Novantamila

Dunque, è successo questo: ci sono 90mila persone che ieri e oggi sono venute su questo blog a leggere un post, quello su un ipotetico Steve Jobs a Napoli.

Circa 80mila di questi lettori provengono da Facebook dove, pare, che il link si sia aperto come una macchia di petrolio in mezzo al mare.

E’ un numero incredibile, almeno per i miei standard: ero abituato ad avere un traffico medio di cento visitatori, nei giorni in cui postavo.

In tutto, da quando ho messo il blog on line, avevo avuto 3mila visite. Adesso 3mila visite ce le ho ogni quarto d’ora.

Sono impressionato, lo confesso.

Ieri ho scritto quel post intorno all’una, mentre la mia fidanzata metteva troppo peperoncino in cento miseri grammi di spaghetti aglio e olio. Ho lasciato la scrittura a metà, mi sono infiammato la bocca con la pasta, ho chiesto a lei la cortesia di non farmi lavare i piatti (tocca a me quando lei cucina), mi ha concesso con la solita generosità un quarto d’ora, ho chiuso il post, l’ho pubblicato, l’ho linkato, come faccio sempre, sul mio profilo Fb e sul mio contatto Twitter, e poi sono sceso.

Con la mia twingo del 1996 siamo andati a Poggioreale (nerissimo quartiere della periferia di Napoli) a comprare 61 battiscopa bianchi di legno per una nuova casa nella quale andremo a vivere, credo, nel 2018, quando sarà finita. Abbiamo caricato i battiscopa lunghi 2 metri e quaranta nella twingo, abbiamo legato il portellone semi aperto con lo spago e ci siamo diretti, così, sui sanpietrini di Napoli, verso i quartieri spagnoli, tra scooter che ci ronzavano intorno come vespe, passanti che davano manate sul cofano dicendo “uanemaeddio”.

Scaricata la merce e tornati a casa, apro il computer e mi accorgo che la mia faccia tonda era ovunque. Venticinque miei amici di Fb avevano condiviso il link; a loro volta i loro amici lo hanno condiviso, e così hanno fatto gli amici degli amici. Una sorta di vendita multilevel. Ho guardato le statistiche del blog e alle 21 e 48 di ieri diceva 7662, alle 21 e 55 diceva 7994, alle 22 e 09 diceva 8474. Alcuni giornali on line mi hanno chiesto l’autorizzazione a pubblicarlo, su twitter succedeva lo stesso. Felice (scrivo per essere letto) me ne sono andato a dormire sapendo che Internet è così: si gonfia e si sgonfia in due ore.

Vado a letto famoso e mi sveglio sconosciuto. Amen.

Invece stamattina è continuata l’impennata. Alle nove, avevo 17mila visitatori; alle diciotto, 90mila. Faccio l’errore di dirlo al mio amico Stefano (Steve, per gli amici) e lui salta: “devi monetizzare, cazzo, devi monetizzare”.  Io non so come si fa a monetizzare. “Per esempio spara la copertina dei tuoi libri sul blog, falli vedere, così li vanno a comprare, cazzo, cazzo” (lui dice spesso cazzo perchè guarda molti film di Tarantino). “Scrivi qualcosa, cazzo, scrivi un post nuovo, menaci dentro i libri, cazzo”.

Ma io non lo so fare.

Scrivo questo post solo per darvi conto della mia emozione. Sono molti anni che scrivo, e scrivo di tutto. Da venti ho la tessera dell’Ordine dei giornalisti in tasca. Sono un precario della comunicazione, come tantissimi. Articoli a venti euro, uffici stampa, libri. Non avevo mai avuto tanti lettori, credo. Almeno mai tanti tutti per me.

Ci sono anche centinaia di commenti, in giro. Moltissimo sono complimenti, altri no, alcuni addirittura insulti. Si passa dal “sei un genio” al “sei un coglione”.

Non torno sul contenuto del post, non avrebbe senso. E’ lì. Dico solo che era un raccontino semplice, anche un po’ banale. Un modo paradossale per dire alcune cose. E’ evidente che non si possono paragonare gli Stati Uniti all’Italia, la California alla Campania, il 1976 ai giorni nostri. Mi sono concesso un po’ di licenze, ma il fine è creare una suggestione, che mi pare riuscita.

E’ chiaro che anche dalle nostre parti qualcosa, e qualcuno, riesce (meno male). E’ anche chiaro che certi ostacoli ci sono al Sud come al Nord (ma io conosco il Sud). Quello che forse non è emerso con abbastanza chiarezza è che io non sono contro le regole (le partite Iva e la sicurezza sul lavoro) ma contro la corruzione, che di queste regole si fa gioco, e che nessuno in Italia affronta con decisione. Sono invece contro la retorica del fare: fai un cazzo se il contesto non ti sostiene. Da soli non si va da nessuna parte. Puoi essere anche un genio, puoi essere folle, e affamato, determinato e coraggioso, ma se quello che si muove intorno a te non t’aiuta, o cambi il contesto o te ne vai.

Ecco.

Ah, volevo anche dire che mica tutti i vigili urbani sono corrotti. Ci mancherebbe altro, che domani mi ritrovo fermato ad ogni posto di blocco. Era solo un esempio.

E poi vi dico pure che i miei libri si chiamano Cocaina & Cioccolato e Baciami molto. Sono due romanzi pubblicati dall’editore toscano Cicorivolta. Sono bellissimi.  Dentro c’è, in controluce, molto di quello che ci siamo detti qui. Sono in vendita, sia sul web (cercate su Google) che nelle librerie Feltrinelli.

Andate e comprate (ho monetizzato, cazzo, ho monetizzato).

Grazie tante, e per davvero, ai 90mila (che sono diventati 100mila) che mi hanno onorato della presenza sul blog.

Adesso lasciateci di nuovo soli. Me e i miei cinquanta lettori affezionati.

 

Se Steve fosse nato in provincia di Napoli

Steve Jobs è cresciuto a Mountain View, nella contea di Santa Clara, in California. Qui,  con il suo amico Steve Wozniak, fonda la Apple Computer, il primo aprile del 1976. Per finanziarsi, Jobs vende il suo pulmino Volkswagen, e Wozniak la propria calcolatrice. La prima sede della nuova società fu il garage dei genitori: qui lavorarono al loro primo computer, l’Apple I. Ne vendono qualcuno, sulla carta, solo sulla base dell’idea, ai membri dell’Homebrew Computer Club. Con l’impegno d’acquisto, ottengono credito dai fornitori e assemblano i computer, che consegnano in tempo. Successivamente portano l’idea ad un industriale, Mike Markkula, che versa, senza garanzie, nelle casse della società la somma di 250.000 dollari, ottenendo in cambio un terzo di Apple. Con quei soldi Jobs e Wozniak lanciano il prodotto. Le vendite toccano il milione di dollari. Quattro anni dopo, la Apple si quota in Borsa.

Mettiamo che Steve Jobs sia nato in provincia di Napoli. Si chiama Stefano Lavori. Non va all’università, è uno smanettone. Ha un amico che si chiama Stefano Vozzini. Sono due appassionati di tecnologia, qualcuno li chiama ricchioni perchè stanno sempre insieme. I due hanno una idea. Un computer innovativo. Ma non hanno i soldi per comprare i pezzi e assemblarlo. Si mettono nel garage e pensano a come fare. Stefano Lavori dice: proviamo a venderli senza averli ancora prodotti. Con quegli ordini compriamo i pezzi.

Mettono un annuncio, attaccano i volantini, cercano acquirenti. Nessuno si fa vivo. Bussano alle imprese: “volete sperimentare un nuovo computer?”. Qualcuno è interessato: “portamelo, ti pago a novanta giorni”. “Veramente non ce l’abbiamo ancora, avremmo bisogno di un vostro ordine scritto”. Gli fanno un ordine su carta non intestata. Non si può mai sapere. Con quell’ordine, i due vanno a comprare i pezzi, voglio darli come garanzia per avere credito. I negozianti li buttano fuori. “Senza soldi non si cantano messe”. Che fare? Vendiamoci il motorino. Con quei soldi riescono ad assemblare il primo computer, fanno una sola consegna, guadagnano qualcosa. Ne fanno un altro. La cosa sembra andare.

Ma per decollare ci vuole un capitale maggiore. “Chiediamo un prestito”. Vanno in banca. “Mandatemi i vostri genitori, non facciamo credito a chi non ha niente”, gli dice il direttore della filiale. I due tornano nel garage. Come fare? Mentre ci pensano bussano alla porta. Sono i vigili urbani. “Ci hanno detto che qui state facendo un’attività commerciale. Possiamo vedere i documenti?”. “Che documenti? Stiamo solo sperimentando”. “Ci risulta che avete venduto dei computer”.

I vigili sono stati chiamati da un negozio che sta di fronte. I ragazzi non hanno documenti, il garage non è a norma, non c’è impianto elettrico salvavita, non ci sono bagni, l’attività non ha partita Iva. Il verbale è salato. Ma se tirano fuori qualche soldo di mazzetta, si appara tutto. Gli danno il primo guadagno e apparano.

Ma il giorno dopo arriva la Finanza. Devono apparare pure la Finanza. E poi l’ispettorato del Lavoro. E l’ufficio Igiene. Il gruzzolo iniziale è volato via. Se ne sono andati i primi guadagni. Intanto l’idea sta lì. I primi acquirenti chiamano entusiasti, il computer va alla grande. Bisogna farne altri, a qualunque costo. Ma dove prendere i soldi?

Ci sono i fondi europei, gli incentivi all’autoimpresa. C’è un commercialista a Napoli che sa fare benissimo queste pratiche. “State a posto, avete una idea bellissima. Sicuro possiamo avere un finanziamento a fondo perduto almeno di 100mila euro”. I due ragazzi pensano che è fatta. “Ma i soldi vi arrivano a rendicontazione, dovete prima sostenere le spese. Attrezzate il laboratorio, partire con le attività, e poi avrete i rimborsi. E comunque solo per fare la domanda dobbiamo aprire la partita Iva, registrare lo statuto dal notaio, aprire le posizioni previdenziali, aprire una pratica dal fiscalista, i libri contabili da vidimare, un conto corrente bancario, che a voi non aprono, lo dovete intestare a un vostro genitore. Mettetelo in società con voi. Poi qualcosa per la pratica, il mio onorario. E poi ci vuole qualcosa di soldi per oliare il meccanismo alla regione. C’è un amico a cui dobbiamo fare un regalo sennò il finanziamento ve lo scordate”. “Ma noi questi soldi non ce li abbiamo”. “Nemmeno qualcosa per la pratica? E dove vi avviate?”.

I due ragazzi decidono di chiedere aiuto ai genitori. Vendono l’altro motorino, una collezione di fumetti. Mettono insieme qualcosa. Fanno i documenti, hanno partita iva, posizione Inps, libri contabili, conto corrente bancario. Sono una società. Hanno costi fissi. Il commercialista da pagare. La sede sociale è nel garage, non è a norma, se arrivano di nuovo i vigili, o la finanza, o l’Inps, o l’ispettorato del lavoro, o l’ufficio tecnico del Comune, o i vigili sanitari, sono altri soldi. Evitano di mettere l’insegna fuori della porta per non dare nell’occhio. All’interno del garage lavorano duro: assemblano i computer con pezzi di fortuna, un po’ comprati usati un po’ a credito. Fanno dieci computer nuovi, riescono a venderli. La cosa sembra poter andare.

Ma un giorno bussano al garage. E’ la camorra. Sappiamo che state guadagnando, dovete fare un regalo ai ragazzi che stanno in galera. “Come sarebbe?”. “Pagate, è meglio per voi”.

Se pagano, finiscono i soldi e chiudono. Se non pagano, gli fanno saltare in aria il garage. Se vanno alla polizia e li denunciano, se ne devono solo andare perchè hanno finito di campare. Se non li denunciano e scoprono la cosa, vanno in galera pure loro.

Pagano. Ma non hanno più i soldi per continuare le attività. Il finanziamento dalla Regione non arriva, i libri contabili costano, bisogna versare l’Iva, pagare le tasse su quello che hanno venduto, il commercialista preme, i pezzi sono finiti, assemblare computer in questo modo diventa impossibile, il padre di Stefano Lavori lo prende da parte e gli dice “guagliò, libera questo garage, ci fittiamo i posti auto, che è meglio”.

I due ragazzi si guardano e decidono di chiudere il loro sogno nel cassetto. Diventano garagisti.

La Apple in provincia di Napoli non sarebbe nata, perchè saremo pure affamati e folli, ma se nasci nel posto sbagliato rimani con la fame e la pazzia, e niente più.

A chi vuoi che importi?

Ieri è stato giorno di notizie. Due, in particolare: la terribile tragedia di Barletta, dove un palazzo si sgretola e travolge un gruppo di operaie al lavoro in uno scantinato, trasformato in una fabbrica tessile, uccidendone cinque; e l’assoluzione di Amanda Knox e Raffaele Sollecito.

Stamattina ho dato una occhiata alle prime pagine dei giornali italiani, e sono rimasto prima stupito, poi indignato. Ne ho esaminate quattordici, quelle dei principali quotidiani italiani.

Quattro grandi quotidiani non mettono la notizia della tragedia di Barletta in prima pagina.

Altri quattro la mettono, ma in minuscoli box, a piede di pagina o in un blocco notizie, come fosse un fatto minore.

Altri cinque la mettono con un po’ di evidenza, dedicandogli anche una foto, un taglio centrale o basso,  non in apertura.

Uno solo ci fa l’apertura, considerandola la notizia del giorno.

Il quotidiano che fa l’apertura sulla strage di Barletta è l’Avvenire, a dimostrazione, forse, che ci è rimasta solo la Chiesa a sentire, per certi versi, i drammi veri di questo Paese.

Niente notizia in prima pagina per il quotidiano comunista (sic) Il manifesto, che rimane indifferente alla morte sul lavoro di cinque operaie! Boxino indifferente per Il Fatto, che preferisce altri fatti ( i soliti: magistrati, ruby, fede) e per l’Unità (povero Gramsci), che magari domani ci ripensa e apre sul richiamo di Napolitano.

I grandi quotidiani nazionali che snobbano la tragedia e la confinano nelle pagine interne sono  Repubblica, Libero e il Giornale, a dimostrazione, per una paradossale convergenza, che sono tutti e tre così immersi nella furiosa partigianeria da non riuscire, ciascuno per la sua parte, a vedere il mondo, e a raccontarlo con uno sguardo lungo. Per loro, il crollo di un palazzo su un sottoscala dove lavoravano, senza misure di sicurezza, decine di donne (di cui cinque hanno perso la vita) non merita la prima pagina.

Repubblica addirittura mette un servizio a pagina 21, dopo aver dedicato fogli e fogli ai due ragazzi assolti, a Fede, a Mora, a Marchionne, a Bossi, a Berlusconi.

La maniera di trattare i fatti del mondo, l’importanza che si dà agli avvenimenti, la gerarchia della notizia sono elementi fondamentali per capire una società. Dall’analisi di come i principali  quotidiani italiani hanno trattato la tragedia di Barletta credo emerga molto sia sulle condizioni morali del nostro Paese che sullo stato di salute dei media.

Abbiamo una nazione eticamente frullata, e abbiamo media faziosi, volgari, pettegoli, scandalistici, vacui. La televisione, innanzitutto (nessuno speciale su Barletta, decine di dirette su Perugia). Ma anche i giornali. Ormai nelle trasmissioni tv si fanno i dibattiti tra i giornalisti di destra e i giornalisti di sinistra. Quasi nessuno più si preoccupa di separare i fatti dalle opinioni. E’ pressoché sparito il giornalismo di inchiesta. I brillanti cronisti di giudiziaria si limitano a copiare le ordinanze di custodia cautelare, senza degnarle di un approfondimento, senza contrapporre accusa e difesa, spacciando la pubblicazione di telefonate personali come diritto di cronaca.

Paginate intere si costruiscono sui fantomatici retroscena, che significano tutto e niente. Il pensiero critico si è diluito in un’abnorme pastetta collettiva. Dire quello che conviene, e non quello che è giusto.

In una Italia che somiglia ai suoi giornali, i giornali peggiorano le cose. Incartano i difetti più irritanti degli italiani, li alimentano, non aiutano il Paese a tirarsi fuori dalla secca dell’inciucio, del familismo, della marchetta, della mediocrità; non aiutano a ritrovare un equilibrio critico, uno sguardo fiero; non fanno protagonismo dei problemi veri, delle tragedie reali.

Non raccontano l’Italia autentica, trasformano la cronaca in una eterna soap, il dibattito politico in un continuo minuetto, la giudiziaria nel tintinnìo sinistro del pettegolezzo pruriginoso, e preferiscono aprire con il volto in lacrime di una ragazza americana assolta dall’accusa di omicidio, e dimenticare a pagina ventuno la strage di cinque operaie sepolte da una pioggia di pietre.

Del resto, “a chi vuoi che importi?”.

Musa e rifugio

di Antonio Menna

Artisti, ma mica fessi. Un po’ come i frati e le suore. Avranno pure fatto voto di castità ma non rinunciano alla bellezza. La sublimano, riempiendosi gli occhi invece che le mani. Fate caso ai monasteri. I posti più belli, gli intrecci più arditi di venti e sole, e c’è un convento. Religiosi, sì, ma mica fessi. Così l’artista, che sarà pure maledetto e bohemienne e disperato e vagamente depresso e un po’ triste e introverso e introspettivo e tormentato e cupo e inquieto e scapigliato e tutto perso nei suoi pensieri; sarà pure impegnato a pensare alla vita, più che ad agirla. Ma meglio esserlo in un posto bello, che brutto.
Non è quindi un caso che ci siano tracce di scrittori in ogni oasi. Raccontano il baratro ma cercano il paradiso. Scavano la parte oscura della vita. Ma intanto meglio godersela. Non c’è uno scrittore che, per cercare ispirazione, abbia mai fittato un basso a Piscinola (quartiere di case e niente più alla periferia di Napoli). Ma a Capri sì. Perchè ritirarsi dal mondo è già dura: il tormento pesa e l’inquietudine affligge. Meglio Capri che Soccavo (quartiere di case e niente più alla periferia di Napoli).
Deve averla pensata così il buon Camille. Era di bassa statura, e la cosa gli dava qualche noia. Amava la vita, ma questa, evidentemente, non lo ricambiava. Quando lo videro, i capresi lo battezzarono subito “‘o francesiello”, perchè era piccolo e cortese. Camille Du Locle, librettista d’opera, fu uno dei primi scrittori a scegliere l’isola azzurra come personalissima oasi. Decise di ritirarsi a Capri alla bella età di 44 anni, nel 1876. Oggi, a quell’età, sei appena uscito dalla casa paterna. All’epoca avevi fatto tutto quello che potevi. E Du Locle qualche passo nel giardino delle arti lo aveva mosso. Direttore dell’Opera di Parigi, librettista famoso, scrisse prima il Don Carlos per Verdi, e poi suggerì allo stesso Verdi il soggetto per l’Aida. Opere maestose per un librettista bassino, che passava inosservato. Un francesiello che a Capri costruì Villa Certosella a via Tragara e si ritirò sulla bella vista senza lasciare molte tracce di sé. Perso nella bellezza che non aveva. Tutt’altra storia, quella di Axel Munthe. Medico, scienziato, scrittore e bell’esempio di maschio vulcanico, Munthe, svedese, scelse una vecchia cappella ad Anacapri, vi costruì una villa con una straordinaria veduta (Villa San Michele) e ci scrisse su un romanzo – La storia di San Michele – dove ha raccontato, in un esempio unico di “biografia del proprio sogno realizzato” – la costruzione laboriosa e amorevole di questa villa straordinaria, donata poi allo Stato svedese e diventata, negli anni, un’attrazione per l’isola. La attraversò ad episodi, invece, Norman Douglas, che venne a Capri a più riprese fin dalla fine dell’Ottocento. Prima comprò una villa a Napoli, poi si trasferì sull’isola. Piuttosto sfortunato in amore, molto cornificato dalla moglie Elizabeth, peraltro sua cugina, ne divorziò, ricavando da queste e altre disavventure quella che a Napoli si chiama “brutta nominata”. Fu processato a Londra per molestie sessuali su un ragazzo di sedici anni, e anche a Capri – voce di popolo – pare che non disdegnasse alternare compagnie femminili a quelle maschili. L’isola, si sa, è tollerante, come il mare. Che però ha la risacca dell’inciucio.
Douglas trasfigurò Capri in una isola immaginaria, Nephente, che mise come sfondo ad uno dei suoi romanzi più fortunati, Vento del Sud. Lo scrittore inglese fu legato a Capri da un amore sincero, visse a Villa Caterola, poi a via Tragara. Ne scrisse tanto e contribuì a farla conoscere nel mondo. Non è azzardato sostenere che fu sulle tracce di Douglas che una intera generazione di scrittori decise di scoprire Capri, e più in generale la meravigliosa fiaba del sud Italia. Edwin Cerio, Compton Mackenzie, Graham Green fu lo straordinario trittico di scrittori che elesse Capri a dimora, a musa, a circolo. Il primo, architetto e progettista di tante ville, ha scritto molto su Capri ma soprattutto ha animato la vita culturale dell’isola, ospitando letterati e poeti (Pablo Neruda, su tutti) e costruendo un mito prim’ancora che un luogo. Fu sulle tracce di Cerio che Mackenzie, scozzese, baronetto, scrisse e pubblicò due romanzi a Capri e su Capri (Vestal Fire e Donne pericolose). Mackenzie, in realtà, non amava Capri in quanto tale ma in quanto isola. Aveva nel sangue la sua Scozia, ambientò le sue migliori commedie alle Isole Ebridi, si costruì una casa sull’isola di Barra, dove fu sepolto dopo la morte. In tutto questo tormentato amore per le isole, trovò a Capri un pezzo della terra che amava, e si riconobbe, la riconobbe, e la visse totalmente, abitando Villa Caterola, poi Villa Il Rosario, poi Villa La Solitaria, sulla passeggiata del Pizzolungo. Comprò una casa a Cetrella, che lasciò quando la nostalgia per la Scozia prese il sopravvento.
Graham Greene, invece, se non viaggiava, non scriveva. Doveva nutrire il suo immaginario. E per questo non trovò mai pace. Arrivò a Capri negli anni Quaranta. Aveva già scritto I naufraghi e La roccia di Brighton, aveva avuto successo e riconoscimenti e girava il mondo per trovare spunti, lampi, visuali, storie. Da Capri prese solo il relax perchè se ne andò senza lasciare tracce, se non la memoria di esserci stato.  Ben altra intensità riservò a Capri Curzio Malaparte, il controverso scrittore autore di “Kaputt” e di quello straordinario ritratto di Napoli che fu “La pelle”. Malaparte arrivò a Capri nel 1936 e due anni dopo era già al lavoro per costruire la sua splendida villa, sulla panoramica del Pizzolungo, in seguito set cinematografico e poi chiusa al pubblico.
C’è anche chi a Capri ci è passato giusto un po’, ma poi l’ha raccontata con straordinaria efficacia. Lo ha fatto Aldo Busi, scrittore bresciano, letterato così robusto da doversi smarrire, ogni tanto, nelle lande televisive per ridimensionare una grandezza così poco contemporanea da risultare imbarazzante. In uno dei suoi tanti libri di memorie e viaggi (per la precisione quello che si intitola bizzarramente, ma non troppo, “Bisogna avere i coglioni per prenderlo nel culo”), fa un ritratto di Capri che andrebbe ritagliato e appeso al muro, non fosse altro che perchè segue un omaggio alla mamma tra i più teneri, e per fortuna poco celebrati, della narrativa contemporanea.
Tutt’altra incursione caprese è quella di Valerio Massimo Manfredi che, nel romanzo storico “L’Ultima legione”, ci porta sulla Capri di 1529 anni fa, una terra in mezzo al mare dove fu tenuto prigioniero Romolo Augustolo, ultimo imperatore romano d’Occidente. Un’isola fedelissima e antica, ricostruita minuziosamente eppure stranamente riconoscibile.
Perduta e infame è invece la Capri di Angelo Petrella, giovane scrittore napoletano che in Nazi Paradise, un noir durissimo ed estremo, racconta la storia  di un giovane naziskin e hacker, che odia comunisti e borghesi alla stessa maniera, e quando trova comunisti che sono anche borghesi, vede rosso, anzi nero. Immaginarsi cosa può combinare quando viene mandato a Capri a craccare il computer di un ricco che conserva nella sua villa informazioni pericolose e compromettenti.
Chi Capri, invece, la incorona è Mario Soldati, che ci ha vinto un premio Strega (1954) con un romanzo che andava e veniva dall’isola azzurra e che volle titolare proprio “Le lettere da Capri”. Un romanzo complesso, a più voci, con una cadenza scomposta, che viaggia nel mondo. Una storia di passioni e adulteri, un gioco ambiguo che corre tra Roma, Parigi, New York e Capri.
Avrebbe potuto avere nel titolo uno qualunque di questi luoghi, ma Soldati scelse Capri, perchè voleva raccontare l’attrazione morbosa, lo scintillìo della sensualità, il tremore della carne, la furia della gelosia, lo smarrimento del sentimento, l’euforia e insieme l’abisso di un uomo e di una donna che si prendono e poi si segnano e poi si dimenticano e poi si scrivono, come fa Jane, moglie apparentemente irreprensibile di Harry, nelle lettere che invia ad Aldo, un amante caprese che l’accende di passione e la svuota di follia. “Non potevo che scegliere Capri”, disse Soldati, ricevendo il premio Strega.
Non ci fu bisogno di spiegare perchè.

( pubblicato sulla rivista Yacht Capri magazine, numero 3, pp. 220-224)

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