uguale.

Certo, fanno impressione le immagini dei teppisti che sfondano vetrine, danno fuoco alle auto, incendiano bandiere, sfondano porte, distruggono perfino statue sacre; e le sagome dei blindati che ronzano come vespe impazzite nei piazzali di Roma, di poliziotti attoniti.

Ma io le ho già viste.

Non voglio parlare di Genova, posso ricordare le più recenti proteste antidiscarica in Campania, o la manifestazione degli studenti, sempre a Roma, pochi mesi fa. O gli scontri con i No tav, in Val di Susa. Ogni volta, il giorno dopo, lo stesso trito dibattito, fondamentalmente tra due scuole di pensiero.

La prima è che i teppisti siano al soldo della polizia, o comunque tollerati da questa, perché rovinino dall’interno le manifestazioni e tolgano la voglia alle persone pacifiche di scendere in piazza per il futuro. Questa teoria l’ho sentita a Genova, quando si diceva che la polizia lasciava indisturbati i black bloc ma caricava i ragazzi.

O a Roma, con gli studenti, quando vennero diffuse la foto di un finanziere a terra, scalciato, mentre presunti colleghi in borghese assistevano impassibili.

La seconda teoria, di segno opposto, é che i teppisti siano tollerati, o addirittura aiutati, da segmenti della protesta, che fingono di dolersi della violenza ma in sostanza la fomentano. Anche questa l’abbiamo sentita, ovviamente da destra, in occasione di Genova, o dei No Tav, e anche ieri.

Io, per una cronica ingenuità, diffido della complottistica. Mi sembrano fantasie allucinate, come quella di chi sosteneva che gli aerei contro le torri gemelle li aveva teleguidati Bush. Non credo alle trame raffinate, anche se, in qualche caso, la storia di questo Paese, ha evidenziato deviazioni e infiltrazioni.

Non faccio mia, quindi, in senso assoluto, nessuna delle due teorie. Ma credo, per certi aspetti, ad entrambe. Esiste un blocco violento, in questo Paese. Lo conosciamo. Si alimenta intorno a certi ambienti. Un blocco che trova legittima, se non necessaria, la violenza. Ritiene inutili le manifestazioni pacifiche. Pensa che solo forzando la legge e i limiti si possano ottenere risultati (non so quali, ma non sono proprio capace di entrare nella loro logica). Lo abbiamo visto in azione un po’ ovunque. Ieri, in modo più aggressivo. Ma non molto diversamente con i pullman incendiati a Chiaiano o con le sassaiole in Val di Susa.

Questo blocco violento non è combattuto con la dovuta decisione dalle forze dell’ordine, e questo mi sembra evidente. Agisce da anni, con puntualità, senza trovare un ostacolo serio nell’attività investigativa, di prevenzione e di repressione. Ma questo blocco violento non è neppure espulso con la dovuta durezza dalla politica. Anzi. Ci sono ambienti che gli lisciano il pelo, ne prendono i voti, ci si strusciano come le gatte ai piedi delle sedie. Salvo poi fare mille distinguo quando la violenza esplode.

Prima si tollera, da una parte e dell’altra, poi ci si indigna. Mi sembra la solita commedia all’italiana. Un atteggiamento che mi appare come l’immagine riflessa, nel conflitto, dello stesso blocco che tiene paralizzata l’Italia su tutti gli altri fronti. Posizioni precostituite, nessun coraggio della verità, veli di ipocrisia a coprire le appartenenze, e i limiti.

Una sorta di generale copertura omertosa e reciproca. Invece dovremmo dirci la verità, cruda, dura, nuda. Una grande operazione di smascheramento delle ipocrisie. E ripartire da lì. Ma ne saremo mai capaci? Ma saremo mai capaci di dircela tutta, la verità, su questo Paese paralizzato, che oscilla perennemente tra la farsa e la tragedia?

A me sembra che ne siamo ben lontani. E la giornata di ieri non ha tolto e non ha aggiunto.

Ecco perchè mi annoia. Questo film l’ho già visto.

I riciclatori

Ho pubblicato sul sito web Napolinews24 un articolo su denaro, camorra e riciclatori, che parte da una ottima iniziativa dell’assessore al Comune di Napoli, Narducci.

Lo linko anche qui, sperando possa essere di interesse per i visitatori di questo blog.

Qui, invece, c’è una intervista che Webdopera ha voluto farmi su quel troppo celebrato post dello Jobs napoletano.

 

Seicento palle

Lo ha detto ieri il sindaco di Napoli, De Magistris, a Presa diretta. “La volontà è tutto, se c’è volontà si può fare una rivoluzione, realizzare qualunque sogno”.

Lo ha ripetuto l’allenatore del Napoli, Mazzarri, in una trasmissione sportiva. “Con il carattere si arriva ovunque”.

E’ più o meno quello che ripete la Lega, da anni, al Sud: “se siete ridotti così è perchè non avete voglia di fare niente. Tirate fuori le palle e ne uscite”.

Io non sono d’accordo, e trovo che questa orribile retorica delle palle sia solo un espediente. Per un sindaco, ha l’obiettivo di far immaginare un possibile cambiamento, che ovviamente deve avere lui come protagonista. Per un allenatore, serve a motivare la squadra. Per la Lega, serve a nascondere le responsabilità dello Stato e delle istituzioni su una situazione intollerabile di ritardi e ruberie a danno del meridione.

Fanno la retorica della volontà in modo strumentale, per un loro obiettivo.

Ma come stanno davvero le cose?

Stanno che la volontà non basta, che di palle ne puoi avere anche seicento, ma non sono sufficienti. Naturalmente, non voglio passare all’eccesso opposto. Non dico che il carattere, la personalità, la determinazione, la grinta non servano. Sono necessari e possono portare lontano. Ma non bastano. La retorica delle palle è figlia di una visione individualista. Tutto dipende da me, da quanta grinta ci metto. Non è così. Viviamo una società di scatole cinesi. Una matrioska collettiva. Siamo uno nell’altro. Posso avere la più brillante delle idee, la più rigorosa delle determinazioni, la più cazzuta delle volontà, ma se i fattori esterni mi remano ostinatamente contro, non ce la faccio, non vado oltre, mi fermo, mi paralizzo.

Mi passa il genio, si dice a Napoli, non a caso.

L’Italia è una rappresentazione evidente di tutto questo. Si può dire che il nostro Paese vive questa terribile condizione di arretramento perchè gli italiani non hanno le palle?

No, perchè gli italiani, quando vanno all’estero, dimostrano talento, qualità, forza. Nel contesto giusto, sono eccellenze riconosciute. E allora, dobbiamo interrogarci su quanto fa, questo Paese, per mettere a frutto le sue migliori risorse, per aprire gli spazi, per liberare l’aria.

Basta essere geniali, folli, affamati, determinati, per realizzare un successo? Se la burocrazia ti impaglia, se le banche ti deridono, se i potentati reclutano su appartenze, clientele, reti amicali e parentali, se la corruzione ti dissangua, se la camorra ti prosciuga, se nessuno scommette sul talento, non basta che tu le abbia.

Fallirai.

Anche con seicento palle.

Ho sognato Vittorio Sgarbi

Stanotte ho sognato che riempivo di botte Vittorio Sgarbi, mentre ero ospite in tv.

Non sto bene, è chiaro.

Questa storia mi ha mescolato i pensieri già disordinati. Vedo il mio nome ovunque e mi sento un po’ dissociato. C’è un altro me in giro.

“Torna subito a casa”. Lo farà. Sabato mattina ero uno sconosciuto, sabato prossimo tornerò ad esserlo.

Intanto, però, è il caso di fare una piccola riflessione su quello che è successo.

Se avessi pubblicato il mio breve racconto sullo Steve Jobs napoletano sull’Unità, lo avrebbero letto 43.682 persone.

Se lo avessi pubblicato sul Sole 24 ore lo avrebbero letto 258.183 persone, ammesso che tutti gli acquirenti del quotidiano si fossero fermati su quel pezzo. Se lo avessi pubblicato sulla Stampa lo avrebbero letto 273.007 persone. Sul Messaggero, 187.707. Sul Mattino, 70.993.

Invece l’ho pubblicato sul mio blog: una paginetta semplice, su una piattaforma gratuita, con un tema grafico predefinito, senza fronzoli, senza costi, né per chi scrive né per chi legge, senza pubblicità, e lo hanno visualizzato, 320mila volte in cinque giorni, con più di 700 commenti e 500 persone che si sono abbonati al blog per ricevere i futuri aggiornamenti.

L’ho pubblicato sul web, l’ho interfacciato ai social network, ed è diventato un fenomeno, chiamando, paradossalmente, i media tradizionali, a rincorrerlo con l’affanno.

Non tanto il tema del racconto ma il suo trasformarsi in evento.

Il Fatto quotidiano lo ha messo a tutta pagina tre giorni dopo, nella rubrica mondo web. Il Corriere della Sera lo ha messo in home page due giorni dopo. Il Mattino, con cui collaboro, mi ha fatto scrivere un pezzo tre giorni dopo. Il Secolo XIX e Vanity fair ne hanno parlato tre giorni dopo. RaiUno mi ha invitato il martedì mattina.

Tutti a parlare della moltiplicazione dei contatti, perché per loro la notizia è questa. Fa eccezione – devo dirlo – la7, che mi ha chiamato alla bella trasmissione “l’Aria che tira”, a parlare del contenuto del racconto. E gli stranieri. Le Monde, a pagina due, ha raccontato la storia di Stefano Lavori, facendo appena un accenno al successo sul web.

Gli interessava il tema. Gli altri, invece, sul fenomeno.

Come i vecchi che, con un misto di nostalgia e rabbia, sono stupefatti dai giovani, i media tradizionali restano a bocca aperta di fronte a questi numeri, e sembrano non rendersi conto, o non voler pensare, che è cambiato tutto.

Chiunque, come uno qualunque sono io, può alzarsi una mattina, scrivere una cosa e avere 300mila lettori, come il più grande quotidiano italiano.

Non sono un esperto di nulla, e quindi non sono in grado di fare analisi e dotte disquisizioni. Ma i numeri consegnano a me, e a chiunque voglia leggerli, un dato evidente. A cui bisogna fare attenzione.

Arianna Huffington, a Milano, ospite dello Iab forum, annunciando che il suo quotidiano on line (che è riuscito a superare il New York Times quanto a lettori online) sbarcherà anche in Italia, lo ha detto con chiarezza.

“Meno male che c’è internet”, ha detto la Huffington, ricordando come il potere dei social media sia “inesorabile, incessante”. Questa è “l’epoca d’oro del giornalismo online”, quella in cui la comunicazione non è più “univoca”, ma dà opportunità sia per trovare contenuti che per stimolare il dibattito.

Il web dominerà il mondo dell’informazione. Senza uccidere la carta stampata, probabilmente. Ci sarà un nucleo nostalgico che resisterà. Così come si manterrà un alone di maggiore autorevolezza sulla pagina uscita dalle rotative. Tuttavia, è bene che i giornali tradizionali facciano presto a capire la lezione. Mettano le loro migliori risorse sul web, svecchino le redazioni, dove ci sono matusalemme che dettavano i pezzi dai telefoni delle cabine, riscrivano le regole del cartaceo, si mescolino ai social, senza scimmiottarli e senza replicarne, passivamente, i contenuti.

Imparino una nuova lingua, altrimenti saranno perduti.

Stefano Lavori e Gomorra

Qualche anno fa – era il 2006 – scrissi un racconto che, secondo me, ha un senso rileggere oggi, alla luce del dibattito che si è aperto su “Stefano Lavori”.

Fu pubblicato sul blog collettivo di nazione indiana.

Fu una volontà esplicita dello stesso Roberto Saviano, che ho conosciuto nella sua prima vita, quella di coraggioso cronista di strada. Lui lo lesse in mail e volle farlo pubblicare.

Lo ripropongo qui, sperando che ci aiuti a continuare la nostra riflessione collettiva (a proposito, siamo arrivati a 300mila contatti, una platea enorme; siamo noi, ci siamo autopromossi, abbiamo costruito uno straordinario esperimento di comunicazione collettiva. Più che del mio post, contano le centinaia di commenti. Un mondo di lettori/attori che diventano protagonisti. C’è da riflettere).

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Giada e Gomorra

“Me lo presti questo libro?”. Giada è in piedi davanti alla mia scrivania, con la sua solita borsa larga, color crema, a tracolla e un paio di stivaletti corti e mosci, come si portano adesso, e il puntino di brillante conficcato nella narice sinistra, e i capelli tinti di rosso fiamma, e l’orologio sul polsino della maglia in pile quechua comprata da Decathlon Giugliano a nove euro e novanta, e un cinturone di cuoio nero con medaglione a forma di piramide, e un jeans chiaro con una catena luccicante d’argento che scende dalla tasca destra e si allunga sulla coscia.
Giada ha gli occhi blu disegnati da Walt Disney. Li ha prelevati, via dna, dalla mamma, Laura, che conosco da 34 anni, da quando io avevo 4 anni, e lei pure. Laura è stata la sorella che non ho mai avuto (non che l’abbia mai desiderata); mi sono turbato, intorno ai dieci anni, quando le ho visto spuntare due piccole dune sotto la canotta; mi sono disturbato quando ho visto comparire sotto alle sue ascelle una peluria nera e morbida; mi sono contratto quando ho sentito che era una femmina. Mi sono amareggiato quando l’ho vista fuori della scuola abbracciata a uno della quinta. Mi sono inorgoglito quando mi ha fatto una furiosa scenata di gelosia dopo aver saputo che uscivo con Paola.

Mi sono commosso quando è stata una notte intera nella mia stanza, dopo la morte del padre, a piangere, a ridere, a stare zitti, a ricordare, a vedere l’alba, la prima alba senza il padre, a fare una colazione pigra, stanchissima, come dopo i veglioni. Mi sono tremate le gambe, molli, quando a 18 anni, io e lei insieme, abbiamo fatto per la prima volta in assoluto l’amore. Continuando a farlo per mesi senza dirci nulla e senza mai “metterci” come ci si metteva e ci si lasciava a quell’età. Mi è mancata molto quando ha deciso che non dovevamo vederci più perché la cosa la mandava in confusione. Mi si è strozzato il respiro nel lungo tempo senza di lei. Mi è sembrato un secolo quando, anni dopo, con vite formate, tutto sommato definite, è ricomparsa e mi ha sorriso. Mi ha fatto felice quando ha voluto che fossi io a portarla all’altare, per sposare Giuseppe. Ed ero lì, quando aveva appena partorito Giada, con quegli occhi blu che stamattina mi sgrana davanti e mi chiede di prestarle un libro, quel libro.

Giada vuole Gomorra. La sua richiesta mi lascia di sasso. Giada ha 14 anni, fa la prima al liceo scientifico Segrè di Marano; Marano è un bel paesone in provincia di Napoli: 60mila abitanti stretti stretti tra la collina borghese e guardinga di Vomero-Arenella-Camaldoli e la pianura plebea e rumorosa di Chiaiano-Piscinola-Scampia. Giada ha perso un anno. In questi casi si dice che zoppica. Ha un po’ di problemi a scuola, la mamma è preoccupata e mi ha chiesto di aiutarla. Io le do ripetizioni di qualcosa ma lei mi prende poco sul serio. In realtà mi incanto nei suoi occhi blu e penso a come sarebbe stato avere una figlia così. E sposare Laura.
Chiedo a Giada perché vuole Gomorra. E lei mi risponde: “per leggerlo”. Già.

Ma mi chiedo perché Giada vuole leggere; perché vuole leggere un libro; perché vuole leggere Gomorra.
Giada è una di quelle ragazze che a Marano girano sul motorino, in tre (lei è quasi sempre quella di mezzo), senza casco, il sabato pomeriggio; una di quelle ragazze che a Marano stazionano fuori della pompa di benzina di Corso Europa oppure sulle panchine della via principale o sul muretto della scuola, fumando marlboro light. Quando non passa il tempo così, Giada va al centro commerciale con le amiche. Ci arriva in motorino. Prima andava alla galleria Auchan di Mugnano, che prim’ancora si chiamava Città mercato. Prendeva un supplì, un pezzo di pizza da spizzico e camminava tra Carpisa e Pezzuto. Da quando hanno aperto l’iperAuchan di Giugliano, Giada va lì e passeggia nell’enorme corridoio tra le casse e i negozi, fa le vasche e struscia avanti e indietro.
Non ho mai visto Giada leggere un libro. L’anno scorso le proposi “tre metri sopra il cielo” di Federico Moccia; speravo di conquistarla alle parole. Lei mi fulminò dicendo che se a scuola avessero scoperto che stava leggendo un libro (così) l’avrebbero sfottuta per almeno sei anni (quanto mancava al diploma, secondo i suoi realistici calcoli).
Oggi, però, di fronte alla mia scrivania, Giada mi chiede Gomorra. “Che ne sai di questo libro?”, le chiedo. “Lo conoscono tutti”, mi risponde fulminea.

Mi ricordo improvvisamente che Giada, quasi due anni fa, aveva sul desktop del suo cellulare la foto di Cosimino Di Lauro in manette. Cosimino Di Lauro è il figlio di Ciruzzo ‘o milionario, il boss di Scampia e Secondigliano. L’erede al trono. Cosimino è quello che ha scatenato la guerra contro gli scissionisti. Fu arrestato di notte, nel Terzo mondo, un quartiere di Secondigliano. Fu portato al Comando provinciale dei Carabinieri di piazza Carità. Nel cortile della caserma si radunarono circa 400 persone per salutarlo. Quando uscì in manette era l’alba. Stretto tra i carabinieri in pettorina blu, scese i gradini con flemma e a petto in fuori. Con i capelli lunghi e lisci tenuti da una coda di cavallo, con un cappotto nero di pelle e un dolcevita di lana, sempre nero, guardò dritto negli obiettivi. Un fotografo fissò gli occhi di ghiaccio di Cosimino, la sua bocca serrata, la sua smorfia di potere. Quello scatto finì sui giornali. E su internet. E comparve sui cellulari dei ragazzi di Napoli, e di Marano. Perché? Perché Cosimino era “tuost”. Lo disse anche Giada. “Cosimino è tuost, ed è pure bono”, aggiunse. Un rampollo di camorra, un boss sanguinario che a 25 anni ordina una carneficina, dicendo (espressione raccolta da una intercettazione) di voler scatenate la guerra mondiale contro i traditori (gli scissionisti); un capo banda finisce sugli schermi dei cellulari degli adolescenti. Come un poster, come la foto di Simon Le Bon ai miei tempi. Un idolo. Un bono irraggiungibile. Un tuost, uno tosto. Un camorrista.

Oggi Giada mi chiede Gomorra. E io provo a capire cosa le interessa. “I guaglioni lo stanno leggendo tutti – mi dice -; a scuola se lo passano”. Prendo il libro, lo sfoglio rapidamente facendo suonare le pagine. Mi chiedo che cosa di quel grosso grumo di sangue possa colpire la fantasia di una ragazzina. “Ma lo sai di che parla questo libro?”, le chiedo. “E come non lo so”, risponde. Me lo toglie di mano e va a cercare una zona precisa del libro. Fatica a trovarla. Poi la vede. Legge. Ride. Sono i soprannomi dei camorristi di Secondigliano, di Miano, del Terzo Mondo, del Don Guanella, di Scampia, di Piscinola, anche di Marano. I soprannomi di morti e vivi che hanno fatto la guerra e che a un certo punto, morti o vivi, si sono placati. “S’mor, s’mor”, dice, ridendo, Giada, con involontaria, agghiacciante ambiguità. Si muore, si muore…si muore dal ridere. “Me lo presti, ià”, ripete Giada, implorandomi con gli occhi blu sgranati, proprio quelli della mamma.

Chiamo Raffaele, vicepreside di liceo, insegnante di lettere, amico di infanzia, compagno di letture, collega di cronache giornalistiche e di timidissime esplorazioni anticonformiste abortite in postifissi-mogliagiate-amantipèrete. Gli chiedo di Gomorra. “Eccezionale”, dice. “Lo so”, replico, “ma non è questo che mi interessa”. Gli chiedo se gli risulta che il libro va molto tra i ragazzi, tra gli adolescenti di Marano. Lui mi dice di sì. Senza alcuna titubanza. “A questi ragazzi, la camorra li prende nella testa, nei nervi; la camorra gli piace”, mi dice Raffaele, “ne parlano con gli occhi che luccicano. Questi, a 14, a 15 anni, non comprano il Corriere dello Sport o il Guerin Sportivo, come facevamo noi; questi comprano Cronache di Napoli e stanno ore a guardare le capuzzelle”.

Le capuzzelle, nel gergo dei cronisti di nera (io e Raffaele abbiamo scritto, in due, almeno seicento pezzi di nera per Il Mattino tra il 1988 e il ’93) sono le foto tessera dei morti ammazzati e degli arrestati che i giornali pubblicano a margine dei pezzi. Un tempo, in cronaca, si mettevano in un angolo della pagina, non troppo in vista e mai troppe insieme. “Sennò sembra un cimitero”, ci ammoniva Franco, il caposervizio che faceva il menabò, la gabbia grafica della pagina, all’epoca disegnata con matita e righello. Oggi, Cronache di Napoli, un quotidiano di quasi tutta nera, che vende migliaia di copie tra Napoli e la provincia, pubblica ogni giorno, in apertura di prima pagina, decine e decine di capuzzelle. Un mattinale di morti, arresti, denunce tutti corredati di foto tessera messe una accanto all’altro con i nomi, l’età, il soprannome. “I ragazzi guardano le capuzzelle – mi dice Raffaele – e provano a riconoscere le persone; si fanno vanto di conoscere il cugino di tizio, il fratello del cognato di caio, o addirittura uno di questi in persona. Ne seguono ammirati le avventure. Recitano a memoria il codice penale; per loro l’associazione è il 416 bis, l’articolo del codice penale del concorso in associazione mafiosa. A volte penso che se la Panini facesse l’album con le capuzzelle dei camorristi, dalle nostre parti, farebbe soldi a palate”.

Resto al telefono in silenzio. Il silenzio al telefono è impossibile. Un apparecchio fatto per parlare e per ascoltare non consente pause, non tollera i silenzi. E infatti sento Raffaele che, dopo qualche secondo, dice: “pronto? Pronto? Ci sei?”. Lo rassicuro e gli dico che tutto questo non smette di sconcertarmi. Lui ne sorride. “Ma non ti ricordi della suoneria del camorrista?”
Il camorrista è un film di Giuseppe Tornatore, con Leo Gullotta che fa il commissario di polizia e il grugno feroce e grottesco di Ben Gazzara che fa Raffaele Cutolo. Tornatore girò il film sulla base di un libro di Joe Marrazzo, grande cronista di nera, padre dell’attuale presidente della Regione Lazio; una biografia del camorrista di Ottaviano che, negli anni Settanta e Ottanta scatenò una delle più feroci guerre di camorra che si ricordino.

Questo film – bello teso nero – è stato girato nel 1986. Giada non era ancora nata. E io facevo ancora l’amore con la mamma. Il film, al cinema, non ebbe grande successo ma divenne, improvvisamente, un cult per le televisioni private napoletane che lo mandano in onda, ancora oggi, in continuazione.
Io l’avrò beccato almeno duecento volte.
La colonna sonora del film è una musica che sale nei timpani e che scandisce, come un battito, “tatatà-tatàtatàtatà”. Questa musica è diventata, qualche anno fa, una delle suonerie più diffuse sui cellulari dei ragazzi di Napoli e provincia. “Non ti dico le risate che si facevano in classe – dice Raffaele – qualcuno aveva messo in coda alla suoneria anche la voce di Gazzara che urlava ‘io sono il professore di vesuviano’ oppure ‘o malommo è nu guapp e carton’ “
La suoneria del professore di vesuviano. Me ne ero scordato. Un film tragico e nervoso sulla camorra, sulla morte, sulla follia, sull’appartenenza, dentro un paradossale rovesciamento, diventa un simbolo del mondo stesso che intendeva aggredire, mostrandolo nella sue crudezza.

E proprio la crudezza diventa icona pop, epopea.
Che giostra incredibile quella dove sali per girare verso destra e che, centrifugando, ti porta improvvisamente nelle direzione opposta.
Del resto, ce lo racconta Gomorra stesso che i guaglioni hanno il mito di Scarface, di tony montana, della villa imperiale, del naso che schiatta di cocaina, di strafighe strafatte. E la voce roca di Marlon Brando? Quante tempo, noi, sui giornali, abbiamo chiamato i boss di camorra, padrini?
“Questi fanno come con le pigne; sfogliano, sfogliano, lasciano cadere quello che non gli interessa e si prendono il cuore, i pinoli”. Raffaele è caustico nel ricordarmi di come tutto, qui, viene macinato e disperso. Film, canzoni, notizie. La denuncia costruisce miti, la narrazione fabbrica gli idoli, il bestseller moltiplica la celebrità e l’allume di ombelico del mondo; l’insieme produce gli stili, echeggia i linguaggi, affresca i passi quotidiani, parla di noi.
Di loro e quindi di noi.

Gomorra è finito sulla giostra. I ragazzi che gli si illuminano gli occhi quando parlano di camorra se lo passano come fanno con Cronache di Napoli con le capuzzelle, come si mandavano via mms la foto di Cosimino con il cappotto di pelle nera, come si schiattano di risa quando trilla la suoneria del professore di vesuviano. Gomorra è lo specchio della loro identità di gruppo, identità di zona. Esistono, se ne è accorta tutta Italia.
Come si fa coi poster: li attacchi al muro e segni la distanza tra quello che sei e quello che potresti essere, e misuri quanto ti manca, guardi l’orizzonte, con la vertigine del bordo. Un passo e ci sei dentro ma rimani di qua. O forse no. Una linea sottile che mette ansia o che rassicura.
Giada mi chiede Gomorra e io glielo presto.