Occupymondo

Sabato sera ho visto un bel dossier giornalistico su Raidue. Lo ha curato Gerardo Greco, da New York. Mi ha fatto conoscere, e capire, il movimento degli indignati americani. Quelli dell’Occupy wall street. Ne avevo sentito parlare. Ne avevo letto. Ma non ci ero mai finito così dentro. Ne sono uscito colpito, e perfino rasserenato.

Tra i ragazzi di Occupy non ci sono incapucciati, non ci sono estintori, non ci sono bancomat divelti. Non c’è la paracula teoria della violenza dei figli di papà, che la mattina fanno colazione con le gocciole e il latte caldo, e il pomeriggio pascolano nei centri sociali.  Tra i ragazzi di Occupy non ci sono i vaffanculo demagogici, contro tutto e tutti, non ci sono le crociate giustizialiste, non c’è la retorica sull’unica Casta che indigna.

Il grido di Occupy, che nasce come movimento contro la finanza mondiale, è in realtà contro un pensiero.

Il pensiero unico del mondo senza morale.

Sto leggendo, in questi giorni, alcuni racconti inediti di John Cheever. Li ha pubblicati, in anteprima, con una edizione ridotta, il Sole 24 ore, col titolo “The fall e altri racconti”.

Li pubblica nei prossimi giorni, in edizione integrale, Fandango, grazie alla scoperta eccezionale fatta da un’agente letteraria italiana, Loredana Rotundo, che ne ha scovato una vecchia edizione americana mai tradotta in Europa e l’ha portata fin qui.

Sono racconti incredibili, che mi hanno aiutato a capire. C’è tutto il languido dolore, quello asciutto e glaciale, che solo gli americani sanno trasferire. C’è il racconto dell’America degli Anni Trenta, attraversata da una crisi economica violenta. Ci sono le fabbriche ferme, gli operai disillusi, le famiglie attraversate dallo stordimento di un crack economico improvviso come un pugno, che toglie case, lavoro, certezze, ma non la voglia di ripartire. C’è la morale. Una popolazione stremata che si ricostruisce sulle questioni di principio. Che recupera una etica di sé, e su quella fa leva.

Il dossier giornalistico su Occupy e, in parallelo, la lettura di Cheever mi hanno messo addosso l’angoscia e l’ottimismo, al tempo stesso. Come quando, al luna park, attraversi un tunnel di terrore, sapendo, però, che finirà.

La crisi che ci raccontano non è nulla. Arriverà più dura ancora. E ce ne accorgeremo tutti. Ci piegherà. Ma su quelle macerie potremmo davvero rottamare il mondo. Non i vecchi, ma il mondo. Anche il mondo dei “finti giovani” che hanno le logiche di sempre. Il mondo che gira al contrario. Il mondo dove la furbizia batte il talento, la famiglia batte il merito, il cinismo batte la coscienza, l’arroganza batte la mitezza, le bugie battono la verità, la comunicativa batte i contenuti, il ritmo batte la profondità, i soldi battono i sentimenti, l’ipocrisia batte la coerenza.

I ragazzi di Occupy non sono di destra né di sinistra, non sono anarchici, né comunisti, né riformisti, non sono viola, non sono antagonisti, non sono no global. Lo ha detto bene, ancora una volta, Roberto Saviano, in un intervento a New York su cui si è scatenata la solita ordalia di adulatori (straordinario!) e di detrattori (non c’era nessuno ad ascoltarlo) che si è concentrata, come spesso, sull’estetica, e non sul contenuto.

Io ho letto quello che ha detto Saviano, e mi trovo d’accordissimo. Non tanto sul fatto che l’unica a non risentire della crisi sia la criminalità, perchè credo che colpisca anche lei, che è pur sempre una costola dell’economia legale. Ma sulla lettura del movimento di Occupy. La crisi, secondo quei ragazzi, viene dall’idea stessa di questo sviluppo impazzito, senza regole, questo arricchimento folle, senza morale. Prima o poi ci travolgerà tutti, anche chi si sente al sicuro. Saviano dice che i ragazzi di Occupy ci propongono un nuovo umanesimo. Una maniera diversa di stare assieme.

Non c’entra la politica, c’entra la società.

Non c’entra il governo di destra o di sinistra, c’entra il modo di stare al mondo.

Mi piace questa lettura, e la sento mia. Mi ci riconosco. Ci leggo il mio stesso disagio. Il mio stesso bisogno.

Se è vero, e io ci credo, che l’America anticipa sempre quello che si muoverà nel resto dell’Occidente, allora credo che cominceremo presto a sentire anche noi questa urgenza. Che non è l’antipolitica rozza di cui, scioccamente, ci nutriamo, ma è la prepolitica.

Viene prima di qualunque governo, di qualunque schieramento.

E’ la necessità di una nuova morale, che metta da parte la competizione e si concentri sullo stare insieme, sul ricostruire una comunità.

Non è un caso che le parole d’ordine siano merito, talento, qualità, valori. Il senso del limite, del rispetto dell’altro, delle regole.

In Italia, ancora cincischiamo di riformismo, di anarchia, di comunismo, di liberismo, di governissimi, di alternanze, di berlusconi, di monti, di bersani, di vendola, di renzi, di schemi, di modelli elettorali, di centrodestra, di centrosinistra, di centrocentro, di enrico letta, di gianni letta, della cei, di cl, di ruini, di casini, di bagnasco, del governo del presidente.

Ma parlano tutti la stessa lingua. Magari chi meglio, e chi peggio. Ma giocano tutti dentro gli stessi confini. La scommessa, oggi, è romperlo quel recinto.

Parlare di mondo nuovo, e rottamare il vecchio.

Chi avrà il coraggio, e la forza, di cominciare?

 

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