Non è mai una cosa seria

E’ successo questo: la fidanzata di Lavezzi, noto calciatore del Napoli, l’altro ieri, all’una di notte, a via Petrarca, zona bene di Napoli, è stata rapinata. Due uomini con una pistola l’hanno bloccata mentre era in auto con un’amica e le hanno portato via un costoso rolex.

La ragazza, sotto choc, ha subito twittato: “Napoli, città di merda”.

Mio Dio.

Immediata è partita la guerra storica: “comesipermette” contro “haragionelei”.

I “comesipermette” hanno sfoderato i soliti tre argomenti:

1) è colpa sua, è andata in giro di notte con un oggetto prezioso addosso;

2) le rapine succedono in tutto il mondo e Napoli non è più pericolosa di altre città;

3) ringraziasse il cielo che riempiamo di soldi lei e il suo fidanzato, stesse zitta e al suo posto, Napoli è la città più bella del mondo, basta parlarne male.

La fazione degli “haragionelei” ha puntato su tre concetti:

1) se capitasse a te reagiresti alla stessa maniera;

2) quante volte lo abbiamo pensato anche noi;

3) si deve essere liberi di circolare anche con un rolex d’oro, di notte, altrimenti la città è una merda davvero.

Il Mattino on line ha lanciato un sondaggio: pensi anche tu che Napoli sia una città di merda? (ovviamente merda si censura, si scrive m…).

Il settanta per cento ha risposto sì.

Il presidente De Laurentiis ha detto: “c’è la crisi, non è buona idea andare in giro col rolex”, prendendo chiaramente posizione a favore dei “comesipermette”, ma con tono indulgente, da cinepanettone.

Il sindaco de Magistris ha fatto scrivere ad uno dei suoi 200 staffisti un comunicato di solidarietà e condanna. Un colpo al cerchio, e uno alla botte. Sui social media impazza la polemica. La ragazza, intanto, è stata chiaramente costretta a chiedere scusa, ma il manager di Lavezzi fa sapere che il suo calciatore non si trova bene a Napoli.

Io posso dire, semplicemente, chi se ne frega?

Non che non mi importi della criminalità nella mia città. Ci mancherebbe. Ma per quale ragione costruirne un caso solo quando tocca ad una presunta eccellente? Rapine, scippe, furti sono eventi giornalieri. Ne accadono decine ogni giorno. Rubano l’utilitaria all’operaio, che magari la sta ancora pagando a rate. Rubano il cellulare allo studente, a cui magari è stato regalato dai genitori con grossi sacrifici. Rapinano la pensione al vecchio, fuori dall’ufficio postale.

Ma nessuno fiata. Sembra quasi un rito.

Se Napoli è una città di merda, lo è anche per la sua cronica tendenza a trasformare il crimine in un’abitudine, e poi, improvvisamente, in uno show.

Non è mai una cosa seria.

Annunci

Avanti così

«Questo è vino nero», mi dici, «nero come il sangue». Sorridi. Prendi la cassetta di bottiglie di vetro, messe a gocciolare dopo il lavaggio, e la porti a terra. Le bottiglie sono allineate sottosopra, appoggiate come birilli su un foglio di giornale. «Ci vuole il paginone centrale del quotidiano», racconti, «lo uso come termometro. Quando la carta cambia colore e si scurisce, le bottiglie sono pronte. Per questo uso il quotidiano».  Mi chiedi di aiutarti a portare la damigiana da 54 litri sul tavolino. «Una volta ce la facevo da solo», chiarisci, «ma erano altri tempi».

Al mio tre. Via.

Ti sistemi su uno sgabello di legno e tiri le bottiglie dalla cassetta. Le allinei ai tuoi piedi. Infili una cannula marrone, sostenuta da una bacchetta di bambù, nella damigiana. Poi fai scivolare un imbuto nel collo della prima bottiglia. Mi guardi e mi sorridi di nuovo. Tiri il fiato nel petto, ti gonfi come un salvagente, metti la cannula in bocca e schiocchi un risucchio deciso. Vedo il vino correre nella pompa opaca, come il medicinale di una flebo. Ti arriva in bocca, tu sfili rapido la canna e la metti nell’imbuto. Il vino si fionda nella bottiglia e la colora, la pressione è imponente come una fontana aperta al massimo.

«E’ proprio nero», dici, «quest’anno è un inchiostro».

Sono trentacinque anni che lo dici. Tutti gli anni, da trentacinque anni, dopo il primo fiotto, il vino è un inchiostro. Tutti gli anni, da trentacinque anni, ti metti qui su questo balconcino di tre metri, in questo appartamento di ottanta metri, al sesto piano di uno dei duecento palazzi di questo quartiere periferico, e prepari le sessanta bottiglie da tre quarti per l’inverno. La damigiana di aglianico dei costoni di Monte di Procida te la fai arrivare direttamente da lì. Poi compri sessanta bottiglie nuove nel negozio sotto casa, compri settanta (dieci in più, non si può mai sapere) tappi di plastica con la scalanatura in una ferramenta di Pozzuoli e settanta gabbiette di metallo con la chiusura a chiavetta.

«Quest’anno è inchiostro», ribadisci, mentre riempi la decima bottiglia, «inchiostro vero» e fai una smorfia di piacere con la bocca rigirandoti sulla lingua il sapore del primo sorso. «Mio padre», dici, «ne aveva tre filari in un costone, nel fossato sulla panoramica. L’uva la premeva con i suoi piedi».

Sai bene che non sono un bevitore di vino. Con me la bottiglia buona è sprecata. Quando prendo un sorso di vino sento la lingua che mi pizzica come punta dal cacao amaro, poi mi stringe la gola come un singhiozzo e poi scende nell’allegria e mi bacia la pancia dal di dentro. Come un solletico, lo stesso che da bambino mi faceva la tua barba ruvida sulla mia guancia, le rare volte che mi davi un bacio, per un bel voto o per un tuo, improvviso, momento di gioia, che ti fioriva negli occhi, come adesso che la ventesima bottiglia è piena e decidi di fare una pausa. Stacchi la pompa. Dici che sei stanco ma in realtà vuoi solo risentire l’emozione, e lo sbuffo di vino in bocca, del flusso che si riavvia.

Resto qui a guardarti. Lo faccio sempre quando imbottigli, da trentacinque anni. Non me lo hai mai chiesto ma so che te lo aspetti. Sei felice di avermi lì, a guardare quel gioco meccanico e antico. «Questo vino è raro», dici, «raro e nero, come il sangue». E sorridi ancora di quest’idea corposa e densa del sangue. Il sangue nero di vena, mica quello slavato delle feritine.

Potresti comprare le sessanta bottiglie già belle e imbottigliate. E invece vuoi battere col martelletto sul tappo e poi vuoi chiudere le gabbiette con le tue mani fino a piagarti le dita. Guardandoti, in questo rito dell’imbottigliamento, capisco il tempo, e che cos’è la memoria, e dove si depositano i ricordi, e dove ti conserverò, papà, quando non ci sarai più.

—————-

Domani mio padre compie 72 anni.

Avanti così!

 

Chi è Fausto Simoni?

Oggi vorrei parlare di Fausto Simoni.

Lo farei se lo conoscessi.

Ma non lo conosco. E, probabilmente, nemmeno voi.

Conosciamo Lavitola, Tarantini, Lele Mora; conosciamo Bisignani, Verdini, Alfonso Papa; conosciamo Bertolaso, Anemone e Claudio Scajola; conosciamo Guarguaglini e Marina Grossi. Ma non conosciamo Fausto Simoni.

Chi è Fausto Simoni?

Vorrei mostrarvi una sua foto, ma non ce l’ho. Non ce ne sono sui giornali, o sul web. Non ci sono notizie su di lui: l’età, se ha una famiglia, come veste, che faccia ha.

Tommaso Di Lernia è un imprenditore che pagava le tangenti nel sistema Finmeccanica-Selex-Enav. Secondo le sue dichiarazioni, le ha pagate a politici e dirigenti industriali per aggiudicarsi appalti con Enav, attraverso la Selex e la Finmeccanica (aziende di Stato, posseduta al 30 % dal Tesoro).

Di Lernia, ai magistrati che lo interrogano, dice, tra le tante cose, anche questa: ” Ricordo che in una circostanza, Selex mi mandò nell’ufficio di un dirigente di Enav che era impermeabile alle richieste e ad ogni tipo di offerta di tangenti, per cercare di disincagliare una situazione. Ci andai, ma mi resi conto che non avrebbe accettato nessuna retribuzione”.

Di Lernia fa il nome di quel dirigente. Si chiama Fausto Simoni.

Mi piacerebbe conoscerlo. Vorrei intervistarlo. Puntargli una telecamera, come quelle leggere di Report, e chiedergli di raccontare la vita di un dirigente che si mantiene integro mentre tutto intorno marcisce.

Vorrei mostrare il suo volto, ascoltare le sue parole. Farmi raccontare della sua famiglia, di suo padre, di che tipo era, di cosa pensano di lui la moglie (è sposato?), le figlie (me lo immagino padre di femmine), gli amici (ne ha pochi, vero?).

Mi piacerebbe chiedergli come ci provavano e come reagivano quando lui diceva no. Cosa pensavano i suoi colleghi? Mi piacerebbe sapere dove ha trovato le motivazioni, la forza, e se ha mai tentennato, immaginando che con quei soldi magari poteva comprare una casa al mare.

Vorrei chiedergli se ha detto no per un sentimento, per coscienza, per principio, o per paura di finire nei guai.

Magari, su questa domanda, mi riderebbe in faccia. Come feci io, quando ero assessore. Un mio compagno di partito (molto a sinistra), con un incarico importante che volgeva al termine, mi disse che aveva pensato a me per prendere il suo posto ma che, per farlo, dovevo mettermi a disposizione, perchè “sai come vanno le cose, no?”.

Non aggiunse altro. Rimase volutamente nel vago. Di lui si malignava da un po’. Amicizie strane, pettegolezzi. Io non ci avevano mai voluto credere. Pensavo che fossero schizzi di fango. Rimasi molto male. Lo bloccai subito, prima che continuasse. Dissi che non mi mettevo a disposizione di nessuno. Lui replicò stizzito: “ti caghi sotto”.

Di lì a poco le nostre strade, ovviamente, si separarono. Ma io ho pensato a lungo a quella frase sprezzante. Avevo paura di passare un guaio oppure ero banalmente una persona onesta?

Ho capito, poi, che era una domanda senza senso. Le due cose viaggiano sempre assieme. La paura di passare un guaio si chiama vergogna. Il rifiuto di adeguarsi ad un sistema collaudato di disonestà collettiva si chiama coscienza.

La vergogna e la coscienza sembrano cose fuori moda, ma esistono, e a volte commuovono.

Per questo vorrei conoscere Fausto Simoni.

Non sono invidioso degli asini

Per una volta sono d’accordo con Gian Antonio Stella.

In un articolo sulla deputata del Pdl Biancofiore fa un dettagliato elenco di strafalcioni che la parlamentare infila quando parla, o quando scrive.

Da do e sta e po’ con l’accento fino a veri capitomboli concettuali. La deputata altoatesina, per esempio, in una lettera accorata al Ministro Tremonti, pubblicata dal giornalista dell’Espresso, Fittipaldi (a cui si saranno rovesciate le palpebre), ha scritto, su carta intestata, che «l’accordo fu preso senza sentire n’è i dirigenti del Pdl n’è verificare la sensibilità dei nostri elettori…».

Niente male, onorevole.

Non si tratta, com’è evidente, di un errore occasionale, che può capitare a tutti, nella fretta di una scrittura veloce o nella distrazione dello sfarfallio di un monitor, o di una piccola licenza discorsiva che, con i linguaggi dei new media, ciascuno di noi tende a prendersi.

Si tratta di una sistematica, riconoscibile, violazione dell’italiano, quello dei fondamentali, che si apprende alle scuole elementari.

Trovo che sia grave, e molto deprimente.

Non è una questione di purismo della lingua, come immancabilmente qualcuno dirà. Né di quisquilie (“ci sono cose più importanti!”) né di aspetti marginali (“le cose che contano sono ben altre”).

Non si tratta, neppure, di fare le maestrine con la penna rossa e blu, giacché un piccolo errore possiamo farlo tutti.

Si tratta, in realtà, di una cosa più seria: della temperatura del merito in questo Paese. Di come si arrivi a ricoprire certi incarichi. Di quali siano le cose che contano. Di quanto pesi il valore, il talento, la qualità, e quindi lo studio, la capacità, la serietà, nelle carriere lavorative.

Se una persona che non conosce le basi della lingua italiana arriva a fare la deputata vuol dire che in Italia c’è un inceppo grosso nei meccanismi selettivi. E non solo della classe politica.

Penso la stessa cosa quando vedo strafalcioni simili altrove. Nelle lettere di professionisti, nei comunicati stampa di illustri colleghi, perfino sui giornali e nei libri e sui siti web.

Certo, ogni volta c’è una giustificazione. Si andava di fretta, non c’era tempo, è una distrazione, chissà quante ne capitano anche a te, sono cose che succedono, eccetera.

L’ultima delle giustificazioni, generalmente, è l’invidia. Quando fai notare gli errori, così gravi da sancire l’incapacità di chi occupa un posto che non merita, ti arriva addosso l’immancabile accusa.

Prima ti dicono che fai la solita lagna perché sei un fallito. E poi che sei invidioso perché vorresti stare lì, non ci sei riuscito, e quindi critichi.

Io posso rispondere per me.

No, non sono invidioso degli asini.

Io posso invidiare il talento che non ho. Mi è capitato di fronte a grandi scrittori o a giornalisti straordinari (ce ne sono).

Posso invidiare la fortuna, quando mi manca.

Posso invidiare il carattere, la personalità, quella durezza d’animo che ti consente di combattere fino all’ultimo e che, nel mio caso, si è ammorbidita troppo spesso in una sorta di indolenza romantica, pudica.

Ma non invidio l’incompetenza, la mediocrità, l’incapacità, che purtroppo dilagano.

Non invidio chi arriva ad un obiettivo solo perché i meccanismi selettivi, in questo Paese, a volte (non sempre, ci mancherebbe) si basano su comunanze, clientele, familismi, reti di amici, favori, intrecci mercantili e marchette.

Nessuna invidia, solo rabbia.

Una rabbia che, con gli anni, sfumando la possibilità che i sogni si realizzino, sento crescere sempre di più.

Una rabbia che credo attraversi molte persone, oggi. Gente che vive una frustrazione profonda perché sente di giocare una partita spesso truccata.

Gente che si chiede: “Se contasse solo il talento dove sarei oggi? Se pesassero, nelle selezioni, solo le qualità oggettive, il valore personale, la formazione, lo studio, la competenza, la capacità, cos’avrei fatto? E quanto migliore sarebbe il Paese se, invece delle trame clientelari,  pesassero di più, nella selezione dei gruppi dirigenti, i giudizi di qualità?

Sono domande che scavano dentro e che fanno fremere d’indignazione. Fanno male.

Questo ragionamento significa che tutti quelli che arrivano, che si realizzano, che occupano posizioni importanti, di rilievo, sono incompetenti, incapaci, inadeguati?

Certo che no.

La domanda è un’altra: quanto valgono, nei meccanismi selettivi, talento, competenza e qualità, in Italia?

Ho paura della risposta.

Occupymondo

Sabato sera ho visto un bel dossier giornalistico su Raidue. Lo ha curato Gerardo Greco, da New York. Mi ha fatto conoscere, e capire, il movimento degli indignati americani. Quelli dell’Occupy wall street. Ne avevo sentito parlare. Ne avevo letto. Ma non ci ero mai finito così dentro. Ne sono uscito colpito, e perfino rasserenato.

Tra i ragazzi di Occupy non ci sono incapucciati, non ci sono estintori, non ci sono bancomat divelti. Non c’è la paracula teoria della violenza dei figli di papà, che la mattina fanno colazione con le gocciole e il latte caldo, e il pomeriggio pascolano nei centri sociali.  Tra i ragazzi di Occupy non ci sono i vaffanculo demagogici, contro tutto e tutti, non ci sono le crociate giustizialiste, non c’è la retorica sull’unica Casta che indigna.

Il grido di Occupy, che nasce come movimento contro la finanza mondiale, è in realtà contro un pensiero.

Il pensiero unico del mondo senza morale.

Sto leggendo, in questi giorni, alcuni racconti inediti di John Cheever. Li ha pubblicati, in anteprima, con una edizione ridotta, il Sole 24 ore, col titolo “The fall e altri racconti”.

Li pubblica nei prossimi giorni, in edizione integrale, Fandango, grazie alla scoperta eccezionale fatta da un’agente letteraria italiana, Loredana Rotundo, che ne ha scovato una vecchia edizione americana mai tradotta in Europa e l’ha portata fin qui.

Sono racconti incredibili, che mi hanno aiutato a capire. C’è tutto il languido dolore, quello asciutto e glaciale, che solo gli americani sanno trasferire. C’è il racconto dell’America degli Anni Trenta, attraversata da una crisi economica violenta. Ci sono le fabbriche ferme, gli operai disillusi, le famiglie attraversate dallo stordimento di un crack economico improvviso come un pugno, che toglie case, lavoro, certezze, ma non la voglia di ripartire. C’è la morale. Una popolazione stremata che si ricostruisce sulle questioni di principio. Che recupera una etica di sé, e su quella fa leva.

Il dossier giornalistico su Occupy e, in parallelo, la lettura di Cheever mi hanno messo addosso l’angoscia e l’ottimismo, al tempo stesso. Come quando, al luna park, attraversi un tunnel di terrore, sapendo, però, che finirà.

La crisi che ci raccontano non è nulla. Arriverà più dura ancora. E ce ne accorgeremo tutti. Ci piegherà. Ma su quelle macerie potremmo davvero rottamare il mondo. Non i vecchi, ma il mondo. Anche il mondo dei “finti giovani” che hanno le logiche di sempre. Il mondo che gira al contrario. Il mondo dove la furbizia batte il talento, la famiglia batte il merito, il cinismo batte la coscienza, l’arroganza batte la mitezza, le bugie battono la verità, la comunicativa batte i contenuti, il ritmo batte la profondità, i soldi battono i sentimenti, l’ipocrisia batte la coerenza.

I ragazzi di Occupy non sono di destra né di sinistra, non sono anarchici, né comunisti, né riformisti, non sono viola, non sono antagonisti, non sono no global. Lo ha detto bene, ancora una volta, Roberto Saviano, in un intervento a New York su cui si è scatenata la solita ordalia di adulatori (straordinario!) e di detrattori (non c’era nessuno ad ascoltarlo) che si è concentrata, come spesso, sull’estetica, e non sul contenuto.

Io ho letto quello che ha detto Saviano, e mi trovo d’accordissimo. Non tanto sul fatto che l’unica a non risentire della crisi sia la criminalità, perchè credo che colpisca anche lei, che è pur sempre una costola dell’economia legale. Ma sulla lettura del movimento di Occupy. La crisi, secondo quei ragazzi, viene dall’idea stessa di questo sviluppo impazzito, senza regole, questo arricchimento folle, senza morale. Prima o poi ci travolgerà tutti, anche chi si sente al sicuro. Saviano dice che i ragazzi di Occupy ci propongono un nuovo umanesimo. Una maniera diversa di stare assieme.

Non c’entra la politica, c’entra la società.

Non c’entra il governo di destra o di sinistra, c’entra il modo di stare al mondo.

Mi piace questa lettura, e la sento mia. Mi ci riconosco. Ci leggo il mio stesso disagio. Il mio stesso bisogno.

Se è vero, e io ci credo, che l’America anticipa sempre quello che si muoverà nel resto dell’Occidente, allora credo che cominceremo presto a sentire anche noi questa urgenza. Che non è l’antipolitica rozza di cui, scioccamente, ci nutriamo, ma è la prepolitica.

Viene prima di qualunque governo, di qualunque schieramento.

E’ la necessità di una nuova morale, che metta da parte la competizione e si concentri sullo stare insieme, sul ricostruire una comunità.

Non è un caso che le parole d’ordine siano merito, talento, qualità, valori. Il senso del limite, del rispetto dell’altro, delle regole.

In Italia, ancora cincischiamo di riformismo, di anarchia, di comunismo, di liberismo, di governissimi, di alternanze, di berlusconi, di monti, di bersani, di vendola, di renzi, di schemi, di modelli elettorali, di centrodestra, di centrosinistra, di centrocentro, di enrico letta, di gianni letta, della cei, di cl, di ruini, di casini, di bagnasco, del governo del presidente.

Ma parlano tutti la stessa lingua. Magari chi meglio, e chi peggio. Ma giocano tutti dentro gli stessi confini. La scommessa, oggi, è romperlo quel recinto.

Parlare di mondo nuovo, e rottamare il vecchio.

Chi avrà il coraggio, e la forza, di cominciare?

 

Qui nessuno è innocente

Ieri mattina, a Caserta, è stato arrestato un consigliere regionale del Pd. Si chiama Enrico Fabozzi, è stato sindaco di Villa Literno, una triste striscia di terra una volta coltivata a frutti, oggi seminata a rifiuti tossici.

E’ accusato di aver preso voti dalla camorra. Per la precisione, dal clan dei casalesi, col tramite di alcune imprese che, a loro volta, hanno appalti ovunque nell’area metropolitana di Napoli.

Siamo di fronte al solito intreccio. I guappi non esistono più. Esiste una piccola e feroce rete di trafficanti di droga, di capizona e killer. Poi esiste una rete diffusissima, ampia, di riciclatori e fiancheggiatori. Colletti bianchi che prendono le camionate di banconote che i clan racimolano con gli illeciti e ripuliscono nel sistema delle imprese. Appalti, mercato: molti soldi, molte connessioni. Nella rete ci sono i politici, ovviamente, ma anche i professionisti (commercialisti, architetti, ingegneri, consulenti, bancari) e il popolo.

Un bel magma dove è sempre più difficile mettere le mani.

L’ex sindaco di Villa Literno, arrestato ieri, è stato sospeso dal Pd un anno e mezzo fa, quando si sono sapute le prime notizie sulle inchieste in corso. Ma qualche mese prima era stato candidato, nonostante fosse ben chiaro a tutti quali leve si muovessero, su quel territorio, intorno al suo enorme consenso. Nei piccoli centri le cose si sanno. Magari non sono sufficienti a istruire processi, dove, giustamente, ci vogliono prove inoppugnabili e tempi lunghi. Ma sono sufficienti a selezionare la classe politica.

Perchè un partito decide di candidare una persona chiacchieratissima, sicuramente non al di sopra di ogni sospetto, per poi sospenderlo quando si apre una inchiesta giudiziaria?

Perchè ha rinunciato al suo ruolo.

E’ inerme, indifferente, spento, e un po’ furbo. Delega l’azione di controllo alla magistratura. Se c’è una indagine, ti sospendo. Se c’è una condanna, ti caccio (questo nel Pd, perchè nel Pdl non succede nemmeno ciò). Se non ci sono né l’una e né l’altra, ti prendo.

Ma un partito, quando sceglie i candidati, su quali basi opera la sua selezione? Non fa una indagine interna? Non sente i territori? Non cammina per le strade, e chiede, e vede, e si informa?

Certo che lo fa.

Il Partito sapeva che Fabozzi aveva i “voti”. E nei paesi, nei nostri paesi, quando hai molti voti, vai poco per il sottile. Questo lo sanno anche le pietre. Solo i dirigenti dei partiti (toh!) non lo sanno, e cadono dalle nuvole quando arrivano i provvedimenti giudiziari.

La verità è che la politica vuole quei voti, anche quelli della zona grigia. E infatti li cerca e li prende. La politica preferisce non farsi troppe domande, perchè qui, se ne te fai troppe, perdi le elezioni e la politica vuole vincere, costi quel che costi.

La politica aspetta che la magistratura si muova. La politica spera che non lo faccia. La politica si nasconde dietro il garantismo. La politica fa la furba. Come tutti.

Prende i voti, chiude gli occhi, e se la magistratura si muove, scarica il soggetto e si presenta immacolata.

Ma la politica non è innocente.

Come non lo sono i commercialisti, che fanno finta di non sapere di chi sono i soldi delle imprese che aiutano a nascere; non lo sono gli ingegneri che fingono di non sapere di chi sono le aziende edili per cui progettano; non lo sono i consulenti fiscali, finanziari, economici e del lavoro che fingono di non sapere chi sono gli imprenditori a cui danno consigli; non lo sono i contadini che fingono di non sapere cosa seppelliscono quelli a cui fittano la terra; non lo sono i camionisti che fingono di non sapere cosa c’è nei cassoni che trasportano.

Qui nessuno è innocente.

E quando nessuno è innocente, tutti sono innocenti perchè ognuno aspetta che sia l’altro a fare qualcosa.

Il Pd candida Fabozzi (arrestato per camorra) per contrastare il Pdl che candida Cosentino (sotto processo per camorra). Qui la larghe intese sono nei fatti, nei comportamenti, nelle dinamiche, nella cultura.

Sono larghissime. Sono intese di popolo.

Mi colpisce che, mentre in Campania succede questo, a Roma, il nuovo governo Monti, non dica una parola sulla criminalità organizzata e sulla corruzione. Due questioni che, invece, sono centrali. Non solo dal punto di vista morale, ma anche economico.

Quando si parla di rilancio dello sviluppo al Sud, a che cosa si pensa? Ad una economia legale oppure alla tolleranza, ormai storica, verso l’economia delle mille illegalità?

Mi fa paura un governo che nasce per rilanciare l’Italia e che non dice nulla, nemmeno una frase, sulle mafie e sulla corruzione che, a mio parere, rappresentano la vera zavorra dell’economia meridionale: frenano le iniziative, alterano il mercato, compromettono lo sviluppo.

Perchè questo silenzio?

 

 

Senza un popolo

Il mio panettiere, stamattina, mi ha chiesto come andava lo spread. Ho detto non c’è male, grazie, quando c’è la salute…

Sui marciapiedi si parla di Bce, di Fmi, di Goldman Sachs, come quando una volta, il lunedì, con Biscardi, si commentava il moviolone. Il barista parlava del rigore dei conti, e ieri non c’era il campionato di calcio.

Una signora anziana del mio palazzo mi ferma : “lei che legge i giornali, che dice? Ci sarà il default?”. Penso di no, c’era il sole stamattina. Lo ha detto pure Monti: “è una splendida giornata”.

Mio padre mi confida che questo professore gli sembra una persona seria, gli ispira fiducia. “Dici che mi taglia la pensione? Sono diritti acquisiti, no?”

Mia mamma, invece, è rimasta colpita: “é andato a messa, e ha la stessa moglie da quarant’anni. Che brav’uomo”.

Su facebook ho visto la rinnovata cascata di link sulla casta: “Monti ha una pensione di millemila euro al mese, cominci da se stesso”.

Speriamo non lo becchino al ristorante del Senato a mangiare la spigola a due euro.

Pare che Travaglio abbia in mano una vecchia multa non pagata da Monti nel ’76, che sarebbe stata insabbiata dalla Tributaria.

Un vecchio amico di infanzia che gestisce una lavanderia con la moglie mi ha chiesto del differenziale tra Btp italiani e tedeschi. Quelli a sette anni, però. La suocera, che lo marca alla cassa, è intervenuta dicendo che bisogna prendersi i soldi dalle banche e metterseli a casa, perchè questi si pigliano tutto.

Sull’autobus, una signora chiede che cos’è questo debito pubblico. Risponde l’immancabile sotuttoio che comincia uno sproloquio su Craxi. Per fortuna sale il controllore, e scendono di corsa tutti e due.

Al bar c’era ottimismo: “Questo sistema tutto”, dice il proprietario. Quello che fa i caffè non è d’accordo, ma il cassiere ha fiducia in Napolitano.

“Piazza Affari va alla grande”: l’edicolante è euforico. “Lo spread scende, i rendimenti calano, stiamo ripartendo”.

Ne sono felice, davvero. Meno male. Fiuuuu. Tiro un sospiro di sollievo.

“Ma la prova del nove sarà nei prossimi giorni”. Smorza l’entusiasmo la mia vecchissima, arcigna, maestra delle elementari, che sta comprando Famiglia cristiana. “Questo governo deve avere la fiducia del Parlamento, e poi deve fare provvedimenti seri, altrimenti crolla tutto di nuovo”.

Dico “sì, sì”. Questa donna continua a farmi paura.

Ho un cugino che ha votato Berlusconi. Ho sempre cercato di capire, molto laicamente, le ragioni. Capire è importante. Capire è la prima cosa. Non smetto mai di chiedergli perchè, così capisco. Mi ha sempre fatto un elenco di motivi, mai uno solo: 1) è tutto un magna magna e almeno lui sa mangiare, e fa mangiare; 2) ha battuto i comunisti e io odio i comunisti; 3) ogni cosa che ha fatto, l’ha fatta alla grande: l’edilizia, le tv, il milan; vuol dire che è capace; 4) è un figlio di puttana; 5) alla fine uno vale l’altro, tutti rubano ma lui ci sa fare, è uno buono, non si fa beccare, se l’è sempre cavata.

Oggi l’ho visto triste, abbattuto. “Non doveva dimettersi”, dice. “Adesso se lo magnano. Si è rincoglionito”. Non si pronuncia su Monti, né su Bersani né su Casini né sul default. Dice solo che bisognava aspettarselo lo sgambetto da quel comunista di Napolitano.

Ah, già: Napolitano è comunista.

Un mio caro amico è un arancione fanatico. Non un Hare Krihsna. Un fan di de Magistris. Scassiamo, scassiamo, abbiamo scassato. Mi ha fatto una testa così per tutta l’estate, lui e la rivoluzione a Napoli. Oggi mi parla di dissesto del Bilancio comunale, di difficoltà strutturali a fare le cose, di piccoli passi. “Ci vuole pazienza”, mi dice. “Mica i cambiamenti si fanno da un giorno all’altro?”. Evito di dirgli che a dicembre dovevamo avere la differenziata al 70 % e che, a quanto pare, non siamo manco al 20, e che la città è la solita latrina, e che il traffico è stato spostato di strada ma sta sempre lì, il trasporto pubblico è peggiorato, la cultura è ferma, e che io non ho percepito il minimo cambiamento, se non che abbiamo preso un cantautore (e nemmeno Fossati, per dire) a presiedere il Forum delle culture. Non mi dico niente perchè finisce che mi attacca la pippa col fatto che sarei un nostalgico di Bassolino, e quindi un delinquente.

Comunque adesso arriva la Coppa America di Vela: dollari, soldi, sponsor, e Napoli rinasce.

Tutto a posto.

Oggi Monti incontra i partiti minori, domani incontra Pd, Pdl e terzo polo, e in serata i sindacati. Poi va da Napolitano e scioglie la riserva. Tutti gli dicono sì, sulla carta. Mercoledì fa il governo degli scienziati e va al Senato a chiedere la fiducia. Giovedì prende la fiducia alla Camera e poi parte.

Per fare che?

Le misure economiche chieste dai mercati. Patrimoniale, lotta all’evasione, pensioni, abbassamento del debito, crescita, innalzamento del Pil, risanamento. Tutte cose che in venti anni non sono state quasi fatte, né dal centrodestra né dal centrosinistra, e che SuperMario deve fare in tre mesi.

Poi deve fare le riforme strutturali: quella elettorale, quella del fisco, quella del mercato del lavoro, quella degli ammortizzatori sociali, magari quella del welfare, dell’istruzione, delle professioni, dei servizi, magari quella dell’innovazione, quella del merito, magari quella della legalità.

Magari, un Paese nuovo.

Il tutto, in un anno, senza una maggioranza e senza un popolo.

Con i bocconiani, con Napolitano, con il terrore del default.

Auguri, professore.

E si riduca la pensione, mi raccomando.