Due o tre cose da dire

Cinquantamila lettori in tre giorni. Diecimila condivisioni. Trecento commenti. Tremila like sul sito di Fanpage.

Direi che il post “I napoletani non devono viaggiare“, pubblicato sul mio blog tre giorni fa, sia andato a bersaglio.

La stragrande maggioranza di quelli che lo hanno letto hanno capito il senso di quel testo. L’ottanta per cento dei commenti sono stati di identificazione, di sostegno, di conferma.

Questo è confortante.

Dimostra che c’è una larga platea, a Napoli e non solo, stanca del degrado, dei disservizi, dell’arretratezza, dei problemi che allontanano la nostra città dagli standard minimi europei.

Poi ci sono anche le critiche. Non sono state tante, rispetto ai consensi, ma sono significative.

Poichè a me interessa più il senso critico che le cose positive, perchè credo che nella critica e non dalla carezza, si formino consapevolezza e cambiamento, voglio, anche nel caso del mio post, analizzare le critiche, più che gli ampi numeri dell’apprezzamento.

 Che cosa ho trovato nei commenti critici al mio post?

Intanto, un po’ di approssimazione. Alcuni hanno letto solo il titolo, altri nemmeno quello. E hanno commentato. Lo hanno fatto sulla base di altri commenti o di quello che avevano solo intuito.

Questo segnala un grosso problema rispetto al web, e ai dibattiti sulla rete. Il campo si è allargato molto ma l’attenzione si è ristretta. C’è molta superficialità. C’è molta manipolazione. Lo strumento della rete è straordinario per larghezza e apertura. Ma è anche preoccupante per approssimazione e falle.

Bisognerà, dopo la sbornia positiva di questi anni, fare una riflessione critica anche sul web e su questa girandola di anonimi, di manipolatori, di mestatori, di lettori superficiali.

Nella maggior parte delle critiche, però, ho trovato argomentazioni interessanti.

 Un’accusa mossa al mio post è quella dell’ovvietà. “Non si possono paragonare Napoli e Stoccolma”. “C’è troppa differenza di densità, clima, storia, popolazione; è un paragone banale”. “Ha scoperto l’acqua calda, che cosa dice di nuovo?”.

Questa critica mi meraviglia. Il mio è un post semplice, si capisce. Non è un saggio di sociologia, non è un trattato, non è neppure un articolo. E’ una pagina di diario. Un pensiero. Fai un viaggio all’estero, torni, e hai alcune sensazioni. Capita a tutti, però. Alzi la mano chi, tornando da un viaggio, non ha fatto un paragone – nel bene e nel male – tra i luoghi visitati e la propria città.

Anche la scelta di Stoccolma non è “teorica”, è “empirica”. Sono stato lì. La prossima volta, tornando da Madrid o da Istanbul o da Avellino o da Capri, farò un altro tipo di confronto.

 Altra osservazione frequente: “Napoli è una città bellissima. Unica al mondo”.

E quindi? Chi dice il contrario? Chi ha mai detto che non è bella? La bellezza, che peraltro non è merito di nessuno, è oggettiva. Ma basta la bellezza a giustificare, o coprire, il degrado (che invece ha molti colpevoli)?

Basta la bellezza a dire che tutto va bene, che non ci sono problemi?

Per me, no. Anzi, dalla bellezza di Napoli, vedendo come viene trattata, sale una rabbia ancora maggiore. Se fosse brutta, pazienza. Il problema è proprio, invece, che Napoli è una città bella ma ferita e deturpata.

Ma questo non si può dire.

Il mito della bellezza come consolazione di tutti i mali è ancora vivo, evidentemente.

Ancora: “Napoli è allegra, vitale. La gente è di cuore, se stai male si fermano tutti ad aiutarti. A Stoccolma la gente si suicida”

Questo è un ulteriore tassello dell’autoconsolazione. Abbiamo gente di cuore, simpatica, che trasforma tutto in allegria, e questo, insieme alla bellezza dei luoghi, dovrebbe farci chiudere gli occhi sul degrado.

E’ una logica che mi sfugge.

La bellezza di Napoli, e il calore della sua gente, sono dati oggettivi e incontestabili. Per molti il calore popolare è un motivo per amare Napoli. Lo capisco.

Ma possiamo chiudere qui il discorso sulla città? Io credo di no.

Poi: “I problemi di Napoli ci sono ovunque. Solo che di quelli di Napoli si parla, mentre della altre città no. La criminalità c’è anche a Barcellona, l’emergenza rifiuti anche altrove, i disservizi pure”.

Qui siamo, davvero, alla negazione della realtà. Un lettore è arrivato a dire che lui è stato ad Alessandria, e ha trovato lo stesso degrado di Napoli. Mi sembra incredibile.

Abbiamo i morti ammazzati per strada o negli asili, la droga shop in alcuni quartieri alla luce del sole, la camorra che corrode la vita sociale ed economica, interi quartieri nell’abbandono, l’illegalità diffusa, abusivismi di ogni genere, il mare inquinato, i monumenti sfregiati, le chiese abbandonate, i trasporti inesistenti, le strade sporche e sconnesse, la differenziata al 20%, nemmeno un impianto di compostaggio, la disoccupazione giovanile al 50 %, i viaggi della monnezza in Olanda con una emergenza che può riesplodere da un momento all’altro, e diciamo che tutto il mondo è paese, che i problemi ci sono ovunque, che Napoli è come Alessandria.

Mi sembra che la negazione della realtà sia una vera patologia. Capisco il bisogno di sopravvivere, di non vedere. Ma chiamare questa miopia, “amore per Napoli” è ridicolo.

Chi nega i problemi è il principale responsabile della loro esistenza. Se non ne prendiamo coscienza, non cominceremo nemmeno a lottare.

Sempre su questa scia non sono mancati – anche se molto rari, per fortuna – i soliti insulti: “Sputi nel piatto dove mangi. Napoli non ha bisogno di detrattori. Sei razzista! Chi parla male di Napoli è un nemico della città. Togliti dalle palle, vattene a Stoccolma, non abbiamo bisogno di detrattori e nemici”.

Ecco, qui ci avviciniamo a un tema interessante.

A Napoli se parli di un problema, sei tu il problema. Mi è già capitato con il post e il libro sullo “Steve Jobs napoletano”.

Se sollevi una questione, sei tu la questione.

Scampia, ad esempio, deve liberarsi di Saviano, non della camorra. Perchè non è la camorra che umilia Scampia. E’ chi la racconta.

Questo desiderio di non vedere, di consolarsi con il proprio mito, quello della bellezza, del cibo, della musica, della tradizione, chiudendo gli occhi sulla realtà, arriva a identificare come nemico chi apre gli occhi e chiede a tutti di aprirli. Parlare delle cose che non funzionano è sputare nel piatto? Sollevare il velo sui problemi è buttare fango?

A me sembra che in questo pensiero ci siano molte delle cause del degrado in cui viviamo. “Chi ama Napoli, ne parla bene. Chi parla dei problemi, non ama Napoli”.

Io penso esattamente il contrario. Chi nega i problemi, ne è causa.

Infine: “Basta parlare delle cose negative. Parlate delle cose positive. Fate qualcosa invece di lamentarvi solo. Rimboccatevi le maniche. Parlate di quello che funziona”.

Questa è una critica più “politicizzata”.

A Napoli, anche se molti non se ne sono accorti, è in corso una rivoluzione. C’è un sindaco che ritiene di stare operando una trasformazione radicale della città. Un cambiamento epocale. Il sindaco, che l’Espresso ha ritratto come il pazzariello di Totò, si intesta i risultati positivi e scarica quelli negativi sul Governo e sui sindaci precedenti.

Insomma, i meriti sono sempre i suoi e i demeriti sempre degli altri.

Con lui c’è una schiera, non molto numerosa, ma molto attiva sul web, di azzannatori che quando qualcuno avanza una critica, interviene e dice, più o meno, che bisogna smettere di lagnarsi, che bisogna fare, che bisogna parlare delle cose positive, che il cambiamento c’è e chi non lo vede è in malafede, che l’ottimismo risolve i problemi mentre il disfattismo li acuisce, anzi li crea.

Conseguenza di tutto ciò è che quando intellettuali del calibro di Roberto De Simone tracciano un quadro critico e dolente sulle condizioni attuali di Napoli, si alza la contraerea e bombarda di accuse personali il soggetto, arrivando a chiedergli “che cosa fai tu per Napoli? Rimboccati le maniche”.

E’ chiaramente una tecnica, una cortina fumogena che viene alzata per coprire il deprimente stato delle cose e l’assoluto immobilismo di una classe politica che, per anni, ha criticato il potere in città e, oggi che lo gestisce con inconcludenza, ha lo stesso atteggiamento censorio verso le voci di dissenso, verso chi critica.

Il potere, si sa, vuole zittire la critica, perchè svela le contraddizioni, le promesse mancate, le ambiguità, i sospesi.

E lo fa con tutte le armi a sua disposizione. La denigrazione personale, innanzitutto. Quel fascismo sottoculturale per cui, se non sei con me, sei contro di me; se critichi sempre, sei un disfattista; se sollevi un problema, appunto, sei tu il problema.

Personalmente, sono per la verità.


Amo questa città.

Chiudere la bocca e levarsi dalle palle i critici è, in fondo, la tentazione di tutti i poteri, ed è il meccanismo stesso della conservazione.

Lo volevano i laurini del sacco di Napoli, che usavano esattamente gli stessi argomenti dei “rivoluzionari” di oggi (volete male a Napoli, i panni sporchi si lavano in famiglia); lo volevano i democristiani degli anni Ottanta, in modo più felpato, e lo vogliono anche i nuovi potenti.

Sono varianti della stessa necessità di negare la realtà, di chiudere gli spazi critici, di coltivare il pensiero unico, di autoconsolarsi con i miti della storia, della bellezza, della simpatia, e rappresentare così una realtà edulcorata, finta, per costruire l’ennesimo inganno sedativo.

Io considero il senso critico, invece, come unico, vero esercizio intellettuale. Il cambiamento nasce sempre dalla critica. Chi racconta i problemi aiuta il cambiamento. Chi li nega, alimenta l’immobilismo.

Io confido nella rabbia e nella conoscenza.

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I napoletani non devono viaggiare

Ho fatto un errore madornale. Uno sbaglio che un napoletano non dovrebbe mai fare. Sono andato all’estero per tre giorni, e poi sono tornato.

L’errore, in realtà, è ancora più grave. Non sono andato ad “un estero qualunque”. Ho fatto tre ore di aereo e sono sbarcato a Stoccolma.

Ho visto una città civile e sono ancora sotto shock.

Lì non buttano i televisori guasti per strada. Non ci sono materassi dismessi sui marciapiedi. Non ho visto lavatrici arrugginite lungo gli assi stradali. Non c’erano cartacce, cicche, cartoni, supersantos negli alberi. Non c’erano banchetti di sigarette, dvd falsi, mercanzia varia. Non c’era merce esposta per strada che ti costringe a camminare tra le auto. Non c’erano auto parcheggiate sui marciapiedi.

Non ho visto un solo vigile urbano. Non ce n’era bisogno. Ho visto le piste ciclabili. Quelle vere, non quelle disegnate.

Ad un certo punto dovevo prendere un autobus. Sono andato al capolinea, ho visto un piccolo edificio illuminato, avevo bisogno di una informazione e sono entrato. Ci sarà qualcuno che mi spiegherà. Entro e trovo un tabellone luminoso. Numeri, orari, linee. Poi panchine, poltrone, reception e biglietterie. Trovo la mia notizia, chiara, in inglese, su un tabellone e faccio per uscire. Io, che quando a Roma o a Napoli vedo una pensilina, mi emoziono, ero convinto che assunta l’informazione, dovessi andarmi a trovare il mio pullman all’esterno.

No.

Quell’edificio era la stazione degli autobus. Aveva i gate per ogni pullman, per ogni linea. Poltrone al chiuso, tabelloni e porte girevoli che si aprivano all’orario di partenza come fosse un aeroporto e ti portavano direttamente nel pullman.

Che, ovviamente, è partito in orario perfetto.

E dentro nemmeno una voce, un sussurro, un gridolino. Cinquanta persone sistemate, ognuna al suo posto, in silenzio.

Ho visto la gente stare insieme senza disturbare gli altri. Ho visto le persone dirsi le cose sussurrando, a bassa voce, senza sbracciarsi. Ho visto file ordinate e pazienti. Ho visto tutti i tassisti col Pos, e tutti i negozi chiederti di pagare con carta di credito, please. Ho visto un barista inseguirmi per darmi lo scontrino. Ho visto una città quasi del tutto autosufficiente dal punto di vista energetico, con fonti rinnovabili e alternative. Una città con i riscaldamenti sempre accesi, e alimentati quasi per intero dalla termodistruzione di 300mila tonnellate di rifiuti l’anno in centro, e niente tumori o comitati popolari con il teschio sugli striscioni, con biomasse e biogas usati anche per far viaggiare gli autobus.

Ho visto la città più ecologica al mondo. Non ho visto cassonetti, netturbini, discariche, isole ecologiche, depositi di ecoballe, e nemmeno orrende campane per la differenziata. Non c’è bisogno. Si raccoglie palazzo per palazzo. Differenziare conviene. Le imprese fanno a gara a comprare plastica, carta, vetro, e danno molti soldi ai condomini, che vendendo i materiali si pagano i costi di gestione.

Gli scarichi, per lo più, finiscono in enormi cisterne nel sottosuolo, dove vengono trattati e poi riutilizzati come energia per cucine a gas. Quelli depurati e limpidi alimentano il mare.

Ho visto pannelli solari su ogni palazzo, in una città senza sole, ed enormi vetrate senza tende, per raccogliere tutta la luce, e farne energia. Ho visto recuperare l’acqua piovana e fare irrigazione anche solo per le piante di finestra.

Ho visto ciascuno prendersi cura del suo tassello di interesse collettivo.

Ho visto una città rilassata, pacifica, organizzata, mite. Ho visto un altrove dove le cose diventano possibili.

Poi sono tornato in Italia. Prima a Roma, assediato dai filippini che mi volevano vendere un ombrello alla stazione Termini, dove l’autobus mi ha lasciato a duecento metri dal terminal, che ho fatto sotto la pioggia, scivolando sui sanpietrini sconnessi, schivando gli ambulanti, rischiando di finire sotto una macchina perchè sono sceso dal marciapiede dov’era parcheggiata un’altra macchina.

Poi, a notte quasi fonda, sono arrivato a Napoli. Ho preso un taxi. Ho tenuto gli occhi chiusi. Sono salito a casa.

Da quel momento non sono più uscito.

Non ho il coraggio.

Ho solo aperto la finestra, stamattina, e ho visto una donna chiedere, ad alta voce, alla signora del primo piano, che vende le sigarette di contrabbando col panaro dal balcone, tre pacchetti di “Mabboro” morbide. E lei rispondere, dalla cucina, senza nemmeno affacciarsi, che le “Mabboro” non stavano arrivando più, che ci stava la sfaccimma della finanza che stava rompendo ‘o cazzo al porto, ma roba di due, tre giorni, e tutto si sistemava.

Di più non ho voluto sapere.