Me ne vado, mi cancello, e poi torno con la coda tra le gambe

Può sembrare esagerato ma a me i social network hanno fatto venire un mezzo esaurimento nervoso. E pure a voi, anche se non lo sapete.

Ci sono entrato con entusiasmo. Aprire la finestra e dare una occhiata ad amici lontani, parenti perduti e ritrovati, conoscenti che si palesavano e prendevano forma, sconosciuti che, lentamente, ti entravano nella vita, simpatie improvvise, inattese. Condivisioni di passioni, di gioco, serate a dire cazzate innocue, o goliardiche, chiacchierare restando fermi.

Poi è successo qualcosa.

Sarà stata la folla allargata, la massa indistinta che è arrivata, ma è nato uno stream informe, un flusso continuo di parole. Un concetto e il suo contrario, maree di rancore che si alzano e si abbassano e arrivano a tradimento addosso, lasciandoti per lo più compresso tra la voglia di replicare e una noia mortale.

Cose del passato, magari una sera che pensavi al futuro.

Prolissità, mediocrità, medietà.

La politica, la cultura, la visione del mondo.

I complotti, la Casta, le pensioni di Giuliano Amato.

Ognuno che dice la sua e tu costretto a leggere. E’ come se si fossero aperte troppe porte, e fosse arrivata troppa gente, e il rumore di fondo dell’umanità, che a volte è piacevole, fosse diventato assordante.

E’ come se il brusìo leggero che arriva dalla finestra aperta, e ti fa compagnia come una brezza, fosse diventato il caos di una folla che urla ventiquattro ore su ventiquattro.

Un allarme sempre acceso.

Un sottotitolo infinito, per lo più di cazzate, che, poco a poco, ha seccato le pareti della mia immaginazione, mi ha sgonfiato le illusioni sulla gente, mi ha prodotto un continuo mal di testa e un senso costante di rabbia verso gli altri.

Oggi sento il bisogno di tornare a prima.

A quando potevo tenere la tristezza degli altri fuori, e magari lasciare ad una serata la capacità di abbracciarmi lentamente, dimenticando il mondo, che a volte se ne ha bisogno.

A quando sapevo di avere, come tutti, qualche detrattore livido per invidie o rancori personali ma potevo ignorarlo perchè lui stava lì, e io stavo qui, ed ero protetto da qualunque schizzo.

A quando, conoscendo qualcuno di persona, avevo voglia di scoprirne piano i lati più veri della sua vita, non come adesso che magari so già dove ha fatto la spesa il giorno prima, e quando compie gli anni (e che torta ha mangiato domenica scorsa).

A quando gli amici erano davvero pochi, ed erano buoni amici, erano amici a cui potevo dire le cose più mie, e i conoscenti erano tanti, ed erano innocui, li sapevo “di faccia”; a quando la confidenza era una conquista lenta, mica un diritto.

A quando sceglievo io con chi discutere di cosa, e con chi invece scambiare solo parole di circostanze perchè non valeva la pena.

E poi c’è il tuo anziano fruttivendolo che ti chiede l’amicizia, e tu lo tieni lì sospeso.

“Perchè non accetti la mia amicizia su facebook?”.

“Ah, mi hai chiesto l’amicizia? Non me ne ero accorto, sai, ci vado poco ultimamente”.

E dopo che l’hai accettata, con lui che commenta solo in maiuscolo perchè non ci vede bene, poi gli devi pure rispondere.

“Non rispondi mai ai miei commenti. Ma poi perché ti lamenti sempre? Non ti facevo così pessimista”.

Poi, ovviamente, lo dice a tuo padre. “Ma vostro figlio sta sempre così pessimista, che succede?” E tuo padre, sbigottito, che ti rimprovera che sei sempre pessimista, “ma che ti succede?”.

Niente, non mi succede niente.

Perchè devo spiegare il mio pessimismo al mio vecchio fruttivendolo, e poi a mio padre che parla col fruttivendolo del mio pessimismo?

Siete voi il mio pessimismo!

Lo so, lo so, che i social hanno strumenti di gestione, e che possono essere usati senza farti usare.  Lo so che puoi ignorare, bannare, cancellare, uscire, camminare, spegnere, e poi tornare, che puoi selezionare, che puoi usare poco, che puoi chiudere e poi accendere quando ti pare.

Ma è un potere solo apparente. Come quando hai in mano il telecomando e pensi di gestire tu il televisore perchè poi cambi canale, o chiudi.

In realtà i canali quelli sono, e la tv non la spegni perchè c’è un risucchio ipnotico, un condizionamento psicologico, che ci tiene tutti lì a fare le stesse cose nello stesso momento.

Lo so, lo so, è un lamento ridicolo. Oltretutto sono qui a lamentarmi di qui.  Nessuno mi obbliga, nessuno mi costringe. Posso non esserci, posso andare via, posso cancellarmi, posso selezionare i contenuti, posso stare zitto, posso parlare, posso fare quello che mi pare.

Me ne posso pure andare, se non mi sta bene.

E quasi quasi, così faccio. Che poi lo dicono tutti, ad un certo punto. Me ne vado, mi cancello, e poi tornano con la coda tra le gambe.

Io, però, questo flusso perpetuo di umanità non lo tollero quasi più.

Forse torno ai miei anni Novanta. Quando la vita, là fuori, mi sembrava bella perché stavo leggendo un libro bello. Quando le persone con cui parlare me le sceglievo una per una. Quando un’emozione durava, e al fruttivendolo bastava sorridere mentre mi fotteva cento grammi sulla bilancia truccata (TI HO SEMPRE SGAMATO, CRETINO).

(comunque se mi dovessi cancellare veramente ho skype sempre acceso, il mio contatto è antomenna; la mia mail è antoniomenna@gmail.com; se mi scrivete vi do pure il cellulare; e poi ho questo blog; insomma, vabbè, ci siamo capiti).

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