Un Forum nell’acqua

Mi ha riempito di tristezza, oggi, leggere sui giornali napoletani le parole di Roberto De Simone. Una malinconia cupa, senza ossigeno. Come un cappio alla gola. Come certe giornate che per davvero, qui, sembrano quelle di un topo in un malefico esperimento di laboratorio: quelle gabbie con cento porte che non sboccano da nessuna parte.

Porte che non aprono.

Il maestro, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, considera Napoli una città morta, disperata e disperante, e vivere qui un salto in un buco nero.

«Fossi più giovane me ne andrei – dice-. Questo è un invito che faccio anche ai quarantenni. Perché se non sei figlio di buona famiglia, anche se specializzato, bravo, con molte buone intenzioni, non accedi a niente.»

Mi ha bastonato duro, non perchè io non sapessi, o sentissi già tutto questo. O non lo abbia già detto, con tante parole, forse pure troppe.

Ma perchè, in fondo, che lo dica io conta poco, perfino per me, che sono sempre scontento, e ormai abituato al mio malumore. Ma se lo dice lui, e se lo dice chiunque altro da me, io sento come un’eco maledetta, un rimbombo insopportabile, un frastuono che punge.

De Simone dice che la cultura a Napoli “ruota attorno a clientele, interessi di coalizione e di partito, sia di destra che di sinistra”. E che tutto è confuso, molto inquinato, e ha solo una funzione ludica.

E’ un po’ il subdolo trucco, che mi sono trovato spesso di fronte, della cantata bellezza di Napoli, o della celebrata simpatia della gente, o le grandi questioni come la densità, la conformazione urbanistica, la complessità: carte segrete che tirano fuori gli struzzi quando qualcuno parla dell’infinito degrado da cui siamo assediati, che va coperto, nascosto sotto una coltre di omertà, e mai risolto.

Degrado umano, si intende, perchè è tutto da lì che parte.

Tra qualche giorno comincia a Napoli il Forum Universale delle Culture. Alzi la mano chi lo sa. Nasce a Barcellona come evento culturale internazionale dell’Unesco nel 2004. Muore a Napoli come fiera del torrone.

A Barcellona durò 141 giorni, coinvolse 3 milioni di persone, creò una zona (Recinte Forum) da allora recuperata e viva. A Monterrey, nella seconda edizione, il palcoscenico fu un sito industriale siderurgico dismesso, che divenne Parco urbano su conoscenza, diversità, pace. A Valparaiso, in Cile, durò 45 giorni, e divenne il progetto per la cultura come luogo della lotta alla povertà.

E Napoli? Cosa succederà a Napoli?

Boh.

Magari si monta un maxischermo sul lungomare e ci vediamo i film di Totò in bianco e nero.

Il progetto presentato nel 2007, quando fu scelta Napoli, parlava di cinque mesi di eventi, riflessioni, lavoro comune sul tema delle radici e del futuro. Si parlava di quattro milioni di presenze previste, da tutto il mondo. Poteva essere la grande occasione per costruire un raduno di menti vive, che pure resistono a Napoli. Conosco personalmente decine di scrittori veri, di ogni fattura, molto diversi tra loro, ciascuno con una sua lingua, con un suo segmento di scandaglio, con una sua capacità espressiva, talenti che trovano spazio sulla scena nazionale, che hanno voce, operai dell’immaginazione, oppure ingegneri, ma intellettuali fervidi, autori, giornalisti, artisti – tutti molto tesi, scontenti – che lavorano ognuno per sé, con una certa diffidenza, a volte in competizione, altre volte fanno rete ma solo per grumi occasionali, e mai per insiemi, mai in un sistema.

Questo sistema poteva essere il Forum delle Culture.

Manca un mese, ormai, e la città freme di pioggia e di calcio. Stasera parte il campionato. C’è Higuain al San Paolo. Del Forum nessuno sa nulla. Ed è forse giusto così.  Un forum nell’acqua. Le cose hanno un senso, e a Napoli, oggi, parlare di cultura non può che essere questo. Una città che si nutre di polveri, di pidocchi.

“Vi scongiuro di scandalizzarvi”, dice il maestro De Simone citando Brecht, e invita al pensiero critico, al dissenso, alla rottura per creare il nuovo. Anche qui sento il mio pensiero rimbombare, esplodere nel timpano. Altro che parlare del positivo, o minimizzare i problemi, o la tiritera sul fatto che poi tutto il mondo è paese.

«Gli intellettuali tacciono – dice De Simone -, la piccola e media borghesia è muta. Regna il silenzio in una città dove è impossibile vivere culturalmente».

Ecco, questo è l’unico punto di dissenso. Io sento molti rumori, maestro, e penso che il silenzio sarebbe già una conquista. Non è muto, il popolo di questa città. Parla tanto, e spesso a vuoto. E’ pieno di dotti e inutili pensieri individuali, di aspre contese nulle, di combattimenti a salve, di maleparole benvestite, di ragnatele rancide su lingue asciutte, di propaganda vacua, di un sentimento enorme di sé, ciascuno per sé.

Io vedo un circo. Di quelli antichi. Un’arena di gladiatori flaccidi, senza addominali.  E la cosa più triste che pure il pensiero critico, ormai, mi sembra farne parte, al punto che, nel mio piccolo, mi scoccio pure di scriverne.

Lo faccio con stanchezza. Ma che parlamm’a fa?

La sensazione è che De Simone, come Gerardo Marotta, come Aldo Masullo, ormai vengano chiamati, incolpevoli, a recitare il controcanto scontato, l’intervista lamentosa, l’immancabile nota stonata, la cultura mortificata. Facciamo parlare un rompicoglioni, che montiamo una pagina critica, l’alito un po’stantio, il vecchio, il saggio, l’eterno fujetevenne. Il rito stanco perfino della critica. La voce nera che viene macerata e merdizzata, anche lei, insieme a tutte le altre, come un vibrione innocuo. L’intestino attivissimo di questa città digerisce tutto. I dolci e le pietre, senza nemmeno una gastrite.

Siamo tutti attori della stessa commedia. Anche lei, maestro.

Ma che parlamm’a fa?

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4 thoughts on “Un Forum nell’acqua

  1. Anni fa ho comprato presso Napolimania un oggetto a forma di muretto con su scritto a mo’ di murales : Se non ci fossi dovrebbero inventarti, però….con qualche modifica” Ecco questa è la definizione che darei alla nostra città……..!!!

  2. L’altro giorno mi sono trovato a parlar “male” della mia città, Reggio Calabria, che ormai vivo solo da turista.
    Mi sono reso conto che non riuscivo a trovare nulla di positivo, e gli amici li a dirmi “eh vabbé, adesso che vivi fuori…”.

    Mi sono sentito, e mi sento, rassegnato e a tratti schifato.
    Rassegnato al fatto che in 35 anni io non abbia visto nessun tipo di miglioramento in una città che si vanta di essere Città Metropolitana, una città che potrebbe offrire un mare di cose ma che giace, in preda al sonno, sullo stretto di Messina.

    A volte anche io mi chiedo: Ma che parlamm’a fa? e pigramente mi sto abituando a non parlarne più, purtroppo.

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