L’equità è una misura del dare, non del togliere

Mi sto chiedendo insistentemente cosa significhi equità.

Se ne parla, ormai, in modo ossessivo.

Il dibattito politico è così: ogni tanto ci si innamora di una espressione. Dieci anni fa, a sinistra, non c’era iniziativa che non richiamasse lo slogan “un altro mondo è possibile”.

Ricordo assemblee degli inquilini dal titolo “un’altra politica per la casa è possibile“;  attivi sindacali chiamati “un altro lavoro è possibile”; occupazioni scolastiche che parlavano di “altra scuola possibile”.

Poi l’altro possibile è morto, senza troppa amarezza. Era impossibile.

In quei stessi mesi si parlava molto di “bilancio partecipato” o “partecipativo”. Porto Alegre, i no global, decidere tutti assieme. Nei comuni dove c’erano giunte di sinistra si crearono assessorati al “Bilancio partecipato”, senza che si capisse bene cosa significasse.

Poi via anche quello. La dura legge dei numeri.

Nichi Vendola ha introdotto, qualche mese fa, la “narrassione”, e tutti oggi fanno riferimento a “nuove narrassioni”.

In queste settimane vanno assai gli “Stati generali”.

Prevedo molte iniziative, nei prossimi giorni, sul tema dell’equità. Gli stati generali dell’equità: perchè no?

Ma cos’è l’equità?

Alcuni la traducono in termini economici: “togliere ai ricchi e dare ai poveri, o comunque togliere di più a chi ha di più”.

Il dizionario italiano, in realtà, la definisce più astrattamente come sinonimo di “giustizia“.

La faccenda, quindi, si complica perchè la giustizia, secondo il dizionario, è la “virtù morale che consiste nel rispettare i diritti altrui e nel riconoscere a ciascuno ciò che gli spetta”.

Quindi l’equità è più una misura del dare, che del togliere.

Mi chiedo se lo Stato italiano, in questi anni, abbia dato equamente.

Se l’equità è giustizia, trovate equo, e quindi giusto, che nello stesso luogo di lavoro ci sia una persona che lavori il triplo di un suo collega, guadagnando un terzo, facendo le stessissime cose, forse meglio (perchè sennò lo cacciano), non avendo diritti sindacali, malattie, riposi, non avendo prospettive di stabilità e di pensione?

Quelli della mia generazione lo fanno da molti anni. Una vita. Come fantasmi. Invisibili. Ma nessun sindacato ci ha mai fatto uno sciopero generale. Nessuno, a parte gli interessati, si è indignato. Nessuno ha sollevato, in questo caso, il tema dell’equità.

La manovra di Monti ha raccolto rabbia. Per certi versi, lo capisco: chiedere alla gente nuovi sacrifici, dopo che se ne sono fatti tanti per anni, senza che arrivassero risultati apprezzabili, è davvero difficile, soprattutto in un momento in cui la crisi si sente con forza.

Spero che l’allontamento dello spettro del default possa dare un senso a questa stretta.

Credo che il terreno vero della sfida dei prossimi mesi, e anni, sia, però, un altro, quello delle riforme strutturali. Qualcosa si vede già: via le pensioni retributive, via le pensioni di anzianità; riscrivere, con queste risorse, il welfare, il mercato del lavoro, quello degli ammortizzatori sociali, della previdenza e dei diritti.

Cose che sono già nelle disponibilità delle generazioni passate, e sono negate a milioni di lavoratori precari.

Cose che sono state a volte gestite in chiave di privilegio, abusandone, e hanno prodotto un debito pubblico che pesa, paradossalmente, su chi non ha colpe, sui giovani, e su chi verrà dopo.

La vera iniquità, secondo me, è questa.

Il mondo nel quale si è sguazzato, e si sguazza, pensando che le risorse siano infinite, pensando che nessuno paghi.

A me questa Italia, questa che mi carica un debito di circa 2mila miliardi fatto anche per mandare in pensione la gente a 50 anni, o per tenere negli uffici pubblici persone che non servono, che non lavorano; o per mantenere in permesso permanente delegati sindacali che tutelano clientele personali; o per ingrassare a dismisura gli organici universitari, per esempio, solo per metterci i figli e i nipoti del preside; a me questa Italia non piace.

Voglio che cambi.

Le riforme prospettate dal  governo sono un passo.

Mi auguro che nei prossimi mesi l’Italia venga rivoltata come un calzino. Se affido a Monti, uomo del capitalismo finanziario, quindi interno alla cultura della disparità, una speranza è solo perché voglio credere che si sia, anche lì, consapevoli della necessità del cambiamento.

Il Paese si deve modernizzare brutalmente. Bisogna scardinare tutte le rendite di posizione. Tutte. Non i diritti, sia chiaro. Ma il loro abuso, la loro manipolazione, operata anche da corpi intermedi come i partiti, i sindacati, le associazioni di categoria, gli ordini professionali, le previdenze autonome.

Bisogna che si costruiscano nuovi sistemi per misurare il valore, il merito, l’accesso, e quindi le retribuzioni, i contratti, i rapporti di lavoro, la previdenza, e le stesse dinamiche di carriera sui luoghi di lavoro, costruite molto sulla vecchiaia, sugli automatismi, e quasi per nulla sul merito.

Lo si deve fare con brutalità, fermezza, durezza. Senza toccare i diritti ma scardinando i privilegi, costruendo uguaglianze dei diritti e disparità delle valutazioni.

Sarà dura, perchè dura sarà la resistenza di chi, su tutto questo, ci marcia da sempre, nascondendosi dietro i diritti, intonando il lamento del derubato.

Ma è quella, dal mio punto di vista, la vera partita per l’equità. Non tanto trenta euro in più o meno di tasse, o di perdita di potere d’acquisto.

Ma il destino di una vita.

L’equità tra una generazione che ha avuto tutto, sprecando molto, accapparando troppo, vivendo al di sopra delle sue possibilità, e una generazione che non ha avuto nulla, e invecchia pagando un debito che non ha contratto.

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2 thoughts on “L’equità è una misura del dare, non del togliere

  1. Bell’articolo Anto’ (grazie intanto per la risposta al mio commento precedente)! Mi piace e condivido la tua interpretazione dell’equità come qualcosa che si misura soprattutto andando a vedere il lato del “+” (+ diritti, + lavoro, + possibilità per + persone) e non solo del “-“. Così però mi alzi un lob: il governo Monti (basta parlare di manovra! Mi piacerebbe fare un discorso più generale), che per ora ha puntato solo sul “-“, sembra orientato a tappare una falla, piuttosto che a realizzare riforme di ampia portata. Ecco perché parlavo di occaZione Zprecata.
    Un primo passo, tu dici; un segnale, penso io: i primi venti giorni di governo tracciano il solco entro cui si muoverà e si esaurirà la sua azione politica. E’ scongiurato il pericolo del default? Per un paio di giorni, poi lo spread Btp-Bund riprenderà a crescere perché, secondo me, siamo in una situazione in cui le economie nazionali sono sotto la costante minaccia di mercati iperfinanziarizzati e spietati. Che non vanno assecondati o rincorsi, sperando che ci concedano una “A” in più. Hai notato in che termini si parla oggi dei mercati? Sembrano una specie di babbo natale che, se fai il buono, ti premia, evitandoti la ghigliottina. Puntare sulla coesione sociale, si deve! Ridare un senso alla parola “pubblico”, “bene comune”, perché solo una nazione che si ritrova su alcuni valori comuni (v minuscola, please) può sperare di reggere all’impatto di una crisi sistemica (di un default, persino) e di ricostruirsi a partire da quella crisi (krìsis vuol dire anche separo, decido). Islanda docet.
    Non trovi?

    Ciao Anto’

    • ciao Cesare, il caso Islanda mi sembra molto specifico, e poco replicabile. Un debito privato, e non pubblico, e soprattutto 300mila abitanti.
      Monti ha riformato le pensioni in venti giorni, a me sembra una cosa buona. Sarà in grado di fare altro? Non so prevederlo. Io me lo auguro.
      Naturalmente siamo nel solco di un governo del capitalismo finanziario, che ha tutte le contraddizioni che tu indichi, che indubbiamente salva i potenti e colpisce i più deboli. Ma questo, purtroppo, deve fare in questo drammatico contesto.
      Monti non farà la rivoluzione socialista, di questo sono sicuro.
      Oggi, purtroppo, è così. Mercati finanziari che dettano legge, debito pubblico che ti inchioda a loro. Non possiamo che starci dentro. E non possiamo coltivare l’illusione di costruire una strada tutta italiana. Siamo in un mondo globale, sotto dittatura e dettatura della finanza.
      Io nel default non spero. E’ come sperare nella guerra atomica per ricostruire l’umanità. Mi sembra un po’ pesante come cura. L’Argentina ha vissuto dieci anni di inferno. Poi ci si riprende, certo. Anche dopo le guerre, arriva il boom. Ma io un decennio di devastazione me lo risparmierei.

      saluti.

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