Poi esce il cuore

Sta girando molto la foto di un barista spagnolo che blocca la polizia e dà rifugio, nel suo locale, a decine di manifestanti inseguiti dalle cariche.

Tempo fa ricostruendo una storia realmente accaduta, provai a raccontarla così.

Mi piace ripubblicarla qui, adesso.

 

 

 

 

La Garbatella di Alvaro

 

 

“me la racconti questa storia?”

“lascia stare”

“perché?”

“non è più il tempo”

“ma io vorrei sentirla”

“e io non la voglio raccontare”

“e se insisto?”

“lo sai che non mi va”

“lo so”

“e allora non insistere”

“ma ogni tanto torna nei discorsi di tutti; l’altra sera alla villetta se n’è uscito uno dicendo che Genova non è niente e che non puoi sapere che cos’è la rivolta se non sai quella storia”

“ma lo voi capì che è finito il tempo, che era un altro mondo?”

“come la fai lunga, non sono manco quarant’anni. Era l’altro ieri”

“un altro mondo”

“senti, io voglio questa storia perché voglio scrivere un racconto”

“che vuoi scrivere?”

“un racconto”

“sarebbe?”

“tu racconti la storia a me e io la scrivo”

“e poi?”

“e poi la regaliamo alla memoria”

“mi fai sorridere”

“non dovresti”

“ti devo prendere sul serio?”

“non puoi tenere quella storia per te”

“ma se ne è parlato tanto”

“ma nessuno c’è stato dentro, e tu sei quella storia”

“quella storia non sono io, quella storia è la Garbatella”

“e raccontiamola”

“mi fai sorridere”

“non dovresti”

“e se te la racconto, che fai? Prendi appunti?”

“registro la tua voce”

“addirittura?”

“sì”

“e perché?”

“perché la memoria deve avere una voce”

“e allora prendi il registratore e vieni alla finestra”

“sì?”

“sì”

“sono pronto”

“lo vedi laggiù quello slargo sotto la scalinata che va verso il ponticello della vecchia ferrovia?”

“quello sotto piazza Brin?”

“sì”

“lo vedo”

“è cominciata lì. Ventisette maggio millenovecentosettanta. Il primo fu Marchetto, il figlio del lattaio”

“il commercialista?”

“esatto. Oggi ha lo studio qui di fronte. Allora avrà avuto dieci anni. Giocava a pallone con il fratello Gigi e due amici, i gemelli Lorìa”

“i nipoti della sora Mariella”

“sì. Giocavano a tirare i rigori quando videro arrivare una trentina di poliziotti. Era un intero plotone della ps, celerini. Avevano il manganello, il casco, lo scudo. Si schierarono in assetto. Davanti a tutti, uno in giacca con la fascia tricolore e un megafono. Urlò ai ragazzini di andare via. Loro li guardarono un po’ stralunati. Ma che vonno? Dalla finestra del lotto 54 arrivò un urlo. Se la stanno a piglià coi regazziniiiiiiiii. Quella voce corse terrorizzata lungo tutta la discesa, fino all’albergo, entrò nelle case, dalle finestre, scosse persiane, proprio come il vento. In quel momento Marchetto fece una cosa incredibile”

“cosa?”

“prese una pietra, la sollevò e la lanciò contro i poliziotti, beccando il casco di uno. Un gesto inutile, se ci pensi. Ma forte. Un ragazzino di dieci anni, trenta poliziotti schierati e questo ti lancia la pietra. Poi si gira verso gli altri e dice: ’scappamoooooooooo’. ”

“e la polizia?”

“la polizia non se l’aspettava, non sapeva che fare. Si guardarono tra loro e tutti guardarono il funzionario. Che facciamo, carichiamo?”

“caricarono?”

“no. Ognuno di quei poliziotti aveva qualche bambino a casa. Non caricarono. Trenta poliziotti dietro a quattro bambini lungo una scalinata. No, non caricarono. Ma salirono lentamente verso la piazza”

“per andare dove?”

“per entrare alla Garbatella, piazza Brin era un punto strategico. Stavano caricando gli studenti a San Paolo. Si erano riuniti lì, come sai, per il vertice Nato. Erano i tempi di Mao, del Vietnam, della Cambogia, e di Potere Operaio. Gli studenti si erano radunati a San Paolo per marciare verso il palazzo dei congressi e bloccare il vertice degli americani. Figuriamoci”

“cosa?”

“velleità”

“sogni”

“cazzate”

“ideali”

“avevano tempo da perdere e il soldo in tasca. Ma gli piaceva sentirsi grandi. Quando la polizia li caricò salirono alla Garbatella, si sparsero terrorizzati nei viali, correvano che sembravano cavallette e dietro di loro nuvole di fumo, spari, fischi, rumore di tantissimi passi”

“fu allora che successe qualcosa”

“successe che si aprirono le case del quartiere. La sora Lucia, quella che è morta due anni fa sotto una macchina, mise una ventina di limoni a spicchi su un vassoio e scese per strada. Ne dava ai ragazzi e glieli faceva mordere per non sentire i lacrimogeni. Un altro gruppo di donne si sistemò all’inizio del lotto 54, dove c’era la Standa, e qui si apriva in blocco, come un portone, per far passare i ragazzi e poi si chiudeva. Da sotto, un plotone di ps osservava la scena e non sapeva se caricare o no quella ventina di tardone con grembiuli da massaie e fazzoletti annodati in testa. Anche in quel caso, la polizia lasciò stare. E le donne, intanto, sistemarono i ragazzi nelle case e sbarrarono i portoni”.

“la guerriglia, però, ci fu”

“certo”

“tu dov’eri?”

“al bar di piazza Biffi a giocare a carte”

“non sapevi degli scontri?”

“avevo sentito qualcosa. Scendendo di casa sentivo un megafono che gracchiava giù al parco Schuster. Anni dopo ho saputo che era un certo Scalzone. All’epoca urlava come un disperato e diceva a tutti di andare a San Paolo. Avevo visto questa colonna di studenti che si allungava e la polizia da lontano. Pensai che li avrebbero corcati a dovere e forse non mi dispiaceva nemmeno”

“poi?”

“poi è uscito il cuore della garbanza e ci siamo buttati in mezzo”

“riprendiamo dal lotto 54”

“lì la ps arretrò e si disperse nei vicoli. Si vedeva che erano disorientati, quasi cercavano la strada per tornare. Intanto, però, un plotone di polizia si diresse verso il cinema, dove stavano facendo un’assemblea e a piazza Bartolomeo Romano ci fu uno scontro che impressionò tutti quanti. Menavano come i pazzi e gli studenti piangevano e scappavano da tutte le parti. Quelli li bloccavano e li massacravano di manganellate. Poi li lasciavano a terra nel sangue. Penso che fu lì che la Garbatella decise che non sarebbe rimasta a guardare. In cinque minuti non si capì più nulla. Gli studenti scappavano, la polizia li inseguiva e la gente del quartiere inseguiva la polizia. Alla fine non si capiva più chi caricava chi e pure gli studenti presero coraggio. Un gruppo di poliziotti si trovò imbucato al lotto 25 e qui, dai finestroni, cominciarono a volare vasi, insalatiere, pentole, mattarelli, secchi e secchiate d’acqua, sedie, qualcuno scese nel giardino e sciolse i cani. La signora Mattace, la mamma di Gianluca, scese addirittura per strada con la scopa e cominciò a menare col manico un povero poliziotto che non sapeva che fare”.

“una rivolta popolare?”

“core de mamma”

“il popolo”

“gente che difendeva ragazzi che potevano avere l’età dei loro figli, gente che vedeva il sangue e non ci stava. Intanto nei vicoli s’erano allungati, penso, un migliaio di poliziotti”

“e tu dov’eri?”

“io ero sull’uscio del bar, a guardare”

“non ti buttasti nella mischia?”

“no”

“perché?”

“perché avrei dovuto?”

“lo stavano facendo tutti”

“più le donne, noi uomini stavamo fermi”

“perché?”

“se ci fossimo mossi noi sarebbe successa la guerra. La polizia si trattiene se ci stanno di mezzo donne di casa, mamme di famiglia”

“intanto la battaglia era scoppiata”

“ormai si sentivano botti e si alzava il fumo da ogni parte.Via delle Sette Chiese era tutto un lampo. Si sentivano botti fino a via Benzoni. Via Caffaro e via Magnaghi erano due piste da corsa: gente che scappava, oggetti che volavano”

“paese sera parlò di guerriglia e di selvaggia caccia allo studente”

“io avrei parlato di selvaggia caccia alla divisa. Le botte le presero più loro”

“ma a un certo punto la situazione cambiò”

“sì, successe una cosa che non doveva succedere”

“cioè?”

“la polizia dava la caccia agli studenti, le donne aiutavano i ragazzi e alla fine tutti si fermavano, nessuno insisteva. Questa cosa durò un paio d’ore in tutti i lotti tra piazza Masdea, la scuola dei bimbi e piazza Sauli. Solo che a un certo punto, tra gli alberghi e il 27, partì una bottiglia molotov e centrò una camionetta dei carabinieri che risaliva via da Cesinale; la camionetta andò a fuoco. I carabinieri uscirono giusto in tempo, videro la morte in faccia, la peggio morte. Fu così che caricarono le donne”

“addirittura?”

“sì”

“e quindi?”

“intervennero gli uomini”

“capisco”

“già”

“dove?”

“verso la villetta. Una cosa leggera, solo per difendere le donne ma quelli videro arrivare una ventina di maschi incazzatissimi. E successe davvero la guerra. Cominciarono a sparare lacrimogeni che finivano sui tabelloni elettorali dove c’erano i manifesti delle prime regionali. Si alzava il fumo e la gente piegava la testa e le ginocchia; arrivavano bastonate a sangue e si sentivano, nel buio e nel fumo, urla e gemiti”

“tu dov’eri?”

“sempre sull’uscio del bar a piazza Biffi”

“non facevi nulla?”

“non mi riguardava”

“ma pestavano tutti”

“ a me no”

“guardavi?”

“sì, guardavo. Vidi una carica dei carabinieri spingere un piccolo gruppo in un vicolo, un paio di loro ruzzolarono, altri si chiusero nelle case e sbarrarono le porta. Ma i carabinieri sfondarono alcuni usci e, non si capisce perché, fecero irruzione nelle abitazioni”

“lì ci fu la guerra?”

“botte da orbi; alla villetta picchiarono anche il fotografo di paese sera, Brucoli, che si beccò uno sbreco in faccia. Carletto mi raccontò che lui fu menato col calcio del fucile dietro la schiena. Poi la carica si fermò e i carabinieri arretrarono. Mentre andavano, tra via Lasagna e via Persico, videro una decina di studenti stremati stesi sul marciapiede. Si avventarono addosso a loro, questi ripresero a scappare e pensarono bene di correre nel bar”

“dove stavi tu?”

“sì, io e tre amici”

“chi erano?”

“Michelone, Silvano e Luciano”

“oggi nessuno di loro è vivo”

“eh, me lo devi ricordare per forza?”

“scusa. Che faceste?”

“ci spostammo e facemmo entrare gli studenti. Michelone li sistemò dietro al bancone e gli diede da bere. Noi tre ci rimettemmo sull’uscio. I carabinieri si fermarono a guardarci. Erano una quarantina, noi tre. Ma ci guardammo con rispetto. Noi non ci muovemmo e nemmeno loro. Secondo me siamo stati fermi così per almeno quindici minuti, a guardarci”

“a quel punto c’entravi pure tu”

“per forza”

“fu così che entrasti nella rivolta”

“nun ce volevo entrà”

“ma oggi tutti ti ricordano. Quando parlano della rivolta della Garbatella dicono la guerra di Alvaro”

“e si sbagliano, io me ne stavo per i cavoli miei”

“racconta”

“noi tre stavamo sulla porta e i carabinieri ci guardavano. A un certo punto arriva un funzionario con la fascia tricolore; si fa avanti e ci dice ‘toglietevi di mezzo, dobbiamo arrestare quei ragazzi’”

“e tu?”

“e io gli dissi che quei ragazzi si stavano rinfrescando il viso dopo tutte le botte prese. Lui rispose che uno di loro aveva lanciato la bottiglia incendiaria e doveva essere arrestato”

“e tu?”

“e io gli ridissi che quei ragazzi si stavano rinfrescando il viso. Il funzionario mi guardò e rimase in silenzio. Poi arrivò Peppone la guardia, il figlio di Ciccio. Peppone era un poliziotto ma era pure uno del quartiere. Stava in borghese e mi disse “ a sor arvà, meglio che ve togliete de mezzo, stateme a sentì, nun so’  fatti vostri. Lasciateglie prende sti ragazzi”. Io non gli risposi nemmeno. Nella folla si fece strada pure Paolo il ciancicone, il commissario della Garbatella. Ci conoscevamo, era stato un mio tifoso quando feci il titolo italiano dei massimi. Pure lui aveva tirato di pugilato, poi smise ed entrò in polizia. Ci stimavamo e lui mi venne vicino, mi appoggiò la mano sulla spalla e mi disse “Arvà tu sei un uomo serio, ci conosciamo da tanti anni; levati di mezzo, lascia stare. Lasciagli prendere questi ragazzi, e chiudiamo questa storia”.

“e tu?”

“ io gli dissi a ciancicò, nun se menano i prigionieri’. lui scosse la testa e girò le spalle”

“tu li conoscevi i ragazzi?”

“nemmeno uno”

“e perché li difendesti?”

“perché stavano alla Garbatella, stavano nel mio bar, l’avevano spezzati de botte, avevano vent’anni e perdevano sangue e piangevano e…”

“e…”

“e a un certo punto Silvano urlò  ‘mica stiamo ai tempi dei nazisti? ‘Amo fatto la resistenza, nun ce fanno paura quattro stronzi con la divisa’. Fu in quel momento che scoppiò la guerra di cui si parla”.

“la guerra di Alvaro”

“furono trenta, quaranta minuti; il funzionario ordinò la carica, questi si buttarono a testa bassa e cominciarono a menare. Io mi irrigidii sulla porta e li aspettai. Ne stesi cinque, con il montante destro”

“il tuo colpo”

“una botta secca sotto al mento, l’unico posto lasciato libero dal casco. Poi cominciai a menare di gomito e calci. Intanto Silvano e Luciano erano stesi, qualche carabiniere riuscì a entrare nel bar e pensava di avercela fatta. Ma non calcolò l’imprevisto”

“la gente”

“arrivarono almeno centocinquanta persone da tutto il quartiere. Maschi, vecchi, ragazzini, donne, mamme, zie, nonne, da tutti i vicoli, dai lotti di sopra, dalle strada dietro agli alberghi; e ognuno di loro aveva in mano un oggetto. Chi un vaso, chi un cucchiaio di legno, chi uno sgabello. Si buttarono urlando nella mischia e menarono tante di quelle botte sui carabinieri che a un certo punto cominciai a prendere quelli in divisa e li guidavo in strada, lanciandoli lontano per farli andare via, prima che li uccidessero. Nella confusione anche i ragazzi tentarono di scappare ma la gente della Garbatella li bloccò lì”

“perché?”

“perché dovevano consegnarsi”

“questa cosa non l’ho mai capita”

“te la spiego”

“sì”

“se uno di quei ragazzi aveva lanciato una bottiglia incendiaria sui carabinieri, rischiando di ammazzarli, doveva consegnarsi e prendersi la sua responsabilità. La gente del rione li ha difesi dalle botte, dal massacro, dalle ossa rotta e dal pestaggio. Ma poi si dovevano consegnare, se erano stati loro. Questo voleva la gente della Garbatella”

“mi piacerebbe parlare di questa gente”

“che c’è da dire?”

“valori antichi, profondi”

“gente semplice”

“e i ragazzi che fecero?”

“si guardarono intorno e capirono che era il caso di fare la cosa giusta”

“quindi?”

“si fece avanti un certo Guglielmo; i carabinieri si erano allontanati, io feci uscire i ragazzi dal retro e presi Guglielmo sotto braccio. Uscimmo sulla strada, le donne, i maschi, i bambini, le vecchie e i vecchi della Garbatella tornarono alle loro case e io andai, con Guglielmo sotto braccio, verso il commissariato. Trovai ciancicone sulla porta, gli diedi il ragazzo. ‘Mi raccomando’, dissi, ‘nun glie mettete le mani addosso’. Il commissario annuì, prese il ragazzo e se lo portò”

“e tu?”

“e io tornai al bar, passando nel vicolo più lungo del rione, tra gli ultimi fumi dei lacrimogeni, i vetri rotti, guardando da lontano una colonna di camionette che si allontanava e vedendo, dal lato opposto, file di gente che tornava a casa sua, arrampicandosi lungo i viali”

“i viali del quartiere”

“sì”

“la guerra di Alvaro era finita”

“fammi un favore ”

“sì”

“questo racconto non lo chiamare la guerra di Alvaro”

“e come lo devo chiamare?”

“fai tu”

“va bene, nonno”.

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