Non sono invidioso degli asini

Per una volta sono d’accordo con Gian Antonio Stella.

In un articolo sulla deputata del Pdl Biancofiore fa un dettagliato elenco di strafalcioni che la parlamentare infila quando parla, o quando scrive.

Da do e sta e po’ con l’accento fino a veri capitomboli concettuali. La deputata altoatesina, per esempio, in una lettera accorata al Ministro Tremonti, pubblicata dal giornalista dell’Espresso, Fittipaldi (a cui si saranno rovesciate le palpebre), ha scritto, su carta intestata, che «l’accordo fu preso senza sentire n’è i dirigenti del Pdl n’è verificare la sensibilità dei nostri elettori…».

Niente male, onorevole.

Non si tratta, com’è evidente, di un errore occasionale, che può capitare a tutti, nella fretta di una scrittura veloce o nella distrazione dello sfarfallio di un monitor, o di una piccola licenza discorsiva che, con i linguaggi dei new media, ciascuno di noi tende a prendersi.

Si tratta di una sistematica, riconoscibile, violazione dell’italiano, quello dei fondamentali, che si apprende alle scuole elementari.

Trovo che sia grave, e molto deprimente.

Non è una questione di purismo della lingua, come immancabilmente qualcuno dirà. Né di quisquilie (“ci sono cose più importanti!”) né di aspetti marginali (“le cose che contano sono ben altre”).

Non si tratta, neppure, di fare le maestrine con la penna rossa e blu, giacché un piccolo errore possiamo farlo tutti.

Si tratta, in realtà, di una cosa più seria: della temperatura del merito in questo Paese. Di come si arrivi a ricoprire certi incarichi. Di quali siano le cose che contano. Di quanto pesi il valore, il talento, la qualità, e quindi lo studio, la capacità, la serietà, nelle carriere lavorative.

Se una persona che non conosce le basi della lingua italiana arriva a fare la deputata vuol dire che in Italia c’è un inceppo grosso nei meccanismi selettivi. E non solo della classe politica.

Penso la stessa cosa quando vedo strafalcioni simili altrove. Nelle lettere di professionisti, nei comunicati stampa di illustri colleghi, perfino sui giornali e nei libri e sui siti web.

Certo, ogni volta c’è una giustificazione. Si andava di fretta, non c’era tempo, è una distrazione, chissà quante ne capitano anche a te, sono cose che succedono, eccetera.

L’ultima delle giustificazioni, generalmente, è l’invidia. Quando fai notare gli errori, così gravi da sancire l’incapacità di chi occupa un posto che non merita, ti arriva addosso l’immancabile accusa.

Prima ti dicono che fai la solita lagna perché sei un fallito. E poi che sei invidioso perché vorresti stare lì, non ci sei riuscito, e quindi critichi.

Io posso rispondere per me.

No, non sono invidioso degli asini.

Io posso invidiare il talento che non ho. Mi è capitato di fronte a grandi scrittori o a giornalisti straordinari (ce ne sono).

Posso invidiare la fortuna, quando mi manca.

Posso invidiare il carattere, la personalità, quella durezza d’animo che ti consente di combattere fino all’ultimo e che, nel mio caso, si è ammorbidita troppo spesso in una sorta di indolenza romantica, pudica.

Ma non invidio l’incompetenza, la mediocrità, l’incapacità, che purtroppo dilagano.

Non invidio chi arriva ad un obiettivo solo perché i meccanismi selettivi, in questo Paese, a volte (non sempre, ci mancherebbe) si basano su comunanze, clientele, familismi, reti di amici, favori, intrecci mercantili e marchette.

Nessuna invidia, solo rabbia.

Una rabbia che, con gli anni, sfumando la possibilità che i sogni si realizzino, sento crescere sempre di più.

Una rabbia che credo attraversi molte persone, oggi. Gente che vive una frustrazione profonda perché sente di giocare una partita spesso truccata.

Gente che si chiede: “Se contasse solo il talento dove sarei oggi? Se pesassero, nelle selezioni, solo le qualità oggettive, il valore personale, la formazione, lo studio, la competenza, la capacità, cos’avrei fatto? E quanto migliore sarebbe il Paese se, invece delle trame clientelari,  pesassero di più, nella selezione dei gruppi dirigenti, i giudizi di qualità?

Sono domande che scavano dentro e che fanno fremere d’indignazione. Fanno male.

Questo ragionamento significa che tutti quelli che arrivano, che si realizzano, che occupano posizioni importanti, di rilievo, sono incompetenti, incapaci, inadeguati?

Certo che no.

La domanda è un’altra: quanto valgono, nei meccanismi selettivi, talento, competenza e qualità, in Italia?

Ho paura della risposta.

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