La dittatura del fesso

Parlo con un importante produttore cinematografico e mi dice: “la gente vuole la commedia, e un poco di sentimento, commedia e sentimento, cose semplici, ormai qua si finanziano solo le commedie, la gente vuole ridere, svagarsi; non puoi farla venire al cinema, farle pagare un biglietto, e poi tenerla due ore coi pipponi sulla vita. Commedia, oppure, se sei americano, action, ma lo devi fare coi controcazzi, cioè coi soldi. Da noi si aspettano la commedia, e noi quella finanziamo“.

Poi parlo con un importante regista che mi dice: “io devo fare commedie, lo vedi quello che c’è in giro? I distributori vogliono commedie, gli esercenti vogliono commedie. Gli italiani devono fare solo commedie, ormai; io, per lavorare, le faccio ma provo a infilarci qualcosa di mio, una cifra personale. Insomma, cerco di non perdere la dignità. Che devo fare?“.

Parlo con un uomo di televisione che mi dice: “ti devi tenere basso, basso di scrittura, basso di ambizione. La letteratura lasciala a Foscolo. Ricordati che su dieci persone, otto non capiscono un cazzo. E i due che capiscono qualcosa, la televisione non la guardano“.

Parlo con uno sceneggiatore televisivo che mi dice: “facile facile, i personaggi devono parlare facile facile, come in mezzo alla strada, battute semplici, la gente non si deve scervellare, devi dire qualcosa al primo e all’ultimo“.

Parlo con un noto editore e mi fa: “storia avvincente, ritmo, plot, della lingua che ce ne fotte. I libri che vendono meno? Quelli complicati, quelli che li capisce solo chi li ha scritti. E nemmeno. I libri che vendono di più? Quelli facili, quelli che capiscono tutti. Vuoi vendere? Parla a tutti. Una bella storia, una bella trama, e parla a tutti. Tanto se lavori sulla lingua, sulla struttura, se ti contorci, non vendi un cazzo e comunque la critica ti fa a pezzi perchè quella è un’arena di sangue, ognuno ce l’ha più lungo dell’altro, poi ce l’hanno tutti piccolo perciò stanno pieni di tic. Ma tu li hai visti?“.

Parlo col proprietario di una radio e mi dice: “la senti la musica? Tutta uguale. Così dobbiamo essere nel parlato, nei testi, tutti uguali. Veloci, facili, comprensibili, e tutti uguali. Così la gente non si disorienta“.

Parlo col direttore di un giornale on line e mi dice: “molti clic, molte condivisioni, molti like, molta pubblicità, molti soldi, questo è. Sai come si fanno i clic? Piacendo alla gente. Devi piacere, devi scrivere quello che piace alla gente. La gente vuole il populismo? Dagli il populismo. La gente vuole la demagogia? Dagli la demagogia. La gente vuole la lacrimuccia? Falla commuovere. La gente vuole sognare? Falla sognare. La gente sta incazzata? Fomentala. La gente ce l’ha coi politici? Insultali.  Questo è“.

Questo è, quindi. Bisogna semplificarsi, rendersi digeribili, leggeri, non pesare sullo stomaco, non appendersi al groppo, sciogliere i nodi, lisciare il pelo, sorridere, assecondare, dire sì.

Il pubblico ha sempre ragione, e al pubblico bisogna obbedire. E’ la vecchia legge del commercio. Ma se il pubblico abbassa i suoi standard fino al sottoscala, se si disabitua cronicamente a ragionare, se rifugge dal senso critico, se non tollera la spina, se non accende la luce nella pancia, chi gli dice che sta sbagliando tutto, che sta andando a fondo, che così non si salva ma muore prima?

Non sto qui a riproporre vecchi discorsi sulla cultura alta e la cultura bassa, su chi guida e chi è guidato. Sono contrapposizioni ammuffite.

Ho sempre detestato la spocchia dell’intellettualismo che si faceva oscuro pensando che nella sua indecifrabilità, o nel sofferto, in quel patire pallido la vita, ci fosse profondità; ho sempre guardato con un filo di pietà a chi, per esempio, non vendendo una copia, o non trovando un editore, diceva “eh, non passo perchè alla gente piacciono le cazzate”; ho sempre detestato le contorsioni sterili su struttura, lingua, trama, discorso e discorsi al punto da avvitarsi in una crema rancida che nessuno, nemmeno chi la preparava, riusciva, in fondo, ad assaggiare.

Ho sempre amato – per contro – gli autori bastardi,e le lingue bastarde, le storie bastarde, che si impastavano nel fango della vita comune, della lingua di tutti, che diventavano semplici, aprendo tutte le porte, ma rimanendo al fondo indigesti, selvatici, fastidiosi, e bastardi proprio per questo: ti entravano nella vita suadenti, inoffensivi, e ti lasciavano però cambiato, che quella risata che ti aveva conquistato, poi diventava smorfia, senza che te ne accorgevi.

Ho sempre negato, quindi, qualunque superiorità alla cultura “alta” e qualunque “bassità” alla cultura “bassa”. Il ragionamento che faccio adesso non riguarda la contrapposizione tra semplice e complesso, ma quella – più seria – tra l’avere qualcosa da dire e il dire sempre la stessa cosa.

Mi chiedo, oggi, quanto spazio ci sia, nel cinema, nella tv, in radio, nell’editoria, nel giornalismo on line (quello stampato non esiste più), perfino nella politica, per dire qualcosa di originale, di diverso, per dirlo bene e dirlo facile – sia chiaro -ma dirlo per aprire porte nuove, per lisciare un po’ il verso del pelo, un po’ contro, per dare a questa società molle, mentre gli fai la barba, qualche taglietto che rigenera, che sputa il sangue marcio.

La mia sensazione è che si stia nefastamente riducendo il senso critico generale, e il coraggio.

I soldi, che poi sono il motore di qualunque azione creativa quando vuole rendersi ampia e pubblica, vogliono altri soldi, e nel cercare questa moltiplicazione del denaro da altro denaro, si insegue allo spasimo, a perdifiato, senza riserve, senza mascheramenti, senza nemmeno più fare finta che, il fesso. Pensando che il fesso, alla fine, faccia soldi, mentre – com’è evidente – non sei mai abbastanza fesso per fare abbastanza soldi da giustificare la tua discesa laggiù, ed è discesa inarrestabile, senza freni. L’abisso della fessità. A me questo ha sempre fatto paura.

Non la dittatura in sé, ma la dittatura del fesso.

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6 thoughts on “La dittatura del fesso

  1. purtroppo caro amico,questa è la civiltà dell’avere e chi ha ne vuole sempre di piùTutta quella gente che hai interpellato ti ha dato i meglio consigli per piacere ai più probalili tuoi fruitori.Se vuoi avere qualche chance segui quei consigli senza schifarti di abbruttirti. Oppure rimani nella categoria essere, che ti permette di guardarti allo specchio ogni mattina al bagno,senza dover abbassare gli occhi. Eutuchìa ,buona fortuna.

  2. E’ un incubo, ma l’hai descritto benissimo.
    Ora come ora si fa a gara a chi scende più in basso, in quell’abisso di fessità.
    E infatti le cose peggiorano ogni giorno di più.
    Quando dico e ridico che non so se ne usciamo davvero stavolta, mi ispiro proprio a questo, al fatto che dall’ abisso di fessità, è tremendamente difficile risalire (come società intendo. I singoli possono anche risalire, ma singoli resteranno …)

  3. L’ha ribloggato su Accantoalcamino's Bloge ha commentato:
    Ho conosciuto da poco questo Autore, in occasione dell’articolo sui Napoletani che non devono viaggiare e mi piace molto, mi piace la sua scrittura spntanea, che viene compresa sia dagli “alti colti” che dai “bassi colti” così nessuno ne rimane fuori.

  4. Il bello (anzi, il brutto) è che tale atteggiamento, oltre che in chi opera nei cd. “media” in generale, lo si ritrova anche nei rapporti di lavoro (“è inutile che ti applichi, questo è”) oppure, ancor peggio, nei rapporti sentimentali (“non posso darti di più, quest’o è”). In ogni caso, si può sempre scegliere…

  5. Purtroppo è tutto cosi vero da far paura… e la cosa peggiore è che i film “leggeri” che vengono prodotti in italia, il più delle volte fanno pena (a mio modesto parere, ovviamente).
    Non per niente i cinepanettoni dei fratelli Vanzina sono stati i film più visti in italia nei periodi natalizi, per anni e anni. Sig!

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