A chi vuoi che importi?

Ieri è stato giorno di notizie. Due, in particolare: la terribile tragedia di Barletta, dove un palazzo si sgretola e travolge un gruppo di operaie al lavoro in uno scantinato, trasformato in una fabbrica tessile, uccidendone cinque; e l’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito.

Stamattina ho dato una occhiata alle prime pagine dei giornali italiani, e sono rimasto prima stupito, poi indignato. Ne ho esaminate quattordici, quelle dei principali quotidiani italiani.

Quattro grandi quotidiani non mettono la notizia della tragedia di Barletta in prima pagina.

Altri quattro la mettono, ma in minuscoli box, a piede di pagina o in un blocco notizie, come fosse un fatto minore.

Altri cinque la mettono con un po’ di evidenza, dedicandogli anche una foto, un taglio centrale o basso,  non in apertura.

Uno solo ci fa l’apertura, considerandola la notizia del giorno.

Il quotidiano che fa l’apertura sulla strage di Barletta è l’Avvenire, a dimostrazione, forse, che ci è rimasta solo la Chiesa a sentire, per certi versi, i drammi veri di questo Paese.

Niente notizia in prima pagina per il quotidiano comunista (sic) Il manifesto, che rimane indifferente alla morte sul lavoro di cinque operaie! Boxino indifferente per Il Fatto, che preferisce altri fatti ( i soliti: magistrati, ruby, fede) e per l’Unità (povero Gramsci), che magari domani ci ripensa e apre sul richiamo di Napolitano.

I grandi quotidiani nazionali che snobbano la tragedia e la confinano nelle pagine interne sono  Repubblica, Libero e il Giornale, a dimostrazione, per una paradossale convergenza, che sono tutti e tre così immersi nella furiosa partigianeria da non riuscire, ciascuno per la sua parte, a vedere il mondo, e a raccontarlo con uno sguardo lungo. Per loro, il crollo di un palazzo su un sottoscala dove lavoravano, senza misure di sicurezza, decine di donne (di cui cinque hanno perso la vita) non merita la prima pagina.

Repubblica addirittura mette un servizio a pagina 21, dopo aver dedicato fogli e fogli ai due ragazzi assolti, a Fede, a Mora, a Marchionne, a Bossi, a Berlusconi.

La maniera di trattare i fatti del mondo, l’importanza che si dà agli avvenimenti, la gerarchia della notizia sono elementi fondamentali per capire una società. Dall’analisi di come i principali  quotidiani italiani hanno trattato la tragedia di Barletta credo emerga molto sia sulle condizioni morali del nostro Paese che sullo stato di salute dei media.

Abbiamo una nazione eticamente frullata, e abbiamo media faziosi, volgari, pettegoli, scandalistici, vacui. La televisione, innanzitutto (nessuno speciale su Barletta, decine di dirette su Perugia). Ma anche i giornali. Ormai nelle trasmissioni tv si fanno i dibattiti tra i giornalisti di destra e i giornalisti di sinistra. Quasi nessuno più si preoccupa di separare i fatti dalle opinioni. E’ pressoché sparito il giornalismo di inchiesta. I brillanti cronisti di giudiziaria si limitano a copiare le ordinanze di custodia cautelare, senza degnarle di un approfondimento, senza contrapporre accusa e difesa, spacciando la pubblicazione di telefonate personali come diritto di cronaca.

Paginate intere si costruiscono sui fantomatici retroscena, che significano tutto e niente. Il pensiero critico si è diluito in un’abnorme pastetta collettiva. Dire quello che conviene, e non quello che è giusto.

In una Italia che somiglia ai suoi giornali, i giornali peggiorano le cose. Incartano i difetti più irritanti degli italiani, li alimentano, non aiutano il Paese a tirarsi fuori dalla secca dell’inciucio, del familismo, della marchetta, della mediocrità; non aiutano a ritrovare un equilibrio critico, uno sguardo fiero; non fanno protagonismo dei problemi veri, delle tragedie reali.

Non raccontano l’Italia autentica, trasformano la cronaca in una eterna soap, il dibattito politico in un continuo minuetto, la giudiziaria nel tintinnìo sinistro del pettegolezzo pruriginoso, e preferiscono aprire con il volto in lacrime di una ragazza americana assolta dall’accusa di omicidio, e dimenticare a pagina ventuno la strage di cinque operaie sepolte da una pioggia di pietre.

Del resto, “a chi vuoi che importi?”.

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