Il nostro presepe di spazzatura

La grotta di Betlemme, oggi, sarebbe un cassonetto della spazzatura. I pastori che per il Vangelo di Luca, avvertiti da un angelo, accorrono a salutare il bambin Gesù, potrebbero essere quelle figure di stracci che si infilano a testa in giù nella nostra spazzatura per recuperare un loro maglione; se gli va bene, una scorza di formaggio. E’ il presepe del dramma, della povertà, della disperazione, del disagio che succhia il sangue all’umanità, la riduce uno scheletro senza sentimento e vive tutto l’anno, mica solo a Natale, e senza luci, e davanti ai nostri occhi, spesso distratti, sempre distratti.

La grotta santa, a Civitanova Marche, dove in un bidone è stato trovato un neonato morto in un sacchetto di plastica, è proprio quel cassonetto. Una mangiatoia amara. Senza stella cometa. Senza mamma e senza papà. Senza nemmeno un bue ed un asinello a soffiare calore. Un neonato solo, già solo.

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Napoli nonostante Napoli

Sono felice di vedere Napoli traboccare di turisti. Li guardo infilarsi nei vicoli dei Quartieri Spagnoli senza paura, con la testa all’insù, con lo sguardo divertito, e ne sono orgoglioso.

Li vedo addentare la pizza fritta e pulirsi la bocca con il polso, come fanno gli scugnizzi. Li osservo mentre infilano le mani nelle cassette di frutta o fotografano i banchi di pesce nella Pignasecca. Li seguo, a volte, soprattuto gli stranieri, e vorrei prendermene cura. Vorrei dire ai ristoratori, ai baristi, ai commercianti: abbiatene cura, trattateli beni, una cosa in più e mai in meno, fateli risparmiare, fateli mangiare.

turistiMa non c’è bisogno. La città si è disposta con generosità. Vedo una febbre bella, come di speranza. In fondo, l’accoglienza qui è un tratto distintivo. Una specialità. Si fanno larghi i vicoli, si fanno stretti i muri quando tira il vento, si fa ampio il fianco su cui appoggiarti se esce un po’ di sole.

Sono felice di vedere Napoli così amata, anche perché cade finalmente l’alibi. Ma quale sputtanamento, ma quale cattivo racconto, ma quale sparlare, ma quale diffamazione, ma quale romanzo nero, ma quale dire solo il brutto e non il bello. Avete raccontato un sacco di fesserie. Napoli è amata nel mondo più di quanto lo sia dai suoi stessi cittadini.

Non ho mai trovato, nei miei giri in Italia e all’estero, qualcuno che alla parola Napoli non dicesse “meravigliosa”. La bellezza di questa città, la sua forza, il suo patrimonio sono ben noti. Non sono una scoperta di oggi né di ieri. Non sono offuscati dai rifiuti, dai problemi, dal racconto di questi né dalla camorra. Si può parlare dei problemi senza niente togliere a Napoli. Che, per fortuna, si dimostra sempre più forte di cattivi abitanti e cattiva politica, di cattiva cultura e piagnistei.

Sono felice di vedere tanta gente intorno a noi. Del resto, venire a Napoli oggi, con il Tav, e la campagna di sconti di Italo e Trenitalia, costa due soldi. Dormire a Napoli, con B&B e affittacamere aperti ovunque, soprattutto nelle zone popolari, nelle case stesse dei napoletani, costa nulla. Mangiare a Napoli, e bene, nei vicoli, costa meno di una prima colazione a Roma.

A conti fatti, con cento euro passi un week end in una meravigliosa città di mare, di paesaggio, di storia, di radici antiche, di chiese, di pittori, di scrittori, di atmosfere. Ti godi il centro, ignori le periferie, ridacchi sui disagi, tanto poi te ne vai.

E se esce il sole, ti fai pure il bagno.

Perché non dovrebbero venire a Napoli? Ci vengono e fanno bene. Ne sono contento anche perché, adesso, non abbiamo più alibi. Il mondo non ci odia. Lo vedete? Il mondo ci ama.

Ma l’amore degli altri è responsabilità. Se ci amano, nonostante tutto, forse dobbiamo meritarcelo. Forse dobbiamo smetterla di buttare i materassi vecchi a via Toledo, o le lavatrici a via Chiaia. Forse dobbiamo collocare una decina di bagni chimici a San Gregorio Armeno, dove li chiedono da anni e il Comune non risponde. Forse dobbiamo dare un senso a quel lungomare desolante fatto di venditori ambulanti e tavolini del bar, senza un filo di proposta culturale. Forse dobbiamo curare la villa comunale, abbandonata a se stessa. O spazzare la città, far muovere gli autobus, asfaltare le strade, illuminare i vicoli, far funzionare i semafori, attivare la videosorveglianza, mettere più vigili per le vie, proteggere le persone, tutelare i commercianti contro il racket e i teppismi, svuotare i cestini gettacarte, ripulire dal degrado i palazzi del centro antico, riaprire le 800 chiese chiuse, mettere almeno uno che parli inglese agli stazionamenti della metro e degli autobus, far partire la metro – non dico ogni due minuti – ma almeno ogni cinque e non ogni dodici; forse dovremmo meritarcelo tutto questo amore, tutta questa gente.

Forse dovremmo meritarcela, la fortuna sfacciata di essere Napoli senza saperlo diventare mai.