Marco vuole restare a Napoli

L’ultimo rapporto Migrantes conferma quello che sentivamo già addosso. Ne parla oggi Il Mattino.

I nostri amici, i nostri fratelli, i nostri vicini, i nostri compagni di studio ci stanno lasciando. Se ne vanno. Abbandonano Napoli, abbandonano il Sud, abbandonano l’Italia.

A gennaio del 2010 erano 420mila i campani residenti all’estero. A gennaio del 2012 erano 10mila in più.

Ci stiamo svuotando.

Partono i giovani tra i 25 e i 35 anni. Partono per non tornare. Partono per sempre. Partono per avere un’opportunità. Non è la migrazione poverissima del Novecento. Nessuna valigia di cartone. Partire è quasi un lusso. Parte chi se lo può permettere, chi ne ha la possibilità. Chi ha qualche carta da giocare. Laurea, master, valigia. Si parte felici? No, non mi pare.

I miei amici andati hanno un lutto permanente, il nastro nero sul cuore. Non è la nostalgia delle «lacrime napulitane». È il dolore sordo della necessità. Partire non per scelta ma perché non c’è scelta. Si diventa, così, barche ancorate sull’abisso. Il prezzo della realizzazione è recidere le radici, coltivarle nel vaso stretto della nostalgia, o di ritorni low cost, sempre più faticosi.

Mamme che dicono «vai, non ti preoccupare per me», rovesciando il copione della chioccia perché l’amore è innanzitutto rinuncia.

Relazioni che si frammentano. Ragazzi che temono legami sentimentali. Stiamo insieme così perché su questa giostra, magari, io finisco a Nord e tu ad Est.

Amicizie collassate come mongolfiere che precipitano all’improvviso.

E, su tutto, la dittatura feroce del lavoro.

Ma c’è chi si ribella.

Marco, dopo la laurea in Lettere (follia) con 110 e lode, e un master, non vuole partire.

Ingaggia addirittura una lotta furiosa con il padre e con la madre. Gli dicono «cazzo fai qui? Vattene via». Hanno una figlia a Verona. Insegna in una scuola privata. Le suore. Pagano bene. Un po’ severe. Ma pagano. E quando falliscono le suore??

La ragazza ha parlato alle monache di questo fratello bravissimo. C’è un posto per lui a Verona, nella scuola delle suore.

«Vai, Marco, che cazzo ci fai qui? Napoli è morta. Vuoi morire pure tu?».

«Ci trasferiamo tutti».

Marco, però, non vuole partire.

Ha un nonno pazzo e geniale, un ottantenne con i jeans, la camicia bianca e i capelli come Einstein. Ha fatto il professore e quando gli è morta la moglie, si è ritirato su un piccolo pezzo di terra con una casupola. Il fatto è che questo sputo di terreno sta al Vomero, il quartiere napoletano del cemento e dei palazzi, in mezzo alle case.

Proprio in mezzo.

Un fazzoletto di terra nera, per giunta edificabile, dove avrebbe potuto costruire una villa da due milioni di euro, e dove, invece, lui si ostina a coltivare un orto e una vite.

Una vigna di città, da cui fa un rosso che ha chiamato, beffardamente, «vaffanculo».

Il nonno dice a Marco una cosa sola: «le radici hanno bisogno di terra, scegliti una terra e metti radici. Non ti muovere più ».

Marco ha scelto. Le sue radici le tiene a Napoli, ben salde. Non è un mammone, non è un fannullone, non è uno sfaticato.

È solo uno che vuole restare a Napoli.

«Ma qui che fai?», gli chiede il padre, ansioso.

Che fa? Insegna in una scuola privata, senza stipendio. Per fare punteggio. Fa supplenze nella scuola pubblica. Per fare punteggio. Scrive su un giornale. Gratis. Per fare esperienza. Fa tre stage in aziende private. Gratis. Per fare curriculum. Fa dodici concorsi pubblici. Pochi posti per migliaia di concorrenti. Per provarci. Invano. Collabora col professore all’Università. Gratis. Non si può mai sapere. Finisce in un call center. Cinque euro l’ora. A nero. Per pagarsi la benzina.

Per lo Stato, Marco è disoccupato. Ma lui non fa che lavorare. Non guadagna. Ma lavora, lavora, lavora come un pazzo.

Perché qui il lavoro c’è, non si fa che lavorare. Solo che nessuno paga.

Marco resta a Napoli. Vuole restare a Napoli. È dopo otto anni, una Laurea, un Master, 12 concorsi, 17 colloqui, tre stage non retribuiti,  capisce che c’è, però, un prezzo da pagare.

Sia che parti sia che resti.

Partire significa andare in frantumi restando in piedi, ma restare significa riscrivere l’idea di sè.

A Marco, ancora una volta, lo spiega il nonno, con una lettera che lui trova dopo la morte del vecchio.

«Se vuoi restare, cambia tutto. Spariglia. Pigliati questo spazio».

Marco, oggi, fa il contadino al centro di Napoli. Coltiva quel terreno al Vomero. Ha appeso la sua Laurea in bagno, tra il water e il bidet.

Vicino ci ha messo anche la pergamena del Master.

Marco coltiva un orto biologico. Ci tira ortaggi e verdure per sè, e per due supermercati della zona. Ha fatto crescere la vigna, l’ha resa rigogliosa, ha comprato una macchina per il vino.

Ne tira un bel po’ di bottiglie, è un bel rosso, lo vende a tutto il quartiere. Ci campa, ma solo perché ha tolto il piede dall’acceleratore.

Vive di poco.

Pochi soldi, meno consumi, non ha l’auto, veste semplice, scrive per sé, ha rinunciato all’insegnamento.

Gli basta la terra. Uno sputo di terra nel cuore della città.

Al vino, intanto, ha cambiato nome. Lo ha chiamato «radici». Sull’etichetta ha messo una foto del nonno, e minuscolo, giusto sotto, in suo onore, ha lasciato scritto: «vaffanculo».

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28 thoughts on “Marco vuole restare a Napoli

  1. L’analisi poetica di una situazione molto triste che, ahimé, mi trovo a condividere e subire quotidianamente. Complimenti.

  2. “Partire significa andare in frantumi restando in piedi”, che mi ricorda il tanto più comune “partire è un po’ morire” e va bene, può anche morire una parte di te, ma poi rinasci, altrove, e ti ritrovi in un sorriso. Oppure no, perché ognuno ha i propri compromessi.

    Io son campano, da 5 anni fuori, e mai pentito d’esser rinato altrove. Però leggere certi articoli solletica sempre una certa amarezza, è il sapore che ha in bocca, spesso, l’italiano all’estero, un sapore amaro. Poi lo ingoi, con il tempo.

  3. Due mesi fa un amico mi è venuto a trovare, e prima di andarsene mi ha detto: ‘Ame – in due settimane qui ho capito che tu vivi come se stessi a Soccavo, solo che sei ventimila kilometri lontano’.
    Il nastro nero sul cuore: tutto vero.
    In assoluto la cosa peggiore è rispondere alla domanda ‘come ti trovi lì?’. Male, lo sai. Come sai che ti risponderò che va tutto bene e che è bellissimo perchè non c’è traffico, la camorra e tutto funziona. Possiamo risparmiarci l’idiozia (tua) e l’ipocrisia (mia)?
    Ti abbraccio Amen.

  4. Mah, io sono partito tre generazioni fa…. e ancora torniamo tutti al paesello, due generazioni, perché la prima, quella che partì con le valige di cartone, purtroppo non c’è più!
    Certo, si rinasce altrove, ma se sei un uomo, sai da dove vieni. Lo sai che la tua casa è là.

  5. Una scelta che anche io ho fatto, con un pizzico di fortuna in più. Laurea in ingegneria, due master (uno con il Poitecnico di Torino ed uno quasi concluso con il MIP di Milano), tanti corsi, tanti certificati, 4 anni a Torino nei più importanti centri di ricerca del settore delle Telecomunicazioni e poi la decisione di ritornare. Rientrare per contribuire alla crescita del mio territorio. Ho 35 anni e forse, con questa scelta, la mia scalata sociale si e’ conclusa. Figlio di operai, disoccupati, lavoratori. Potevo puntare ad una carriera fulminante e ripagante. Invece ho preferito ritornare per non staccarmi dalle radici, dalla terra che mi ha visto nascere e crescere. Se tutti andiamo via, chi proverà a cambiare questo destino amaro? Nonostante tutto non ho perso la speranza e la grinta di chi vuole ridare al Sud ed al Mezzogiorno quella ricchezza e quelle capacita’ che gli hanno permesso di primeggiare fino a qualche secolo fa. E per farlo bisogna restare, non andare.

  6. Bello, proprio bello, questo articolo. Che rispetta entrambe le scelte, non esprime giudizi, ma di entrambe le scelte coglie la forza che ci vuole e il dolore che ne consegue, con un po’ di poesia. Io sono una di quelle che ha scelto di andare, negli ultimi due anni ho letto caterve di articoli sui giornali italiani sull’argomento, e mi hanno fatto tutti incazzare. Tranne questo, questo mi ha ‘scarfato’ il cuore 🙂

  7. La storia di Marco è bella, è vera. Quella di vivere nella frugalità (serge latouche) pur di non abbandonare le proprie radici, è una scelta ora meno coraggiosa di quando arrivavi su al nord e trovavi lavoro e dignità. Ora restare sembra un’alternativa addirittura interessante…

  8. Bella storia, cruda e reale. Condivido il commento di andima. Anch’io sono un napoletano “emigrato” per lavoro e non con la valigia di cartone. Purtroppo dopo un pó che vivi lontano da Napoli ti rendi conto con molta amarezza che rinascere altrove non è poi questa gran catastrofe. Fermo restando che, come si è già detto, entrambe le scelte meritano rispettano.

  9. Anche se condivido in parte questa perifrastica poetica di una situazione semi triste, a dire il vero io non vedo nulla di male nello sradicarsi e nel sentirsi cittadini del mondo…aprirsi a dimensioni un po piu vaste e confrontarsi nel mondo lavorativo su scala globale…scusate ma davvero questa malinconia ve la dovreste far venire quando la Camorra crea le condizioni di mancato sviluppo di attivitá economiche al Sud…la questione è piu matematica di quanto sembra, no aziende…no lavoro…l’azienda piu diffusa a Napoli é la salumeria o il bar a livello familiare ed oltretutto state parlando di una cittá tipica del Sud Europa che non ha nemmeno tanto rilievo su scala nazionale, i mali li conosciamo benissimo…inutile il lamentio ma basta volerli risolvere…firmato un napoletano che se ne va con estrema felicitá

  10. “[…]È il dolore sordo della necessità. Partire non per scelta ma perché non c’è scelta. Si diventa, così, barche ancorate sull’abisso. Il prezzo della realizzazione è recidere le radici, coltivarle nel vaso stretto della nostalgia, o di ritorni low cost, sempre più faticosi. […] Il nonno dice a Marco una cosa sola: «le radici hanno bisogno di terra, scegliti una terra e metti radici. Non ti muovere più ».”

    Vivrò anch’io, fra qualche anno, il corso di questa emigrazione. La vivrò di persona.
    Ciononostante, mi trovo a non condividere l’idea del protagonista Marco, credo che con le sue potenzialità avrebbe avuto tutte le carte in regola per migrare!

    Gran bell’articolo, Antonio.
    Complimenti.

    • Beh forse non hai capito, lui ha rinunciato alle carte in regola, perché non lo rendevano felice, non in quel modo.

  11. Apprezzo quello che ha fatto Marco, se se lui si trova bene, assoultamente ha fatto bene. Il problema e’ che non tutti hanno il fazzoletto di terra, che poi quanto fazzoletto e’, se riesce a coltivare il vino per il quartiere? Inoltre io sono 4 anni e mezzo che non sono piu’ a Napoli, ho girato tanto e nel mio girovagare, adesso vi scrivo da Tokyo. E’ vero, sento la mancanza della mia terra, dei miei amici e della mia famiglia, ma non posso dire di vivere con il lutto sul cuore. Le soddisfazioni che mi da la vita all’ estero sono eccezionali. E poi parliamoci chiaro, non ci sono solo napoletani in giro per il mondo… i miei amici sono spagnoli, tedeschi, indiani, cinesi, australiani, americani… tutti oramai si muovono in giro per il mondo. Non e’ facile, nessuno lo dice, e all’ inizio e’ anche molto doloroso, ma e’ questione di scelte, restare e farsi il fegato amaro, vedere i piccoli raccomandati andare avanti, o partire e farsi valere, soffrire di nostalgia a tratti (perche’ non si soffre sempre) e sentirsi realizzati ed appagati. Per quanto mi riguarda sinceramente, non so tutti voi, ma la mia famiglia non ha mai navigato nell’ oro, se mi hanno dato la possibilita’ di studiare e di prendere una laurea, io non me la sento di metterla tra il Wc e il bidet, preferisco fare i bagagli e andare fuori a spendere le mie conoscenze… per quanto riguarda Crescenzo Coppola… non sono d’accordo… se vuoi fare qualcosa per la tua terra, vai fuori, apprendi, diventa un esperto, una persona competente nel tuo settore e poi se pensi alla tua terra, sacrifica la tua posizione, il tuo prestigio all’ estero per tornare e provare a inculcare agli altri quello che hai imparato… la laurea non ti da proprio niente. Io sono laureato in Biotecnologie, ma dopo alcuni anni di ricerca sul cancro all’ estero, un dottorato in Germania, ancora non mi sento capace di poter dare nessun grande contributo alla mia terra se non quello di dire a gran voce a tutti, partite, imparate, girate per il mondo e poi, quando pensate di poter davvero cambiare qualcosa, tornate!
    Ripeto comunque, apprezzo la scelta di Marco e sinceramente non posso negare il fatto che una lacrima mi e’ scesa sul viso, alla fine quando e’ scritto che ha messo la foto del nonno, e ha chiamato il vino Radici… mio nonno mori’ di cancro, e mio cugino pure, pochi mesi fa… loro mi hanno lasciato un energia dentro che mi permetterebbe di andare sulla luna se fosse necessario pur di continuare a battermi contro questo male!
    Grazie a Marco, e grazie a tutti quelli che vivono la vita con passione!

  12. Non sono d’accordo nel non andare via : certo come si dice nel racconto andare via non è una scelta ma una forzatura ma fare il contadino non lo è?? Se Marco ha ( aveva?) delle aspirazioni, degli obiettivi trovo più giusto cercarli di raggiungere ovunque sia possibile farlo; non mi è mai piaciuto ripiegare forzatamente su altro ; quando qualcosa non mi riusciva cambiavo strategia. Rimanere legati alla propria terra è bello ma le origini rimangono tali anche se vai via anzi mio zio in Argentina mi dice che si rafforzano l’unico guiao è quando torni in vacanza ( lui ci torna solo in vacanza) ti sembra tutto bello e meraviglioso…..
    Carlo

  13. A breve avrò anche io una laurea umanistica da appendere nel bagno.
    Ho un “piano di fuga” ben preparato nei dettagli, ma la voglia di restare qui è fortissima.
    Anche io ho un pezzo di terra (a Scampia) e sto valutando se rendere quello il mio vero futuro.
    Nel frattempo vorrei comprare il vino di Marco,anche per parlarci e confrontarmi su come rendere la terra una risorsa (pur non essendo un contadino).
    Posso avere un indirizzo o un contatto?

  14. Penso sia una gran bella storia;l’inizio mi ha insospettito sembrava il solito ‘piagnisteo da terroni’ invece quel nonno ha ribaltato tutto e va bene così. Puoi scegliere di non farti condizionare l’esistenza da regole del gioco che non condividi e allora basta uscire dal gioco e avere la consapevolezza di rinuciare a ciò che,partecipando, POTRESTI vincere, l’importante è non piangersi addosso

  15. bello. ma non so se sia una sconfitta o una vittoria la sua. anche le piante spostano le proprie radici se il terreno su cui poggiano non è fertile. è vero i rapporti ed i legami (a volte anche quelli sentimentali) si rompono andando fuori ma lo stesso può accadere restando. perchè gli altri prima o poi verranno sparati altrove e chi resta potrebbe comunque restare solo. e poi si possono fare scelte di vita che comportano zappare la terra e vendere qualche bottiglia di vino ma queste sono scelte personali, estremamente personali, che possono allontanarci da chi ci circonda e ci vuole bene se non sono prese insieme e condivise veramente. perchè il ragazzo potrà anche vivere di vino ma dubito che possa farlo una famiglia…

    comunque lasciandoci per un momento alle spalle questo picco di pessimismo esistenziale

    ti invito a partecipare a questo nuovo forum dove proporre idee per migliorare la città di napoli

    http://ideenapoli.forumfree.it/

    forse si può cambiare qualcosa. forse il terreno non è così avvelenato e si può ancora piantare qualcosa

    ciao

  16. Mi sono commosso…perchè il dolore del racconto rindonda con il mio dolore.Io che ogni giorno scelgo di restare, ma ogni giorno scelgo dolorosamente..io faccio il piccolissimo imprenditore e combatto con la burocrazia in primis, con le tasse ( troppe per un giovane imprenditore che dà lavoro ad altre quattro persone a part time), con la criminalità ( troppa e violenta) e con l’assenza dello Stato che non mi tutela nè contro i debitori,nè con la criminalità nè contro le leggi innumerevoli e mutevoli che assomigliano sempre più a trabocchetti per inciampare e pagare sanzioni.Il tutto per vivere in una città che non mi offre servizi e umilia tutti i giorni la mia onestà e senso civico per favorire “l’amico di ….” o risolvere “chiedendo il piacere a…”…guardandosi le spalle SEMPRE..Stanco e non ho neanche un piccolo terreno e sarà per questo che i miei sogni non mettono radici….

  17. Ciao, sono Letizia di Viterbo, ricordi? Ci siamo conosciuti alla presentazione del tuo libro Se Steve Jobs al 2righe book bar. Sono quella con i capelli rossi riccissimi che, come te, ha frequentato le elementari in un garage, ma ad Ostia Lido. Fantastico ed amarissimo post nel quale (come al solito) mi sono tristemente riconosciuta. Speriamo di riaverti con noi a Caffeina. Un abbraccio.

  18. avrei voluto restare, ma a 50 anni mi sono ritrovato senza lavoro, potete immaginare tutti come mi sentivo, sono partito con soli 300 ¢ in tasca qui ho ritrovato lavoro dignita e decoro , chiedo : n’ é valsa la pena ? Cmq ho dovuto pagare un prezzo!!!!

  19. A Marco gli anni di studio non sono serviti a molto, difatti non ha imparato ad acchiappare a volo le opportunità. “Spariglia”, gli ha detto il nonno, mica siediti e mantieni le cose così. Spariglia, Marco. Metti il tuo terreno edificabile in mano a un bravo costruttore, in cambio, nella palazzina che verrà, ti fai dare due grossi appartamenti e due garage. Uno dei due appartamenti lo affitti (al Vomero gli affitti sono perfino cari) e uno lo tieni per te. Dei garage fai lo stesso. Così, circa 1600 euro lordi te li metti in tasca e sorridi. Poi, caro Marco, invece di concimare broccoli e legare pomodori, visto che avrai una casa grande, la trasformi in un bel B&B a prezzi modici. “La casa di Marco”, così ospiterai giovani in vacanza oppure studenti che prepararno i concorsi, o famigliole allegre, e belle ragazze straniere. Faresti i soldi anche lì e avresti anche nuovi amici. Marco, gli anni di sacrifici avrebbero dovuto insegnarti ad andare avanti non a tornare indietro. Per questo noi del Sud stiamo e staremo sempre immobili e attoniti a vedere gli altri che fanno, crescono, cambiano, vivono, non guardiamo mai l’orizzonte, ma la riva.

  20. L’articolo e’ certamente scritto in modo eccellente, complimenti.

    Tuttavia, la solizione non puo’ essere rinunciare alle proprie aspirazioni ed ai propri sogni. Se non e’ possibile realizzarli a Napoli, o in Italia, e’ senz’altro il caso di andare altrove.

    Restare significa solo ed esclusivamente fare il gioco di tutti coloro a cui va piu’ che bene che un impiegato lavori 10 ora al giorno per 400 euro al mese in nero.

    Ovviamente, andare all’estero significa adattarsi, imparare ed assorbire un nuovo paese ed una nuova cultura. Se l’idea e’ di partire e vivere rinchiusi in comunita’ di Italiani che cercano di vivere come fossero ad Afragola e passano le serate a discutere di quanto Pinerolo sia meglio di Londra, restate dove siete.

  21. Complimenti sinceri, Marco. Davvero. E’ proprio il caso di dire che occorre più coraggio per restare che per andare via. Io sn fra quelli che a suo tempo è dovuto partire ma che ha voluto, con tutto se stesso, tornare. E ci sn riuscito. Volevo infine dirti che non trovo giusto verso te stesso appendere la laurea e il master nel cesso. I pezzi di carta di per se’ nn valgono molto, Marco, ma vale molto quello che sei diventato, che sei oggi, quello che ti porti nel cuore e nell’anima, anche grazie a quei corsi. Onora loro e te stesso!

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