Due o tre cose da dire

Cinquantamila lettori in tre giorni. Diecimila condivisioni. Trecento commenti. Tremila like sul sito di Fanpage.

Direi che il post “I napoletani non devono viaggiare“, pubblicato sul mio blog tre giorni fa, sia andato a bersaglio.

La stragrande maggioranza di quelli che lo hanno letto hanno capito il senso di quel testo. L’ottanta per cento dei commenti sono stati di identificazione, di sostegno, di conferma.

Questo è confortante.

Dimostra che c’è una larga platea, a Napoli e non solo, stanca del degrado, dei disservizi, dell’arretratezza, dei problemi che allontanano la nostra città dagli standard minimi europei.

Poi ci sono anche le critiche. Non sono state tante, rispetto ai consensi, ma sono significative.

Poichè a me interessa più il senso critico che le cose positive, perchè credo che nella critica e non dalla carezza, si formino consapevolezza e cambiamento, voglio, anche nel caso del mio post, analizzare le critiche, più che gli ampi numeri dell’apprezzamento.

 Che cosa ho trovato nei commenti critici al mio post?

Intanto, un po’ di approssimazione. Alcuni hanno letto solo il titolo, altri nemmeno quello. E hanno commentato. Lo hanno fatto sulla base di altri commenti o di quello che avevano solo intuito.

Questo segnala un grosso problema rispetto al web, e ai dibattiti sulla rete. Il campo si è allargato molto ma l’attenzione si è ristretta. C’è molta superficialità. C’è molta manipolazione. Lo strumento della rete è straordinario per larghezza e apertura. Ma è anche preoccupante per approssimazione e falle.

Bisognerà, dopo la sbornia positiva di questi anni, fare una riflessione critica anche sul web e su questa girandola di anonimi, di manipolatori, di mestatori, di lettori superficiali.

Nella maggior parte delle critiche, però, ho trovato argomentazioni interessanti.

 Un’accusa mossa al mio post è quella dell’ovvietà. “Non si possono paragonare Napoli e Stoccolma”. “C’è troppa differenza di densità, clima, storia, popolazione; è un paragone banale”. “Ha scoperto l’acqua calda, che cosa dice di nuovo?”.

Questa critica mi meraviglia. Il mio è un post semplice, si capisce. Non è un saggio di sociologia, non è un trattato, non è neppure un articolo. E’ una pagina di diario. Un pensiero. Fai un viaggio all’estero, torni, e hai alcune sensazioni. Capita a tutti, però. Alzi la mano chi, tornando da un viaggio, non ha fatto un paragone – nel bene e nel male – tra i luoghi visitati e la propria città.

Anche la scelta di Stoccolma non è “teorica”, è “empirica”. Sono stato lì. La prossima volta, tornando da Madrid o da Istanbul o da Avellino o da Capri, farò un altro tipo di confronto.

 Altra osservazione frequente: “Napoli è una città bellissima. Unica al mondo”.

E quindi? Chi dice il contrario? Chi ha mai detto che non è bella? La bellezza, che peraltro non è merito di nessuno, è oggettiva. Ma basta la bellezza a giustificare, o coprire, il degrado (che invece ha molti colpevoli)?

Basta la bellezza a dire che tutto va bene, che non ci sono problemi?

Per me, no. Anzi, dalla bellezza di Napoli, vedendo come viene trattata, sale una rabbia ancora maggiore. Se fosse brutta, pazienza. Il problema è proprio, invece, che Napoli è una città bella ma ferita e deturpata.

Ma questo non si può dire.

Il mito della bellezza come consolazione di tutti i mali è ancora vivo, evidentemente.

Ancora: “Napoli è allegra, vitale. La gente è di cuore, se stai male si fermano tutti ad aiutarti. A Stoccolma la gente si suicida”

Questo è un ulteriore tassello dell’autoconsolazione. Abbiamo gente di cuore, simpatica, che trasforma tutto in allegria, e questo, insieme alla bellezza dei luoghi, dovrebbe farci chiudere gli occhi sul degrado.

E’ una logica che mi sfugge.

La bellezza di Napoli, e il calore della sua gente, sono dati oggettivi e incontestabili. Per molti il calore popolare è un motivo per amare Napoli. Lo capisco.

Ma possiamo chiudere qui il discorso sulla città? Io credo di no.

Poi: “I problemi di Napoli ci sono ovunque. Solo che di quelli di Napoli si parla, mentre della altre città no. La criminalità c’è anche a Barcellona, l’emergenza rifiuti anche altrove, i disservizi pure”.

Qui siamo, davvero, alla negazione della realtà. Un lettore è arrivato a dire che lui è stato ad Alessandria, e ha trovato lo stesso degrado di Napoli. Mi sembra incredibile.

Abbiamo i morti ammazzati per strada o negli asili, la droga shop in alcuni quartieri alla luce del sole, la camorra che corrode la vita sociale ed economica, interi quartieri nell’abbandono, l’illegalità diffusa, abusivismi di ogni genere, il mare inquinato, i monumenti sfregiati, le chiese abbandonate, i trasporti inesistenti, le strade sporche e sconnesse, la differenziata al 20%, nemmeno un impianto di compostaggio, la disoccupazione giovanile al 50 %, i viaggi della monnezza in Olanda con una emergenza che può riesplodere da un momento all’altro, e diciamo che tutto il mondo è paese, che i problemi ci sono ovunque, che Napoli è come Alessandria.

Mi sembra che la negazione della realtà sia una vera patologia. Capisco il bisogno di sopravvivere, di non vedere. Ma chiamare questa miopia, “amore per Napoli” è ridicolo.

Chi nega i problemi è il principale responsabile della loro esistenza. Se non ne prendiamo coscienza, non cominceremo nemmeno a lottare.

Sempre su questa scia non sono mancati – anche se molto rari, per fortuna – i soliti insulti: “Sputi nel piatto dove mangi. Napoli non ha bisogno di detrattori. Sei razzista! Chi parla male di Napoli è un nemico della città. Togliti dalle palle, vattene a Stoccolma, non abbiamo bisogno di detrattori e nemici”.

Ecco, qui ci avviciniamo a un tema interessante.

A Napoli se parli di un problema, sei tu il problema. Mi è già capitato con il post e il libro sullo “Steve Jobs napoletano”.

Se sollevi una questione, sei tu la questione.

Scampia, ad esempio, deve liberarsi di Saviano, non della camorra. Perchè non è la camorra che umilia Scampia. E’ chi la racconta.

Questo desiderio di non vedere, di consolarsi con il proprio mito, quello della bellezza, del cibo, della musica, della tradizione, chiudendo gli occhi sulla realtà, arriva a identificare come nemico chi apre gli occhi e chiede a tutti di aprirli. Parlare delle cose che non funzionano è sputare nel piatto? Sollevare il velo sui problemi è buttare fango?

A me sembra che in questo pensiero ci siano molte delle cause del degrado in cui viviamo. “Chi ama Napoli, ne parla bene. Chi parla dei problemi, non ama Napoli”.

Io penso esattamente il contrario. Chi nega i problemi, ne è causa.

Infine: “Basta parlare delle cose negative. Parlate delle cose positive. Fate qualcosa invece di lamentarvi solo. Rimboccatevi le maniche. Parlate di quello che funziona”.

Questa è una critica più “politicizzata”.

A Napoli, anche se molti non se ne sono accorti, è in corso una rivoluzione. C’è un sindaco che ritiene di stare operando una trasformazione radicale della città. Un cambiamento epocale. Il sindaco, che l’Espresso ha ritratto come il pazzariello di Totò, si intesta i risultati positivi e scarica quelli negativi sul Governo e sui sindaci precedenti.

Insomma, i meriti sono sempre i suoi e i demeriti sempre degli altri.

Con lui c’è una schiera, non molto numerosa, ma molto attiva sul web, di azzannatori che quando qualcuno avanza una critica, interviene e dice, più o meno, che bisogna smettere di lagnarsi, che bisogna fare, che bisogna parlare delle cose positive, che il cambiamento c’è e chi non lo vede è in malafede, che l’ottimismo risolve i problemi mentre il disfattismo li acuisce, anzi li crea.

Conseguenza di tutto ciò è che quando intellettuali del calibro di Roberto De Simone tracciano un quadro critico e dolente sulle condizioni attuali di Napoli, si alza la contraerea e bombarda di accuse personali il soggetto, arrivando a chiedergli “che cosa fai tu per Napoli? Rimboccati le maniche”.

E’ chiaramente una tecnica, una cortina fumogena che viene alzata per coprire il deprimente stato delle cose e l’assoluto immobilismo di una classe politica che, per anni, ha criticato il potere in città e, oggi che lo gestisce con inconcludenza, ha lo stesso atteggiamento censorio verso le voci di dissenso, verso chi critica.

Il potere, si sa, vuole zittire la critica, perchè svela le contraddizioni, le promesse mancate, le ambiguità, i sospesi.

E lo fa con tutte le armi a sua disposizione. La denigrazione personale, innanzitutto. Quel fascismo sottoculturale per cui, se non sei con me, sei contro di me; se critichi sempre, sei un disfattista; se sollevi un problema, appunto, sei tu il problema.

Personalmente, sono per la verità.


Amo questa città.

Chiudere la bocca e levarsi dalle palle i critici è, in fondo, la tentazione di tutti i poteri, ed è il meccanismo stesso della conservazione.

Lo volevano i laurini del sacco di Napoli, che usavano esattamente gli stessi argomenti dei “rivoluzionari” di oggi (volete male a Napoli, i panni sporchi si lavano in famiglia); lo volevano i democristiani degli anni Ottanta, in modo più felpato, e lo vogliono anche i nuovi potenti.

Sono varianti della stessa necessità di negare la realtà, di chiudere gli spazi critici, di coltivare il pensiero unico, di autoconsolarsi con i miti della storia, della bellezza, della simpatia, e rappresentare così una realtà edulcorata, finta, per costruire l’ennesimo inganno sedativo.

Io considero il senso critico, invece, come unico, vero esercizio intellettuale. Il cambiamento nasce sempre dalla critica. Chi racconta i problemi aiuta il cambiamento. Chi li nega, alimenta l’immobilismo.

Io confido nella rabbia e nella conoscenza.

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17 thoughts on “Due o tre cose da dire

  1. Volevo commentare sull’altro post ma quando ho visto le critiche, anche se quelle più serie mi spronavano a rispondere, le altre mi hanno avvilito e ho lasciato perdere. Ma condivido tutte le tue risposte, quindi mi sembrava giusto dirlo ora, visto che mi hai evitato un lungo commento 😉

  2. Io credo che ci sia un grosso problema di fondo: il ritmo imposto da una società tecnologica costretta a crescere senza sosta non è non può essere retto da tutti, anzi quasi da nessuno, e se ne vedono gli effetti. Ovunque.
    Pochissimi, conseguentemente, hanno coscienza dei problemi ed ancora meno delle condizioni al contorno, I problemi li vivone, li subiscono li criticano ma non ne hanno coscienza, così per le condizioni al contorno che finiscono per essere il “fato” il così è “c’amma fa”. Questa tipologia di persone, che costituisce la maggioranza assoluta della società cosiddetta civile ed anche incivile, non ha né il tempo né la voglia di prendere coscienza. Non vuoler vedere, e non vuol vedere più che con gli occhi, che avidamente “rubano” le immagini che li colpiscono da ogni dove, non vuol vedere con la testa, E’ triste ma occorre riconoscere che l’umanità è in difficoltà. Quello che dai più viene chiamato progresso è solo un progresso tecnologico, portato dalla differente abilità di alcuni geni, un progresso non conquistato dalle masse ma anch’esso subito. Un progresso che ha creato profonde lacerazioni con la parte sensibile dell’essere umano e che determinerà, come la storia insegna pur senza mai insegnare, la rottura profonda del sistema comportando le inevitabili conseguenze,

  3. grazie A
    ntonio per la lucida analisi. sono certo che sostituendo Napoli con un altro nome, Palermo o Bari o altro, molto resterebbe valido

  4. viaggiare non é mai un errore madornale, anzi l’errore é il non farlo. Il non farlo fa credere che il tuo mondo sia l’unico, il migliore dei mondi possibili!
    Viaggiare aiuta ad aprirsi ad altre realtá, culture, confrontarsi… espandere i propri orizzonti

    Vivendo ad Helsinki, ma pendolando spesso con Nocera Inferiore, mi sento spesso ripetere non si puó paragonare la Finlandia con l’ Italia…. e giú piú o meno le stesse critiche che Antonio ha ricevuto sul suo blog
    sempre alla ricerca delle solite scuse del perché noi in Italia siamo differenti e non possiamo essere paragonati ad altri; sono scuse che servono solo a giustificare il fatto che forse non sappiamo e non vogliamo esserlo, sembrano le scuse di un bambino quando gli si fa l’elogio del bambino educato e primo della classe a scuola 😦

  5. Il problema è che io non so come uscirne nè vi è qualcuno che abbia una cristallina immagine civile a cui rivolgersi o mi sbaglio?
    Carlo

  6. Caro Antonio,
    condivido le tue considerazioni, è giusto rispondere alle critiche, ma penso che la maggior parte di chi le ha fatte non abbia proprio idea di cosa stiamo parlando.
    Queste sviolinate su Napoli sono ormai ridicole.
    Alzate il sedere e decidete di andare a dare uno sguardo in giro per il mondo prima di parlare.

    La realtà che si può trovare non è neppure lontanamente immaginabile.
    In Danimarca ho visto negozi senza commessi dove si comprano le cose e i soldi si mettono in una scatola, dove ci sono già altri soldi!!! Siamo rimasti allibiti.

  7. Ciao Antonio,
    apprezzo questo articolo più del precedente, anche se mi rendo conto che il secondo non aveva senso senza il primo.
    Condivido molti punti, in particolare quello che scrivi sulla trasformazione sociale operata dal Sindaco. Che purtroppo è rimasta solo nella sua propaganda. Non nego che ero entusiasta della sua elezione e mi aspettavo molto, ma purtroppo, giorno dopo giorno mi sono dovuto ricredere. Attualmente mi ricorda molto il primo Bassolino che ha fatto asfaltare via Caracciolo per il G7. Ma la traiettoria di De Magistris è in evoluzione e in che direzione andrà è secondo me complicato da prevedere, ma è semplice prevedere che non ci sarà una trasformazione sociale.
    Forse l’errore nell’aspettarsi una trasformazione sociale da De Magistris è figlio di un altro errore, quello di credere che la soluzione debba venire da un altro. In pratica è una delega della responsabilità. Probabilmente il primo passo è, per quanto sia nelle prerogative di ognuno di noi, smettere di delegare.
    Raccontare i problemi di Napoli è doveroso, per “guardarsi dall’esterno”; farlo senza retorica, ed essere seguiti è una impresa titanica, dfficile per chiunque. Ti riporto questo esempio: mesi fa, in tempi non sospetti, discutevo su Saviano con dei miei colleghi romani. Loro gli diedero del camorrista. Là per là rimasi basito, non riuscivo a spiegarmi il percorso logico che portasse a questa affermazione. In realtà mi avevano solo preparato con sufficiente anticipo agli eventi di pochi giorni fa, quando in pratica la municipalità di Scampia ha fatto lo stesso. Appunto, è difficile descrivere i problemi di Napoli ed è comunque solo il primo passo.
    Corrado

    • secondo me Corrado ha centrato un punto fondamentale con una frase:

      Corrado :
      il primo passo è, per quanto sia nelle prerogative di ognuno di noi, smettere di delegare.

      che tra l’altro è l’unica “critica” che avrei fatto al post precedente e non ho visto citata in questo, forse perché ce ne sono state poche con questo argomento (non ho letto tutti i commenti): io vedo molta gente che si lamenta dell’inciviltà degli altri, dei disservizi ecc (tutto quello che sappiamo)....ma poi in prima persona, nella vita quotidiana, cosa fa per cambiare le cose?. Quante persone conoscete che si lamentano dei rifiuti e poi se invitano 4 amici a cena usano i piatti di plastica e nemmeno arrivano a fare quattro passi per buttare la carta nel bidone apposito? Quanti si lamentano del traffico e poi per entrare in un negozio mettono la macchina in doppia fila perché “devono stare solo un minuto”? O quanti si lamentano dell’illegalità e hanno la libreria piena di cd pirata comprati dall’ambulante all’angolo?
      Vi porto un esempio piccolo piccolo: vivo da tre anni in un quartiere dove si fa la differenziata porta a porta (si, si fa anche a Napoli) e nei primi tempi ho subito le lamentele degli altri del mio palazzo perché “l’umido sotto al portone puzza”, quasi per un anno ero l’unica a mettere fuori gli appositi bidoncini nei giorni stabiliti e ne vedevo alcuni mettersi la spazzatura in macchina e buttarla chissà dove per non avere la “scocciatura” di separarla e tenerla in casa due giorni. Ma ho tenuto duro, tra l’altro abbiamo un privilegio che in altri quartieri non hanno e, tranne alcune volte (soprattutto nei giorni delle emergenze), gli operatori passano sempre. E ogni volta che non sono passati ho chiamato il numero verde per segnalare il mancato ritiro. Ed è successo sempre più di rado.
      Ora, dopo tre anni che sono qui, non sono più un alieno con strane abitudini (o una rompipalle, se volete) e quando scendo a mettere giù il mio sacchetto trovo quasi sempre il bidoncino già fuori e pieno dei sacchetti degli altri. E’ diventato normale.

      Ora questa è di sicuro poca cosa, ma se tutti nel loro piccolo si prendessero la briga di telefonare, scrivere mail e reclamare per ogni singolo disservizio che devono subire, far notare con ferma gentilezza al vicino che il suo comportamento peggiora la vita di tutti, ecc, questa sarebbe una città migliore. Non è il calore o l’indole della gente la causa della diffusa inciviltà, ma l’indifferenza e la rassegnazione. Tutte le città citate come buoni esempi di vivibilità sono posti dove se c’è un disservizio la gente reclama subito e chiede spiegazioni, e si aspetta adeguate risposte e provvedimenti e che non succeda più! E la prova è il fatto che molte di queste persone che gettano il pacchetto vuoto per strada o si fermano in doppia fila, all’estero non lo farebbero mai. C’è una sorta di giustificazione rassegnata dall’andazzo che “tanto lo fanno tutti, che male c’è”, che viene a mancare se quando fai una cosa del genere i passanti si girano e ti guardano storto.

      Poi è ovvio che la bacchetta magica non esiste, che i problemi sono tanti e certo non puoi andare dallo spacciatore a dirgli “ehi lo sai che quello che fai è sbagliato”. Ma se ci fossero più rompipalle testardi e gentili , ognuno capace di far cambiare idea anche solo a dieci persone, la percentuale di differenziata arriverebbe all’80% senza sforzo, perché davvero non costa nulla una volta che ti organizzi un minimo e ti abitui a farlo. E cullarsi con l’idea che “tanto poi buttano tutto insieme” non è una giustificazione: io la mia parte la faccio, se poi chi è deputato alla raccolta non fa la sua, è un altro tipo di battaglia che va combattuta in altre sedi. E finalmente entrerebbe in testa alla gente che un “bene pubblico”, “un bene comune”, vuol dire un “bene di tutti”, che se lo lasci lì, pulito e in ordine, sarà sempre lì, pulito e in ordine per tutti, e non una cosa di nessuno, che se viene rubata o vandalizzata non ti riguarda. E’ anche tua e la devi difendere.

      Ma essere rompipalle costa un po’ di sforzo: la gente (soprattutto chi si considera civile e si lamenta degli altri) reagisce male se gli si fa notare una propria piccola inciviltà, la critica, per quanto gentile, non è mai considerata costruttiva, in genere all’inizio viene presa come un insulto. Ci vuole molta pazienza, testardaggine, buon senso e gentilezza. E’ un atto d’amore.

  8. Caro Antonio, era un po’ che non ti leggevo, ma vedo che l’arguzia e la dialettica fine che ti contraddistinguono non sono venute meno.
    Vorrei dire tante cose, ma mi limito ad un: sono d’accordo. Il cambiamento non può nascere se non dallo spirito critico. L’Italia è una nazione con pochissimo spirito critico: chi lo ha, spesso e volentieri viene soffocato oppure se, caso vuole, passa dall’altro capo della barricata, lo soffoca egli stesso.
    È spesso difficilissimo trovare gente che sappia cosa vuole e che sappia come ottenerlo.
    Per fortuna ci sono angoli, in cui la vera forza degli italiani (vedi l’80% di consensi al tuo post precedente) esce fuori. È un vero peccato che non ci sia una forza in grado di canalizzare tutte queste persone per cambiare davvero le cose.
    Io però continuo a sognare che un giorno anche in Italia ci sarà la coscienza civile che spesso si trova in determinati paesi del Nord Europa (ma non solo).
    Ciao e grazie per i tuoi sempre belli post.

  9. Ho letto per caso questo post e l’ho trovato interessante e stimolante per chi ha a cuore Napoli,se non altro perché ci vive.Infatti il presupposto è proprio questo secondo me:perché amare Napoli?Molti lo dicono così,come se si trattasse di una donna o di una mamma,perché ci si identificano spesso,o per motivi di rivalsa storico-geografica e socio-economica.A volte confesso che capita anche a me.In realtà sarebbe un motivo valido amare Napoli perché è la città in cui si vive,certamente meno poetico ma molto più pratico.E dunque essere cittadini modello.Il problema è che ci sono una metà di incivili incalliti,e senza un Piano Marshall basato su investimenti in CULTURA,AMBIENTE ed ISTRUZIONE,sarà impossibile fargli capire la bellezza.Già,perché la bellezza va insegnata,come l’amore, soprattutto a chi è cresciuto nel culto delle bruttezza e della violenza.E’ una questione politica,ma di respiro nazionale,non solo locale. Non abbiamo mai avuto un Governo che volesse rendere Napoli una città civile ed efficiente,figuriamoci negli anni del leghismo,probabilmente fa comodo che sia così.Una volta serviva mano d’opera che si trasferisse in massa al Nord,ora servono giovani laureati per ricoprire ruoli da impiegato,dirigente e quadro.Ad ogni modo credo che oggi occorra essere dei cittadini attivi;coloro che sono più evoluti civilmente,che hanno avuto modo di confrontarsi con altre realtà all’estero e che vogliono davvero migliorare le condizioni di napoli,devono impegnarsi tutti i giorni per agire nella maniera più civica possibile,devono essere da esempio e da guida per gli altri.Magari una parte almeno sarà portata a riflettere e a capire cosa vuol dire amare Napoli.

  10. Ho letto il precedente post, premetto che non ho nulla a che fare con Napoli, ma nei suoi post vedo un degrado più nazionale, italiano. Napoli è la spia che si accende quando la politica fallisce a livello nazionale, è l’allarme che risuona quando quando il degrado culturale e politico si impossessa di tutto il paese. Solo i miopi criticano chi (su tesi oggettive) mette in mostra i limiti di un “sistema”. Si cresce anche con l’autocritica, si muore se ci si accontenta. Chi amministra dovrebbe imparare ad ascoltare le critiche e non a buttare tutto in “caciara” politica. Certo ho pensato anche io che il paragone con Stoccolma fosse eccessivo, ma non credo che conti il termine di paragone quanto la mentalità: predisporsi al cambiamento non perché gli altri sono migliori o irragiungibili, ma per stare meglio noi sarebbe un grosso passo in avanti.

  11. Avevo letto il precedente post e con esso i vari commenti, sorridendo, a volte con amarezza, a quelli dei soliti urlatori.
    Non sono napoletana, ma Napoli è una città che amo e a maggior ragione ci resto male quando penso a tutti gli enormi problemi che ha. E’ vero che la camorra non è l’unico problema d’Italia, è vero che Foggia, Reggio Calabria, Palermo, ecc, hanno più o meno gli stessi problemi (e Foggia ha in più la sfortuna di essere una città bruttissima), ma appellarsi al mal comune mezzo gaudio non è una soluzione, come giustamente sottolinei.
    Ai tempi dell’allarme immondizia, altra cosa di cui ora si è smesso di parlare, avevo visto su Flickr delle foto di un fotografo napoletano ai vari cumuli di sacchetti e varie; lo stesso fotografo ha immagini di ragazzetti in motorino senza casco, di venditori abusivi, ecc.
    Lo stesso fotografo è anche uomo di teatro e ha messo su, assieme a suoi colleghi, un laboratorio teatrale a Scampia, per cercare di far fare qualcosa di stimolante ai ragazzini del quartiere (ora mi pare che però il progetto si sia fermato per mancanza di fondi).
    Insomma, mi pare un bell’esempio di critica attiva 🙂

  12. è lunghissimo, ma merita di essere letto. hai ragione, sottoscrivo tutta l’analisi.
    il finale lo sottoscrivo per “partecipazione”. c’è troppa poca rabbia in giro, e ancor meno conoscenza. e chest’è.

  13. da casertano posso dirti solo che mi sa che stiamo sulla stessa barca se non pure peggio ,visto le dimensioni della barca ,una cittadina direi piu che città,senza capo ne coda ormai ,niente di niente in balia di un sindaco che non è altro che un pupazzo nelle mani di qualcuno che sta piu in alto di lui ,che viene mosso a piacimento,che di parole ne ha tante ma di fatti troppo pochi,180milioni di euro di debito sono un bel po per una citta di 78000 anime ,se la son mangiata tutta non hanno rimasto niente se avessero potuto pure le pietre della casa comunale si sarebbero mangiati,e chi ne sta pagando le conseguenze siamo solo noi poveri cristi che ogni mattina ci alziamo per portare a casa quel pezzo di pane per mangiare .ormai la mia è una citta morta ma nessuno se ne rende conto ,sono tutti assuefatti da questo stato di cose,sono ormai schiavi di questo stato di cose e a loro va bene cosi ,e a chi non va bene aggira il problema scappando ,ma se si vogliono cambiare davvero le cose non si deve scappare si deve restare ,perche il coraggio ce l’ha chi resta nojn chi scappa ,solo restando si puo cambiare qualcosa !

  14. Pingback: Napoli #0 (non la possono capire tutti) | Il Bandolo del Matassa

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