Con la testa nel cassonetto

C’è stato un momento in cui ho pensato di fotografarli e pubblicarli in sequenza, giorno per giorno, in una cartella unica sul web, in modo da costruire un numeratore, tipo quelli del telethon o del debito pubblico. Una carrellata di corpi mozzi. Poi mi sono detto no. Un pensiero laterale mi ha bloccato. Forse è mala coscienza perchè io, per loro, non ho mai fatto niente.

Parlo della gente che ogni giorno vedo con la testa nel cassonetto della monnezza. Ne conto quattro o cinque ogni mattina, perchè lo fanno di giorno, quando i bidoni non sono stracolmi e cercare dentro è più semplice. E poi perchè lì non vogliono maglie usate, pezzi di ferro, radio dismesse da cui ricavare un circuito da vendere, rame, oggetti da rigattiere. Cercano cibo.

Ho visto ieri a Roma una signora anziana recuperare quattro mele e mettersele in un carrellino, come quelli della spesa. Cercano gli avanzi, soprattutto dei negozi. Le pasticcerie, le salumerie, le rosticcerie, i fruttivendoli buttano le cose irrecuperabili spesso la mattina, quando aprono, e devono fare spazio alla nuova merce. Ripuliscono frigoriferi e scaffali, a volte senza cura per l’obbligo di buttare la monnezza la sera. Se la possono mai tenere tutto il giorno nel locale? Non hanno spazio. Così la vanno a chiudere abusivamente nei cassonetti. Ortaggi, pane, polli arrosto, teglie di pasta e di pizza. Immancabile, arriva qualcuno che lo sa e  si cala.

Io, in genere, li vedo chini dal bacino alle gambe, me ne accorgo tardi e ho sempre paura che ci finiscano dentro.

Quanti anziani, e vedo mia nonna, mio nonno, vedo me stesso. Gli vorrei dire attento al femore, cazzo. Alla tua età è fragile, si spezza come niente. Fai attenzione, vorrei urlargli. Ma sarebbe ridicolo.

Le statistiche dicono che la povertà è in crescita. Circa cinque milioni di persone, pare. Non lo so, ogni giorno un numero diverso, forse sono di più, o di meno. Ma sono tanti. Io li vedo, e c’è stato un momento in cui volevo costruirci una galleria fotografica.

Vedo il vecchio nel cassonetto, vedo il vecchio che chiede l’elemosina con eleganza e buona educazione, vedo il vecchio che infila il dito nella fessura dei soldi spicci delle macchinette automatiche, o che raccoglie cicche. Li guardo e penso che potremmo finirci tutti.

Questa – diciamoci la verità – è la vera angoscia. Non la sua condizione ma la nostra.

La povertà è sempre esistita. Chi chiedeva la carità, chi mangiava alle mense, chi non aveva da vivere. C’è sempre stato anche chi provava ad aiutarli e chi tirava dritto. Cos’è cambiato, allora? Il numero. Ma non solo. La tipologia, soprattutto. Sono morte un paio di idee che ci davano sicurezza: hai un lavoro, te la cavi; hai voglia di lavorare, te la caverai sempre.

Questa certezza non c’è più. Non è la povertà che stringe lo stomaco; è il respiro mozzo sul futuro di ciascuno di noi. Non riusciamo più a tirare nei polmoni tutta l’aria che c’è nella vita.

Quando quei corpi si issano, come cani randagi, con una mela, un pezzo di pane raffermo, un cavolfiore moscio, e ti mostrano il volto, non ci leggi i segni del vagabondaggio. Hanno la faccia sbarbata, la maglia pulita, le unghie curate. Hanno volti lavati col sapone, e hanno dormito nel loro letto.

Sono fuori dalle categorie classiche della povertà, che in fondo ci rassicurano. E’ un tossico, è un alcolista, è un malato mentale. Che belle e utili definizioni. Ci sono servite per contenere la paura, per dirci che ognuno della propria vita fa quello che vuole, e se sei ridotto a scavare nella monnezza è un po’ anche colpa tua.

Ora non è più così.

Il volto lavato di sapone della vecchia che si tira su dal cassonetto ti dice che oggi tocca a lei, e domani potrebbe toccare a tua mamma. Questa cosa è insopportabile.

Ogni mattina, quando vedo queste persone, rimango a fissarle attonito e angosciato. Non so cosa fare. Potrei aiutarle. Ma non faccio niente. Mi sembra che niente io possa fare. Le guardo.

L’ultima volta che ne ho visto uno ho stretto in tasca sei euro in monete. Li ho contati con le dita, toccandole, senza vederle. Ma non per darglieli. Per sentire se ce li avevo ancora, e poi dirmi cazzo, meno male.

Perchè sotto tutto il buonismo, come la crosta, c’è l’egoismo. Non tocca ancora a me, meno male. Poi ho chiamato mia mamma. Tutto a posto? Tutto a posto. Anche papà sta bene. Ma fino a quando?

E io, fino a quando?

Spero solo che se dovessi finire, un giorno, a corpo mozzo in un cassonetto per cercare cibo, a nessuno salti in mente di fotografarmi.

E’ questo il mio pensiero laterale, la mia vergogna.

E che, magari, invece di restare lì immobile come un coglione a guardarmi, o a pensare meno male che non tocca a me, mi venga a dare una mano, che piegarsi in un cassonetto è dura davvero, soprattutto ad una certa età, quando hai le mani pulite, e il cuore senza rezza.

La dittatura del fesso

Parlo con un importante produttore cinematografico e mi dice: “la gente vuole la commedia, e un poco di sentimento, commedia e sentimento, cose semplici, ormai qua si finanziano solo le commedie, la gente vuole ridere, svagarsi; non puoi farla venire al cinema, farle pagare un biglietto, e poi tenerla due ore coi pipponi sulla vita. Commedia, oppure, se sei americano, action, ma lo devi fare coi controcazzi, cioè coi soldi. Da noi si aspettano la commedia, e noi quella finanziamo“.

Poi parlo con un importante regista che mi dice: “io devo fare commedie, lo vedi quello che c’è in giro? I distributori vogliono commedie, gli esercenti vogliono commedie. Gli italiani devono fare solo commedie, ormai; io, per lavorare, le faccio ma provo a infilarci qualcosa di mio, una cifra personale. Insomma, cerco di non perdere la dignità. Che devo fare?“.

Parlo con un uomo di televisione che mi dice: “ti devi tenere basso, basso di scrittura, basso di ambizione. La letteratura lasciala a Foscolo. Ricordati che su dieci persone, otto non capiscono un cazzo. E i due che capiscono qualcosa, la televisione non la guardano“.

Parlo con uno sceneggiatore televisivo che mi dice: “facile facile, i personaggi devono parlare facile facile, come in mezzo alla strada, battute semplici, la gente non si deve scervellare, devi dire qualcosa al primo e all’ultimo“.

Parlo con un noto editore e mi fa: “storia avvincente, ritmo, plot, della lingua che ce ne fotte. I libri che vendono meno? Quelli complicati, quelli che li capisce solo chi li ha scritti. E nemmeno. I libri che vendono di più? Quelli facili, quelli che capiscono tutti. Vuoi vendere? Parla a tutti. Una bella storia, una bella trama, e parla a tutti. Tanto se lavori sulla lingua, sulla struttura, se ti contorci, non vendi un cazzo e comunque la critica ti fa a pezzi perchè quella è un’arena di sangue, ognuno ce l’ha più lungo dell’altro, poi ce l’hanno tutti piccolo perciò stanno pieni di tic. Ma tu li hai visti?“.

Parlo col proprietario di una radio e mi dice: “la senti la musica? Tutta uguale. Così dobbiamo essere nel parlato, nei testi, tutti uguali. Veloci, facili, comprensibili, e tutti uguali. Così la gente non si disorienta“.

Parlo col direttore di un giornale on line e mi dice: “molti clic, molte condivisioni, molti like, molta pubblicità, molti soldi, questo è. Sai come si fanno i clic? Piacendo alla gente. Devi piacere, devi scrivere quello che piace alla gente. La gente vuole il populismo? Dagli il populismo. La gente vuole la demagogia? Dagli la demagogia. La gente vuole la lacrimuccia? Falla commuovere. La gente vuole sognare? Falla sognare. La gente sta incazzata? Fomentala. La gente ce l’ha coi politici? Insultali.  Questo è“.

Questo è, quindi. Bisogna semplificarsi, rendersi digeribili, leggeri, non pesare sullo stomaco, non appendersi al groppo, sciogliere i nodi, lisciare il pelo, sorridere, assecondare, dire sì.

Il pubblico ha sempre ragione, e al pubblico bisogna obbedire. E’ la vecchia legge del commercio. Ma se il pubblico abbassa i suoi standard fino al sottoscala, se si disabitua cronicamente a ragionare, se rifugge dal senso critico, se non tollera la spina, se non accende la luce nella pancia, chi gli dice che sta sbagliando tutto, che sta andando a fondo, che così non si salva ma muore prima?

Non sto qui a riproporre vecchi discorsi sulla cultura alta e la cultura bassa, su chi guida e chi è guidato. Sono contrapposizioni ammuffite.

Ho sempre detestato la spocchia dell’intellettualismo che si faceva oscuro pensando che nella sua indecifrabilità, o nel sofferto, in quel patire pallido la vita, ci fosse profondità; ho sempre guardato con un filo di pietà a chi, per esempio, non vendendo una copia, o non trovando un editore, diceva “eh, non passo perchè alla gente piacciono le cazzate”; ho sempre detestato le contorsioni sterili su struttura, lingua, trama, discorso e discorsi al punto da avvitarsi in una crema rancida che nessuno, nemmeno chi la preparava, riusciva, in fondo, ad assaggiare.

Ho sempre amato – per contro – gli autori bastardi,e le lingue bastarde, le storie bastarde, che si impastavano nel fango della vita comune, della lingua di tutti, che diventavano semplici, aprendo tutte le porte, ma rimanendo al fondo indigesti, selvatici, fastidiosi, e bastardi proprio per questo: ti entravano nella vita suadenti, inoffensivi, e ti lasciavano però cambiato, che quella risata che ti aveva conquistato, poi diventava smorfia, senza che te ne accorgevi.

Ho sempre negato, quindi, qualunque superiorità alla cultura “alta” e qualunque “bassità” alla cultura “bassa”. Il ragionamento che faccio adesso non riguarda la contrapposizione tra semplice e complesso, ma quella – più seria – tra l’avere qualcosa da dire e il dire sempre la stessa cosa.

Mi chiedo, oggi, quanto spazio ci sia, nel cinema, nella tv, in radio, nell’editoria, nel giornalismo on line (quello stampato non esiste più), perfino nella politica, per dire qualcosa di originale, di diverso, per dirlo bene e dirlo facile – sia chiaro -ma dirlo per aprire porte nuove, per lisciare un po’ il verso del pelo, un po’ contro, per dare a questa società molle, mentre gli fai la barba, qualche taglietto che rigenera, che sputa il sangue marcio.

La mia sensazione è che si stia nefastamente riducendo il senso critico generale, e il coraggio.

I soldi, che poi sono il motore di qualunque azione creativa quando vuole rendersi ampia e pubblica, vogliono altri soldi, e nel cercare questa moltiplicazione del denaro da altro denaro, si insegue allo spasimo, a perdifiato, senza riserve, senza mascheramenti, senza nemmeno più fare finta che, il fesso. Pensando che il fesso, alla fine, faccia soldi, mentre – com’è evidente – non sei mai abbastanza fesso per fare abbastanza soldi da giustificare la tua discesa laggiù, ed è discesa inarrestabile, senza freni. L’abisso della fessità. A me questo ha sempre fatto paura.

Non la dittatura in sé, ma la dittatura del fesso.

Un Forum nell’acqua

Mi ha riempito di tristezza, oggi, leggere sui giornali napoletani le parole di Roberto De Simone. Una malinconia cupa, senza ossigeno. Come un cappio alla gola. Come certe giornate che per davvero, qui, sembrano quelle di un topo in un malefico esperimento di laboratorio: quelle gabbie con cento porte che non sboccano da nessuna parte.

Porte che non aprono.

Il maestro, nel giorno del suo ottantesimo compleanno, considera Napoli una città morta, disperata e disperante, e vivere qui un salto in un buco nero.

«Fossi più giovane me ne andrei – dice-. Questo è un invito che faccio anche ai quarantenni. Perché se non sei figlio di buona famiglia, anche se specializzato, bravo, con molte buone intenzioni, non accedi a niente.»

Mi ha bastonato duro, non perchè io non sapessi, o sentissi già tutto questo. O non lo abbia già detto, con tante parole, forse pure troppe.

Ma perchè, in fondo, che lo dica io conta poco, perfino per me, che sono sempre scontento, e ormai abituato al mio malumore. Ma se lo dice lui, e se lo dice chiunque altro da me, io sento come un’eco maledetta, un rimbombo insopportabile, un frastuono che punge.

De Simone dice che la cultura a Napoli “ruota attorno a clientele, interessi di coalizione e di partito, sia di destra che di sinistra”. E che tutto è confuso, molto inquinato, e ha solo una funzione ludica.

E’ un po’ il subdolo trucco, che mi sono trovato spesso di fronte, della cantata bellezza di Napoli, o della celebrata simpatia della gente, o le grandi questioni come la densità, la conformazione urbanistica, la complessità: carte segrete che tirano fuori gli struzzi quando qualcuno parla dell’infinito degrado da cui siamo assediati, che va coperto, nascosto sotto una coltre di omertà, e mai risolto.

Degrado umano, si intende, perchè è tutto da lì che parte.

Tra qualche giorno comincia a Napoli il Forum Universale delle Culture. Alzi la mano chi lo sa. Nasce a Barcellona come evento culturale internazionale dell’Unesco nel 2004. Muore a Napoli come fiera del torrone.

A Barcellona durò 141 giorni, coinvolse 3 milioni di persone, creò una zona (Recinte Forum) da allora recuperata e viva. A Monterrey, nella seconda edizione, il palcoscenico fu un sito industriale siderurgico dismesso, che divenne Parco urbano su conoscenza, diversità, pace. A Valparaiso, in Cile, durò 45 giorni, e divenne il progetto per la cultura come luogo della lotta alla povertà.

E Napoli? Cosa succederà a Napoli?

Boh.

Magari si monta un maxischermo sul lungomare e ci vediamo i film di Totò in bianco e nero.

Il progetto presentato nel 2007, quando fu scelta Napoli, parlava di cinque mesi di eventi, riflessioni, lavoro comune sul tema delle radici e del futuro. Si parlava di quattro milioni di presenze previste, da tutto il mondo. Poteva essere la grande occasione per costruire un raduno di menti vive, che pure resistono a Napoli. Conosco personalmente decine di scrittori veri, di ogni fattura, molto diversi tra loro, ciascuno con una sua lingua, con un suo segmento di scandaglio, con una sua capacità espressiva, talenti che trovano spazio sulla scena nazionale, che hanno voce, operai dell’immaginazione, oppure ingegneri, ma intellettuali fervidi, autori, giornalisti, artisti – tutti molto tesi, scontenti – che lavorano ognuno per sé, con una certa diffidenza, a volte in competizione, altre volte fanno rete ma solo per grumi occasionali, e mai per insiemi, mai in un sistema.

Questo sistema poteva essere il Forum delle Culture.

Manca un mese, ormai, e la città freme di pioggia e di calcio. Stasera parte il campionato. C’è Higuain al San Paolo. Del Forum nessuno sa nulla. Ed è forse giusto così.  Un forum nell’acqua. Le cose hanno un senso, e a Napoli, oggi, parlare di cultura non può che essere questo. Una città che si nutre di polveri, di pidocchi.

“Vi scongiuro di scandalizzarvi”, dice il maestro De Simone citando Brecht, e invita al pensiero critico, al dissenso, alla rottura per creare il nuovo. Anche qui sento il mio pensiero rimbombare, esplodere nel timpano. Altro che parlare del positivo, o minimizzare i problemi, o la tiritera sul fatto che poi tutto il mondo è paese.

«Gli intellettuali tacciono – dice De Simone -, la piccola e media borghesia è muta. Regna il silenzio in una città dove è impossibile vivere culturalmente».

Ecco, questo è l’unico punto di dissenso. Io sento molti rumori, maestro, e penso che il silenzio sarebbe già una conquista. Non è muto, il popolo di questa città. Parla tanto, e spesso a vuoto. E’ pieno di dotti e inutili pensieri individuali, di aspre contese nulle, di combattimenti a salve, di maleparole benvestite, di ragnatele rancide su lingue asciutte, di propaganda vacua, di un sentimento enorme di sé, ciascuno per sé.

Io vedo un circo. Di quelli antichi. Un’arena di gladiatori flaccidi, senza addominali.  E la cosa più triste che pure il pensiero critico, ormai, mi sembra farne parte, al punto che, nel mio piccolo, mi scoccio pure di scriverne.

Lo faccio con stanchezza. Ma che parlamm’a fa?

La sensazione è che De Simone, come Gerardo Marotta, come Aldo Masullo, ormai vengano chiamati, incolpevoli, a recitare il controcanto scontato, l’intervista lamentosa, l’immancabile nota stonata, la cultura mortificata. Facciamo parlare un rompicoglioni, che montiamo una pagina critica, l’alito un po’stantio, il vecchio, il saggio, l’eterno fujetevenne. Il rito stanco perfino della critica. La voce nera che viene macerata e merdizzata, anche lei, insieme a tutte le altre, come un vibrione innocuo. L’intestino attivissimo di questa città digerisce tutto. I dolci e le pietre, senza nemmeno una gastrite.

Siamo tutti attori della stessa commedia. Anche lei, maestro.

Ma che parlamm’a fa?

Me ne vado, mi cancello, e poi torno con la coda tra le gambe

Può sembrare esagerato ma a me i social network hanno fatto venire un mezzo esaurimento nervoso. E pure a voi, anche se non lo sapete.

Ci sono entrato con entusiasmo. Aprire la finestra e dare una occhiata ad amici lontani, parenti perduti e ritrovati, conoscenti che si palesavano e prendevano forma, sconosciuti che, lentamente, ti entravano nella vita, simpatie improvvise, inattese. Condivisioni di passioni, di gioco, serate a dire cazzate innocue, o goliardiche, chiacchierare restando fermi.

Poi è successo qualcosa.

Sarà stata la folla allargata, la massa indistinta che è arrivata, ma è nato uno stream informe, un flusso continuo di parole. Un concetto e il suo contrario, maree di rancore che si alzano e si abbassano e arrivano a tradimento addosso, lasciandoti per lo più compresso tra la voglia di replicare e una noia mortale.

Cose del passato, magari una sera che pensavi al futuro.

Prolissità, mediocrità, medietà.

La politica, la cultura, la visione del mondo.

I complotti, la Casta, le pensioni di Giuliano Amato.

Ognuno che dice la sua e tu costretto a leggere. E’ come se si fossero aperte troppe porte, e fosse arrivata troppa gente, e il rumore di fondo dell’umanità, che a volte è piacevole, fosse diventato assordante.

E’ come se il brusìo leggero che arriva dalla finestra aperta, e ti fa compagnia come una brezza, fosse diventato il caos di una folla che urla ventiquattro ore su ventiquattro.

Un allarme sempre acceso.

Un sottotitolo infinito, per lo più di cazzate, che, poco a poco, ha seccato le pareti della mia immaginazione, mi ha sgonfiato le illusioni sulla gente, mi ha prodotto un continuo mal di testa e un senso costante di rabbia verso gli altri.

Oggi sento il bisogno di tornare a prima.

A quando potevo tenere la tristezza degli altri fuori, e magari lasciare ad una serata la capacità di abbracciarmi lentamente, dimenticando il mondo, che a volte se ne ha bisogno.

A quando sapevo di avere, come tutti, qualche detrattore livido per invidie o rancori personali ma potevo ignorarlo perchè lui stava lì, e io stavo qui, ed ero protetto da qualunque schizzo.

A quando, conoscendo qualcuno di persona, avevo voglia di scoprirne piano i lati più veri della sua vita, non come adesso che magari so già dove ha fatto la spesa il giorno prima, e quando compie gli anni (e che torta ha mangiato domenica scorsa).

A quando gli amici erano davvero pochi, ed erano buoni amici, erano amici a cui potevo dire le cose più mie, e i conoscenti erano tanti, ed erano innocui, li sapevo “di faccia”; a quando la confidenza era una conquista lenta, mica un diritto.

A quando sceglievo io con chi discutere di cosa, e con chi invece scambiare solo parole di circostanze perchè non valeva la pena.

E poi c’è il tuo anziano fruttivendolo che ti chiede l’amicizia, e tu lo tieni lì sospeso.

“Perchè non accetti la mia amicizia su facebook?”.

“Ah, mi hai chiesto l’amicizia? Non me ne ero accorto, sai, ci vado poco ultimamente”.

E dopo che l’hai accettata, con lui che commenta solo in maiuscolo perchè non ci vede bene, poi gli devi pure rispondere.

“Non rispondi mai ai miei commenti. Ma poi perché ti lamenti sempre? Non ti facevo così pessimista”.

Poi, ovviamente, lo dice a tuo padre. “Ma vostro figlio sta sempre così pessimista, che succede?” E tuo padre, sbigottito, che ti rimprovera che sei sempre pessimista, “ma che ti succede?”.

Niente, non mi succede niente.

Perchè devo spiegare il mio pessimismo al mio vecchio fruttivendolo, e poi a mio padre che parla col fruttivendolo del mio pessimismo?

Siete voi il mio pessimismo!

Lo so, lo so, che i social hanno strumenti di gestione, e che possono essere usati senza farti usare.  Lo so che puoi ignorare, bannare, cancellare, uscire, camminare, spegnere, e poi tornare, che puoi selezionare, che puoi usare poco, che puoi chiudere e poi accendere quando ti pare.

Ma è un potere solo apparente. Come quando hai in mano il telecomando e pensi di gestire tu il televisore perchè poi cambi canale, o chiudi.

In realtà i canali quelli sono, e la tv non la spegni perchè c’è un risucchio ipnotico, un condizionamento psicologico, che ci tiene tutti lì a fare le stesse cose nello stesso momento.

Lo so, lo so, è un lamento ridicolo. Oltretutto sono qui a lamentarmi di qui.  Nessuno mi obbliga, nessuno mi costringe. Posso non esserci, posso andare via, posso cancellarmi, posso selezionare i contenuti, posso stare zitto, posso parlare, posso fare quello che mi pare.

Me ne posso pure andare, se non mi sta bene.

E quasi quasi, così faccio. Che poi lo dicono tutti, ad un certo punto. Me ne vado, mi cancello, e poi tornano con la coda tra le gambe.

Io, però, questo flusso perpetuo di umanità non lo tollero quasi più.

Forse torno ai miei anni Novanta. Quando la vita, là fuori, mi sembrava bella perché stavo leggendo un libro bello. Quando le persone con cui parlare me le sceglievo una per una. Quando un’emozione durava, e al fruttivendolo bastava sorridere mentre mi fotteva cento grammi sulla bilancia truccata (TI HO SEMPRE SGAMATO, CRETINO).

(comunque se mi dovessi cancellare veramente ho skype sempre acceso, il mio contatto è antomenna; la mia mail è antoniomenna@gmail.com; se mi scrivete vi do pure il cellulare; e poi ho questo blog; insomma, vabbè, ci siamo capiti).

Una minuscola pietra nel fango

grammaticaebookSei giorni fa è uscito il mio nuovo libro. Ne ho parlato nel post precedente e non ho molto da aggiungere. Ci sono tre personaggi, molte cose che vedo, quello che sento, ma nulla di tutto questo è più mio.

Quella storia, ormai, è di chi vuole leggerla. Il libro è lì. Io vado per la mia strada, che è già un’altra.

Ma non è di questo che voglio parlare qui. Scrivo per un altro libro, che non è il mio, anche se ci ho messo le mani. E’ un libro nostro.

E’ il libro di Maria Franco, innanzitutto, che mi è parsa amareggiata sul suo blog, e voglio che lavi via la tristezza, perchè lei non se la può permettere.

Io l’ho vista all’opera, in una aula sgarrupata, con il mare nella finestra, sull’isola di Nisida, un carcere minorile. C’era una quindicina di ragazzi molto aggressivi e molto furbi e molto violenti e molto agitati. Uno di questi aveva una pistola tatuata sull’avambraccio e ogni tanto se l’accarezzava. Un altro non parlava mai, e non abbassava gli occhi. Ti fissava annoiato come un leone. Un altro si muoveva molto, e dava al banco e ai muri i pugni che avrebbe voluto dare in faccia a Maria, o alla guardia, o a me.

Perchè una mattina sono entrato anche io -controvoglia e inadeguato – in quella classe, dove Maria insegna da anni a questi detenuti minorenni, che passano qualche ora e rimescolare pensieri, lessico, a tentare di far sparare una penna bic blu, a mangiarne il tappo, e ogni tanto, nella brodaglia irrimediabile, fanno salire a galla una perla, una luce, quella che, in fondo, si cerca.

Una minuscola pietra nel fango.

Ci sono entrato anche io, come ci sono entrati altri otto amici che hanno il vizio di inventare storie. Maria ci ha coinvolto in un progetto di scrittura. Improbabili lezioni, con noi (o almeno io) muti, e attoniti, e lei implacabile. Parlare di libri, e di scrittura, e di narrazioni, e di linguaggi, a una decina di rapinatori o spacciatori o trafficanti quindicenni napoletani.

Provateci.

Alla fine del ciclo di incontri, la stesura finale di un racconto curato dall’autore ma intercalato da frammenti di scrittura dei ragazzi. Racconti (nove) che sono diventati un libro. Nostro, e di Maria innanzitutto. E dei giovanissimi detenuti.

Si chiama “La grammatica di Nisida”. E diciamolo subito: l’incasso va a finanziare per intero le attività culturali nell’Istituto.

Lo si può comprare, dunque, per il valore dei racconti e degli scrittori (c’è gente seria: Viola Ardone, Luigi Romolo Carrino, Daniela de Crescenzo, Maurizio de Giovanni, Alessandro Gallo, Tjuna Notarbartolo, Anna Petrazzuolo, Patrizia Rinaldi) ma anche per dare un contributo economico ad un progetto serio.

Solo che l’acquisto scarseggia, e Maria (e io con lei) ne è amareggiata. Il libro è comprabile via internet, in formato e.book (per chi ha un tablet o un reader) o in formato pdf (per leggerlo semplicemente al pc). Costa poco (circa 6 euro). Si scarica con facilità (basta andare sul sito dell’editore: www.caraco.it) ma pare abbia venduto un numero di copie ridicolo, che rende quasi vano lo sforzo.

Mi ha sorpreso molto saperlo. Ero convinto che l’esiguità del costo, la semplicità dell’acquisto, la qualità del libro e, soprattutto, il valore solidale dell’iniziativa, avrebbero avuto presa.

Mi soprende sempre questa Napoli che ama dipingersi generosa, di cuore, aperta, carnale, solidale, che guarda con disprezzo chi la critica, che invoca le proposte in luogo delle chiacchiere, che se segnali un problemi, ti risponde piccata, e poi quando è il momento, gira la testa dall’altra parte, finge di non sapere, di non capire, finge di non leggere.

Dove sono i filosofi del fare?

Dove sono i savonarola d’accatto?

Saranno lì a lucidare la collezione di figure retoriche. Troppo immersi nella cartolina per vedere che forse potrebbero compiere un piccolo gesto.

Un piccolo gesto anonimo, di quelli dove non compari, dove non ci sono medagliette da appendere al collo.

Un piccolo gesto essenziale, utile e di verità, che costa meno di sei euro, con cui comprare, magari, una scatola di quaderni, o una decine di penne bic da masticare sul tappo negli inverni di Nisida, quando Maria Franco chiederà ancora una volta a quei ragazzi di scrivere un pensiero, un ricordo, una scena.

Perchè che lo compriate o no, questo libro, (e spero ancora che lo facciano in molti) alla fine la certezza è che nel mar mediterraneo della nullafacenza delle anime belle di questa città, Maria Franco, soldi o non soldi, vendite o non vendite, continuerà a lavorare.

Amareggiata ma indomita.

Lasciare o restare? Magari fosse una scelta.

ImmagineSono molti anni che mastico, a bocca amara, la questione del rapporto con le radici. Il legame con il proprio luogo. La rete di affetti. Il desiderio di camminare sulle strade dove sono si è stati bambini, di veder crescere gli amici di infanzia, di battersi per il proprio quartiere, o di sostenere la vecchiaia dei propri genitori.

Vivere nella casa dove ha vissuto tuo padre, e prima ancora tuo nonno.

Prendere l’ombra della grande quercia.

Sento questo tema in prima persona perchè dentro di me è irrisolto. Combatto continuamente tra due tensioni opposte (andare, restare), e non ho mai saputo scegliere (alla fine, scegliendo).

Sia chiaro: non mi unisco all’eterna, e stucchevole, guerra tra chi va e chi rimane. A Napoli, in questo senso, c’è una sfida storica, e ridicola, alimentata da una certa pubblicistica improvvisata.

Chi resta si sente eroe in trincea e accusa chi se ne va di diserzione. Chi se ne va, al contrario, si sente uno buono, con la marcia in più, e accusa chi resta di essere bamboccione, o mediocre.

Io rifiuto questo teatro. Tutte le scelte hanno pari dignità. Ciascuno ha il sacrosanto diritto di andarsi a vivere la vita dove gli pare. Vuoi andare, vai. Vuoi restare, resta. Sono scelte individuali.

Tutto questo , però, vale finchè c’è lo spazio, appunto, per una scelta.

Negli ultimi quindici anni la sceltà non c’è stata quasi più. Andare è un obbligo. Tutto passa per il lavoro, e per la realizzazione di sé. La gente lascia il Sud, parte, anche a malincuore, per lavorare.

Soprattutto a malincuore. Non lo sceglie. Deve farlo.

Dal 1995 al 2008 hanno lasciato il Meridione per il Centro-Nord circa 2 milioni di persone. Di questi, un milione di età compresa tra i venti e i trentanove anni.

Altre 120mila persone lasciano ogni anno l’Italia per l’estero. Il 60 % proviene sempre dal Sud.

In sostanza, ci stiamo svuotando, come Paese, e come Meridione, delle migliori energie.

Alleviamo, facciamo studiare, i nostri giovani, e poi li regaliamo. Li facciamo giocare in un’altra squadra.

Altrove trovano opportunità che qui non hanno. Chance. Riconoscimento.

Il dramma non è solo il loro, che trovano la via, e magari vivono con l’occhio umido della nostalgia, con la fatica di recidere i legami, ma se ne fanno una ragione. Il dramma maggiore è del territorio. Senza le forze migliori, e senza gli strumenti a chi resta, c’è un irrimediabile impoverimento.

Non solo di denaro ma di energie.

È una Spoon River. Non c’è una famiglia che non abbia un figlio o un nipote lontano. Non c’è una famiglia che non pianga questo piccolo lutto. Io credo che questa sia una grande questione sociale del nostro tempo. Come si risolve? Non ho, ovviamente, soluzioni facili, se non quelle che possono nascere dall’analisi sociale, dall’interrogarsi, dall’indagare cause e tirare, quindi fuori, le risposte.

Credo che molto parta dal lavoro, e dallo sviluppo, e dalle opportunità, intersecando il tema del merito, dell’investimento sui giovani. C’è da rovesciare un modello sociale. Il cambiamento non è cosa da salotti, o da iniziative estemporanee, come siamo abituati a fare sull’onda di qualche evento di cronaca.

Non servono le risposte emotive, ci vuole un progetto. Va attivato un meccanismo profondo.

In “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli”, con un passo leggero, una piccola narrazione, di una piccola storia paradossale e provocatoria, ho provato a mettere in fila i fattori che bloccano i giovani talenti del Sud: mancato accesso al credito, burocrazia, condizionamenti ambientali, corruzione, camorra.

Si è aperto un dibattito ampio, interessante. Spero che sia servito a dare qualche chiave. Il racconto dei problemi, per chi sa leggerlo, contiene anche le soluzioni, e credo che questo sia il principale contributo che un libro, un lavoro culturale, un giornalista, uno scrittore, possano dare al proprio territorio.

Da martedì 19 marzo sarà in tutte le librerie una mia nuova storia.

Si intitolerà “Tre terroni a zonzo – Lasciare Napoli o restare?”.

Parlerò sempre dei giovani del sud, ma da un’altra angolazione, quella, appunto, della migrazione.

Andare o restare?

Viene pubblicato anche questa volta da Sperling & Kupfer. é un’ideale continuazione del primo libro. Ci sono la stessa ambientazione, lo stesso stile, una lingua semplice, una tonalità lieve per tentare, però, di indagare una questione complessa. I protagonisti, questa volta, sono tre: Ilaria, Michele, e Diego Armando. Si laureano brillantemente, nei tempi giusti, e col massimo dei voti. Ma la sera della festa sale l’ombra della domanda terribile: “e adesso? che si fa?”.

Ilaria e Michele non hanno dubbi. Se ne vanno da Napoli “Qui si muore”, dice Ilaria, “non c’è futuro”. Lei va a Milano, Michele a Londra. Lì trovano lavoro, ma non solo. Diego Armando, forse anche per il nome che porta, vuole restare. Vuole restare a Napoli. Per lui, il cammino sarà più duro. Il libro racconta le storie parallele dei tre, nei primi due anni dopo la laurea. E’ una storia di emozioni, di vita quotidiana. Una narrazione. Ma traccia anche una mappa. Ha una conclusione che apre alla speranza, e dice, in fondo, che la strada per restare c’è.

Ci può essere.

Spero che questo libro, come il precedente, sia accolto con benevolenza e attenzione.

E che possa essere un contributo utile per aprire uno squarcio su una grande questione sociale, e trovare insieme la via per affrontarla.

Due o tre cose da dire

Cinquantamila lettori in tre giorni. Diecimila condivisioni. Trecento commenti. Tremila like sul sito di Fanpage.

Direi che il post “I napoletani non devono viaggiare“, pubblicato sul mio blog tre giorni fa, sia andato a bersaglio.

La stragrande maggioranza di quelli che lo hanno letto hanno capito il senso di quel testo. L’ottanta per cento dei commenti sono stati di identificazione, di sostegno, di conferma.

Questo è confortante.

Dimostra che c’è una larga platea, a Napoli e non solo, stanca del degrado, dei disservizi, dell’arretratezza, dei problemi che allontanano la nostra città dagli standard minimi europei.

Poi ci sono anche le critiche. Non sono state tante, rispetto ai consensi, ma sono significative.

Poichè a me interessa più il senso critico che le cose positive, perchè credo che nella critica e non dalla carezza, si formino consapevolezza e cambiamento, voglio, anche nel caso del mio post, analizzare le critiche, più che gli ampi numeri dell’apprezzamento.

 Che cosa ho trovato nei commenti critici al mio post?

Intanto, un po’ di approssimazione. Alcuni hanno letto solo il titolo, altri nemmeno quello. E hanno commentato. Lo hanno fatto sulla base di altri commenti o di quello che avevano solo intuito.

Questo segnala un grosso problema rispetto al web, e ai dibattiti sulla rete. Il campo si è allargato molto ma l’attenzione si è ristretta. C’è molta superficialità. C’è molta manipolazione. Lo strumento della rete è straordinario per larghezza e apertura. Ma è anche preoccupante per approssimazione e falle.

Bisognerà, dopo la sbornia positiva di questi anni, fare una riflessione critica anche sul web e su questa girandola di anonimi, di manipolatori, di mestatori, di lettori superficiali.

Nella maggior parte delle critiche, però, ho trovato argomentazioni interessanti.

 Un’accusa mossa al mio post è quella dell’ovvietà. “Non si possono paragonare Napoli e Stoccolma”. “C’è troppa differenza di densità, clima, storia, popolazione; è un paragone banale”. “Ha scoperto l’acqua calda, che cosa dice di nuovo?”.

Questa critica mi meraviglia. Il mio è un post semplice, si capisce. Non è un saggio di sociologia, non è un trattato, non è neppure un articolo. E’ una pagina di diario. Un pensiero. Fai un viaggio all’estero, torni, e hai alcune sensazioni. Capita a tutti, però. Alzi la mano chi, tornando da un viaggio, non ha fatto un paragone – nel bene e nel male – tra i luoghi visitati e la propria città.

Anche la scelta di Stoccolma non è “teorica”, è “empirica”. Sono stato lì. La prossima volta, tornando da Madrid o da Istanbul o da Avellino o da Capri, farò un altro tipo di confronto.

 Altra osservazione frequente: “Napoli è una città bellissima. Unica al mondo”.

E quindi? Chi dice il contrario? Chi ha mai detto che non è bella? La bellezza, che peraltro non è merito di nessuno, è oggettiva. Ma basta la bellezza a giustificare, o coprire, il degrado (che invece ha molti colpevoli)?

Basta la bellezza a dire che tutto va bene, che non ci sono problemi?

Per me, no. Anzi, dalla bellezza di Napoli, vedendo come viene trattata, sale una rabbia ancora maggiore. Se fosse brutta, pazienza. Il problema è proprio, invece, che Napoli è una città bella ma ferita e deturpata.

Ma questo non si può dire.

Il mito della bellezza come consolazione di tutti i mali è ancora vivo, evidentemente.

Ancora: “Napoli è allegra, vitale. La gente è di cuore, se stai male si fermano tutti ad aiutarti. A Stoccolma la gente si suicida”

Questo è un ulteriore tassello dell’autoconsolazione. Abbiamo gente di cuore, simpatica, che trasforma tutto in allegria, e questo, insieme alla bellezza dei luoghi, dovrebbe farci chiudere gli occhi sul degrado.

E’ una logica che mi sfugge.

La bellezza di Napoli, e il calore della sua gente, sono dati oggettivi e incontestabili. Per molti il calore popolare è un motivo per amare Napoli. Lo capisco.

Ma possiamo chiudere qui il discorso sulla città? Io credo di no.

Poi: “I problemi di Napoli ci sono ovunque. Solo che di quelli di Napoli si parla, mentre della altre città no. La criminalità c’è anche a Barcellona, l’emergenza rifiuti anche altrove, i disservizi pure”.

Qui siamo, davvero, alla negazione della realtà. Un lettore è arrivato a dire che lui è stato ad Alessandria, e ha trovato lo stesso degrado di Napoli. Mi sembra incredibile.

Abbiamo i morti ammazzati per strada o negli asili, la droga shop in alcuni quartieri alla luce del sole, la camorra che corrode la vita sociale ed economica, interi quartieri nell’abbandono, l’illegalità diffusa, abusivismi di ogni genere, il mare inquinato, i monumenti sfregiati, le chiese abbandonate, i trasporti inesistenti, le strade sporche e sconnesse, la differenziata al 20%, nemmeno un impianto di compostaggio, la disoccupazione giovanile al 50 %, i viaggi della monnezza in Olanda con una emergenza che può riesplodere da un momento all’altro, e diciamo che tutto il mondo è paese, che i problemi ci sono ovunque, che Napoli è come Alessandria.

Mi sembra che la negazione della realtà sia una vera patologia. Capisco il bisogno di sopravvivere, di non vedere. Ma chiamare questa miopia, “amore per Napoli” è ridicolo.

Chi nega i problemi è il principale responsabile della loro esistenza. Se non ne prendiamo coscienza, non cominceremo nemmeno a lottare.

Sempre su questa scia non sono mancati – anche se molto rari, per fortuna – i soliti insulti: “Sputi nel piatto dove mangi. Napoli non ha bisogno di detrattori. Sei razzista! Chi parla male di Napoli è un nemico della città. Togliti dalle palle, vattene a Stoccolma, non abbiamo bisogno di detrattori e nemici”.

Ecco, qui ci avviciniamo a un tema interessante.

A Napoli se parli di un problema, sei tu il problema. Mi è già capitato con il post e il libro sullo “Steve Jobs napoletano”.

Se sollevi una questione, sei tu la questione.

Scampia, ad esempio, deve liberarsi di Saviano, non della camorra. Perchè non è la camorra che umilia Scampia. E’ chi la racconta.

Questo desiderio di non vedere, di consolarsi con il proprio mito, quello della bellezza, del cibo, della musica, della tradizione, chiudendo gli occhi sulla realtà, arriva a identificare come nemico chi apre gli occhi e chiede a tutti di aprirli. Parlare delle cose che non funzionano è sputare nel piatto? Sollevare il velo sui problemi è buttare fango?

A me sembra che in questo pensiero ci siano molte delle cause del degrado in cui viviamo. “Chi ama Napoli, ne parla bene. Chi parla dei problemi, non ama Napoli”.

Io penso esattamente il contrario. Chi nega i problemi, ne è causa.

Infine: “Basta parlare delle cose negative. Parlate delle cose positive. Fate qualcosa invece di lamentarvi solo. Rimboccatevi le maniche. Parlate di quello che funziona”.

Questa è una critica più “politicizzata”.

A Napoli, anche se molti non se ne sono accorti, è in corso una rivoluzione. C’è un sindaco che ritiene di stare operando una trasformazione radicale della città. Un cambiamento epocale. Il sindaco, che l’Espresso ha ritratto come il pazzariello di Totò, si intesta i risultati positivi e scarica quelli negativi sul Governo e sui sindaci precedenti.

Insomma, i meriti sono sempre i suoi e i demeriti sempre degli altri.

Con lui c’è una schiera, non molto numerosa, ma molto attiva sul web, di azzannatori che quando qualcuno avanza una critica, interviene e dice, più o meno, che bisogna smettere di lagnarsi, che bisogna fare, che bisogna parlare delle cose positive, che il cambiamento c’è e chi non lo vede è in malafede, che l’ottimismo risolve i problemi mentre il disfattismo li acuisce, anzi li crea.

Conseguenza di tutto ciò è che quando intellettuali del calibro di Roberto De Simone tracciano un quadro critico e dolente sulle condizioni attuali di Napoli, si alza la contraerea e bombarda di accuse personali il soggetto, arrivando a chiedergli “che cosa fai tu per Napoli? Rimboccati le maniche”.

E’ chiaramente una tecnica, una cortina fumogena che viene alzata per coprire il deprimente stato delle cose e l’assoluto immobilismo di una classe politica che, per anni, ha criticato il potere in città e, oggi che lo gestisce con inconcludenza, ha lo stesso atteggiamento censorio verso le voci di dissenso, verso chi critica.

Il potere, si sa, vuole zittire la critica, perchè svela le contraddizioni, le promesse mancate, le ambiguità, i sospesi.

E lo fa con tutte le armi a sua disposizione. La denigrazione personale, innanzitutto. Quel fascismo sottoculturale per cui, se non sei con me, sei contro di me; se critichi sempre, sei un disfattista; se sollevi un problema, appunto, sei tu il problema.

Personalmente, sono per la verità.


Amo questa città.

Chiudere la bocca e levarsi dalle palle i critici è, in fondo, la tentazione di tutti i poteri, ed è il meccanismo stesso della conservazione.

Lo volevano i laurini del sacco di Napoli, che usavano esattamente gli stessi argomenti dei “rivoluzionari” di oggi (volete male a Napoli, i panni sporchi si lavano in famiglia); lo volevano i democristiani degli anni Ottanta, in modo più felpato, e lo vogliono anche i nuovi potenti.

Sono varianti della stessa necessità di negare la realtà, di chiudere gli spazi critici, di coltivare il pensiero unico, di autoconsolarsi con i miti della storia, della bellezza, della simpatia, e rappresentare così una realtà edulcorata, finta, per costruire l’ennesimo inganno sedativo.

Io considero il senso critico, invece, come unico, vero esercizio intellettuale. Il cambiamento nasce sempre dalla critica. Chi racconta i problemi aiuta il cambiamento. Chi li nega, alimenta l’immobilismo.

Io confido nella rabbia e nella conoscenza.

I napoletani non devono viaggiare

Ho fatto un errore madornale. Uno sbaglio che un napoletano non dovrebbe mai fare. Sono andato all’estero per tre giorni, e poi sono tornato.

L’errore, in realtà, è ancora più grave. Non sono andato ad “un estero qualunque”. Ho fatto tre ore di aereo e sono sbarcato a Stoccolma.

Ho visto una città civile e sono ancora sotto shock.

Lì non buttano i televisori guasti per strada. Non ci sono materassi dismessi sui marciapiedi. Non ho visto lavatrici arrugginite lungo gli assi stradali. Non c’erano cartacce, cicche, cartoni, supersantos negli alberi. Non c’erano banchetti di sigarette, dvd falsi, mercanzia varia. Non c’era merce esposta per strada che ti costringe a camminare tra le auto. Non c’erano auto parcheggiate sui marciapiedi.

Non ho visto un solo vigile urbano. Non ce n’era bisogno. Ho visto le piste ciclabili. Quelle vere, non quelle disegnate.

Ad un certo punto dovevo prendere un autobus. Sono andato al capolinea, ho visto un piccolo edificio illuminato, avevo bisogno di una informazione e sono entrato. Ci sarà qualcuno che mi spiegherà. Entro e trovo un tabellone luminoso. Numeri, orari, linee. Poi panchine, poltrone, reception e biglietterie. Trovo la mia notizia, chiara, in inglese, su un tabellone e faccio per uscire. Io, che quando a Roma o a Napoli vedo una pensilina, mi emoziono, ero convinto che assunta l’informazione, dovessi andarmi a trovare il mio pullman all’esterno.

No.

Quell’edificio era la stazione degli autobus. Aveva i gate per ogni pullman, per ogni linea. Poltrone al chiuso, tabelloni e porte girevoli che si aprivano all’orario di partenza come fosse un aeroporto e ti portavano direttamente nel pullman.

Che, ovviamente, è partito in orario perfetto.

E dentro nemmeno una voce, un sussurro, un gridolino. Cinquanta persone sistemate, ognuna al suo posto, in silenzio.

Ho visto la gente stare insieme senza disturbare gli altri. Ho visto le persone dirsi le cose sussurrando, a bassa voce, senza sbracciarsi. Ho visto file ordinate e pazienti. Ho visto tutti i tassisti col Pos, e tutti i negozi chiederti di pagare con carta di credito, please. Ho visto un barista inseguirmi per darmi lo scontrino. Ho visto una città quasi del tutto autosufficiente dal punto di vista energetico, con fonti rinnovabili e alternative. Una città con i riscaldamenti sempre accesi, e alimentati quasi per intero dalla termodistruzione di 300mila tonnellate di rifiuti l’anno in centro, e niente tumori o comitati popolari con il teschio sugli striscioni, con biomasse e biogas usati anche per far viaggiare gli autobus.

Ho visto la città più ecologica al mondo. Non ho visto cassonetti, netturbini, discariche, isole ecologiche, depositi di ecoballe, e nemmeno orrende campane per la differenziata. Non c’è bisogno. Si raccoglie palazzo per palazzo. Differenziare conviene. Le imprese fanno a gara a comprare plastica, carta, vetro, e danno molti soldi ai condomini, che vendendo i materiali si pagano i costi di gestione.

Gli scarichi, per lo più, finiscono in enormi cisterne nel sottosuolo, dove vengono trattati e poi riutilizzati come energia per cucine a gas. Quelli depurati e limpidi alimentano il mare.

Ho visto pannelli solari su ogni palazzo, in una città senza sole, ed enormi vetrate senza tende, per raccogliere tutta la luce, e farne energia. Ho visto recuperare l’acqua piovana e fare irrigazione anche solo per le piante di finestra.

Ho visto ciascuno prendersi cura del suo tassello di interesse collettivo.

Ho visto una città rilassata, pacifica, organizzata, mite. Ho visto un altrove dove le cose diventano possibili.

Poi sono tornato in Italia. Prima a Roma, assediato dai filippini che mi volevano vendere un ombrello alla stazione Termini, dove l’autobus mi ha lasciato a duecento metri dal terminal, che ho fatto sotto la pioggia, scivolando sui sanpietrini sconnessi, schivando gli ambulanti, rischiando di finire sotto una macchina perchè sono sceso dal marciapiede dov’era parcheggiata un’altra macchina.

Poi, a notte quasi fonda, sono arrivato a Napoli. Ho preso un taxi. Ho tenuto gli occhi chiusi. Sono salito a casa.

Da quel momento non sono più uscito.

Non ho il coraggio.

Ho solo aperto la finestra, stamattina, e ho visto una donna chiedere, ad alta voce, alla signora del primo piano, che vende le sigarette di contrabbando col panaro dal balcone, tre pacchetti di “Mabboro” morbide. E lei rispondere, dalla cucina, senza nemmeno affacciarsi, che le “Mabboro” non stavano arrivando più, che ci stava la sfaccimma della finanza che stava rompendo ‘o cazzo al porto, ma roba di due, tre giorni, e tutto si sistemava.

Di più non ho voluto sapere.

Poi esce il cuore

Sta girando molto la foto di un barista spagnolo che blocca la polizia e dà rifugio, nel suo locale, a decine di manifestanti inseguiti dalle cariche.

Tempo fa ricostruendo una storia realmente accaduta, provai a raccontarla così.

Mi piace ripubblicarla qui, adesso.

 

 

 

 

La Garbatella di Alvaro

 

 

“me la racconti questa storia?”

“lascia stare”

“perché?”

“non è più il tempo”

“ma io vorrei sentirla”

“e io non la voglio raccontare”

“e se insisto?”

“lo sai che non mi va”

“lo so”

“e allora non insistere”

“ma ogni tanto torna nei discorsi di tutti; l’altra sera alla villetta se n’è uscito uno dicendo che Genova non è niente e che non puoi sapere che cos’è la rivolta se non sai quella storia”

“ma lo voi capì che è finito il tempo, che era un altro mondo?”

“come la fai lunga, non sono manco quarant’anni. Era l’altro ieri”

“un altro mondo”

“senti, io voglio questa storia perché voglio scrivere un racconto”

“che vuoi scrivere?”

“un racconto”

“sarebbe?”

“tu racconti la storia a me e io la scrivo”

“e poi?”

“e poi la regaliamo alla memoria”

“mi fai sorridere”

“non dovresti”

“ti devo prendere sul serio?”

“non puoi tenere quella storia per te”

“ma se ne è parlato tanto”

“ma nessuno c’è stato dentro, e tu sei quella storia”

“quella storia non sono io, quella storia è la Garbatella”

“e raccontiamola”

“mi fai sorridere”

“non dovresti”

“e se te la racconto, che fai? Prendi appunti?”

“registro la tua voce”

“addirittura?”

“sì”

“e perché?”

“perché la memoria deve avere una voce”

“e allora prendi il registratore e vieni alla finestra”

“sì?”

“sì”

“sono pronto”

“lo vedi laggiù quello slargo sotto la scalinata che va verso il ponticello della vecchia ferrovia?”

“quello sotto piazza Brin?”

“sì”

“lo vedo”

“è cominciata lì. Ventisette maggio millenovecentosettanta. Il primo fu Marchetto, il figlio del lattaio”

“il commercialista?”

“esatto. Oggi ha lo studio qui di fronte. Allora avrà avuto dieci anni. Giocava a pallone con il fratello Gigi e due amici, i gemelli Lorìa”

“i nipoti della sora Mariella”

“sì. Giocavano a tirare i rigori quando videro arrivare una trentina di poliziotti. Era un intero plotone della ps, celerini. Avevano il manganello, il casco, lo scudo. Si schierarono in assetto. Davanti a tutti, uno in giacca con la fascia tricolore e un megafono. Urlò ai ragazzini di andare via. Loro li guardarono un po’ stralunati. Ma che vonno? Dalla finestra del lotto 54 arrivò un urlo. Se la stanno a piglià coi regazziniiiiiiiii. Quella voce corse terrorizzata lungo tutta la discesa, fino all’albergo, entrò nelle case, dalle finestre, scosse persiane, proprio come il vento. In quel momento Marchetto fece una cosa incredibile”

“cosa?”

“prese una pietra, la sollevò e la lanciò contro i poliziotti, beccando il casco di uno. Un gesto inutile, se ci pensi. Ma forte. Un ragazzino di dieci anni, trenta poliziotti schierati e questo ti lancia la pietra. Poi si gira verso gli altri e dice: ’scappamoooooooooo’. ”

“e la polizia?”

“la polizia non se l’aspettava, non sapeva che fare. Si guardarono tra loro e tutti guardarono il funzionario. Che facciamo, carichiamo?”

“caricarono?”

“no. Ognuno di quei poliziotti aveva qualche bambino a casa. Non caricarono. Trenta poliziotti dietro a quattro bambini lungo una scalinata. No, non caricarono. Ma salirono lentamente verso la piazza”

“per andare dove?”

“per entrare alla Garbatella, piazza Brin era un punto strategico. Stavano caricando gli studenti a San Paolo. Si erano riuniti lì, come sai, per il vertice Nato. Erano i tempi di Mao, del Vietnam, della Cambogia, e di Potere Operaio. Gli studenti si erano radunati a San Paolo per marciare verso il palazzo dei congressi e bloccare il vertice degli americani. Figuriamoci”

“cosa?”

“velleità”

“sogni”

“cazzate”

“ideali”

“avevano tempo da perdere e il soldo in tasca. Ma gli piaceva sentirsi grandi. Quando la polizia li caricò salirono alla Garbatella, si sparsero terrorizzati nei viali, correvano che sembravano cavallette e dietro di loro nuvole di fumo, spari, fischi, rumore di tantissimi passi”

“fu allora che successe qualcosa”

“successe che si aprirono le case del quartiere. La sora Lucia, quella che è morta due anni fa sotto una macchina, mise una ventina di limoni a spicchi su un vassoio e scese per strada. Ne dava ai ragazzi e glieli faceva mordere per non sentire i lacrimogeni. Un altro gruppo di donne si sistemò all’inizio del lotto 54, dove c’era la Standa, e qui si apriva in blocco, come un portone, per far passare i ragazzi e poi si chiudeva. Da sotto, un plotone di ps osservava la scena e non sapeva se caricare o no quella ventina di tardone con grembiuli da massaie e fazzoletti annodati in testa. Anche in quel caso, la polizia lasciò stare. E le donne, intanto, sistemarono i ragazzi nelle case e sbarrarono i portoni”.

“la guerriglia, però, ci fu”

“certo”

“tu dov’eri?”

“al bar di piazza Biffi a giocare a carte”

“non sapevi degli scontri?”

“avevo sentito qualcosa. Scendendo di casa sentivo un megafono che gracchiava giù al parco Schuster. Anni dopo ho saputo che era un certo Scalzone. All’epoca urlava come un disperato e diceva a tutti di andare a San Paolo. Avevo visto questa colonna di studenti che si allungava e la polizia da lontano. Pensai che li avrebbero corcati a dovere e forse non mi dispiaceva nemmeno”

“poi?”

“poi è uscito il cuore della garbanza e ci siamo buttati in mezzo”

“riprendiamo dal lotto 54”

“lì la ps arretrò e si disperse nei vicoli. Si vedeva che erano disorientati, quasi cercavano la strada per tornare. Intanto, però, un plotone di polizia si diresse verso il cinema, dove stavano facendo un’assemblea e a piazza Bartolomeo Romano ci fu uno scontro che impressionò tutti quanti. Menavano come i pazzi e gli studenti piangevano e scappavano da tutte le parti. Quelli li bloccavano e li massacravano di manganellate. Poi li lasciavano a terra nel sangue. Penso che fu lì che la Garbatella decise che non sarebbe rimasta a guardare. In cinque minuti non si capì più nulla. Gli studenti scappavano, la polizia li inseguiva e la gente del quartiere inseguiva la polizia. Alla fine non si capiva più chi caricava chi e pure gli studenti presero coraggio. Un gruppo di poliziotti si trovò imbucato al lotto 25 e qui, dai finestroni, cominciarono a volare vasi, insalatiere, pentole, mattarelli, secchi e secchiate d’acqua, sedie, qualcuno scese nel giardino e sciolse i cani. La signora Mattace, la mamma di Gianluca, scese addirittura per strada con la scopa e cominciò a menare col manico un povero poliziotto che non sapeva che fare”.

“una rivolta popolare?”

“core de mamma”

“il popolo”

“gente che difendeva ragazzi che potevano avere l’età dei loro figli, gente che vedeva il sangue e non ci stava. Intanto nei vicoli s’erano allungati, penso, un migliaio di poliziotti”

“e tu dov’eri?”

“io ero sull’uscio del bar, a guardare”

“non ti buttasti nella mischia?”

“no”

“perché?”

“perché avrei dovuto?”

“lo stavano facendo tutti”

“più le donne, noi uomini stavamo fermi”

“perché?”

“se ci fossimo mossi noi sarebbe successa la guerra. La polizia si trattiene se ci stanno di mezzo donne di casa, mamme di famiglia”

“intanto la battaglia era scoppiata”

“ormai si sentivano botti e si alzava il fumo da ogni parte.Via delle Sette Chiese era tutto un lampo. Si sentivano botti fino a via Benzoni. Via Caffaro e via Magnaghi erano due piste da corsa: gente che scappava, oggetti che volavano”

“paese sera parlò di guerriglia e di selvaggia caccia allo studente”

“io avrei parlato di selvaggia caccia alla divisa. Le botte le presero più loro”

“ma a un certo punto la situazione cambiò”

“sì, successe una cosa che non doveva succedere”

“cioè?”

“la polizia dava la caccia agli studenti, le donne aiutavano i ragazzi e alla fine tutti si fermavano, nessuno insisteva. Questa cosa durò un paio d’ore in tutti i lotti tra piazza Masdea, la scuola dei bimbi e piazza Sauli. Solo che a un certo punto, tra gli alberghi e il 27, partì una bottiglia molotov e centrò una camionetta dei carabinieri che risaliva via da Cesinale; la camionetta andò a fuoco. I carabinieri uscirono giusto in tempo, videro la morte in faccia, la peggio morte. Fu così che caricarono le donne”

“addirittura?”

“sì”

“e quindi?”

“intervennero gli uomini”

“capisco”

“già”

“dove?”

“verso la villetta. Una cosa leggera, solo per difendere le donne ma quelli videro arrivare una ventina di maschi incazzatissimi. E successe davvero la guerra. Cominciarono a sparare lacrimogeni che finivano sui tabelloni elettorali dove c’erano i manifesti delle prime regionali. Si alzava il fumo e la gente piegava la testa e le ginocchia; arrivavano bastonate a sangue e si sentivano, nel buio e nel fumo, urla e gemiti”

“tu dov’eri?”

“sempre sull’uscio del bar a piazza Biffi”

“non facevi nulla?”

“non mi riguardava”

“ma pestavano tutti”

“ a me no”

“guardavi?”

“sì, guardavo. Vidi una carica dei carabinieri spingere un piccolo gruppo in un vicolo, un paio di loro ruzzolarono, altri si chiusero nelle case e sbarrarono le porta. Ma i carabinieri sfondarono alcuni usci e, non si capisce perché, fecero irruzione nelle abitazioni”

“lì ci fu la guerra?”

“botte da orbi; alla villetta picchiarono anche il fotografo di paese sera, Brucoli, che si beccò uno sbreco in faccia. Carletto mi raccontò che lui fu menato col calcio del fucile dietro la schiena. Poi la carica si fermò e i carabinieri arretrarono. Mentre andavano, tra via Lasagna e via Persico, videro una decina di studenti stremati stesi sul marciapiede. Si avventarono addosso a loro, questi ripresero a scappare e pensarono bene di correre nel bar”

“dove stavi tu?”

“sì, io e tre amici”

“chi erano?”

“Michelone, Silvano e Luciano”

“oggi nessuno di loro è vivo”

“eh, me lo devi ricordare per forza?”

“scusa. Che faceste?”

“ci spostammo e facemmo entrare gli studenti. Michelone li sistemò dietro al bancone e gli diede da bere. Noi tre ci rimettemmo sull’uscio. I carabinieri si fermarono a guardarci. Erano una quarantina, noi tre. Ma ci guardammo con rispetto. Noi non ci muovemmo e nemmeno loro. Secondo me siamo stati fermi così per almeno quindici minuti, a guardarci”

“a quel punto c’entravi pure tu”

“per forza”

“fu così che entrasti nella rivolta”

“nun ce volevo entrà”

“ma oggi tutti ti ricordano. Quando parlano della rivolta della Garbatella dicono la guerra di Alvaro”

“e si sbagliano, io me ne stavo per i cavoli miei”

“racconta”

“noi tre stavamo sulla porta e i carabinieri ci guardavano. A un certo punto arriva un funzionario con la fascia tricolore; si fa avanti e ci dice ‘toglietevi di mezzo, dobbiamo arrestare quei ragazzi’”

“e tu?”

“e io gli dissi che quei ragazzi si stavano rinfrescando il viso dopo tutte le botte prese. Lui rispose che uno di loro aveva lanciato la bottiglia incendiaria e doveva essere arrestato”

“e tu?”

“e io gli ridissi che quei ragazzi si stavano rinfrescando il viso. Il funzionario mi guardò e rimase in silenzio. Poi arrivò Peppone la guardia, il figlio di Ciccio. Peppone era un poliziotto ma era pure uno del quartiere. Stava in borghese e mi disse “ a sor arvà, meglio che ve togliete de mezzo, stateme a sentì, nun so’  fatti vostri. Lasciateglie prende sti ragazzi”. Io non gli risposi nemmeno. Nella folla si fece strada pure Paolo il ciancicone, il commissario della Garbatella. Ci conoscevamo, era stato un mio tifoso quando feci il titolo italiano dei massimi. Pure lui aveva tirato di pugilato, poi smise ed entrò in polizia. Ci stimavamo e lui mi venne vicino, mi appoggiò la mano sulla spalla e mi disse “Arvà tu sei un uomo serio, ci conosciamo da tanti anni; levati di mezzo, lascia stare. Lasciagli prendere questi ragazzi, e chiudiamo questa storia”.

“e tu?”

“ io gli dissi a ciancicò, nun se menano i prigionieri’. lui scosse la testa e girò le spalle”

“tu li conoscevi i ragazzi?”

“nemmeno uno”

“e perché li difendesti?”

“perché stavano alla Garbatella, stavano nel mio bar, l’avevano spezzati de botte, avevano vent’anni e perdevano sangue e piangevano e…”

“e…”

“e a un certo punto Silvano urlò  ‘mica stiamo ai tempi dei nazisti? ‘Amo fatto la resistenza, nun ce fanno paura quattro stronzi con la divisa’. Fu in quel momento che scoppiò la guerra di cui si parla”.

“la guerra di Alvaro”

“furono trenta, quaranta minuti; il funzionario ordinò la carica, questi si buttarono a testa bassa e cominciarono a menare. Io mi irrigidii sulla porta e li aspettai. Ne stesi cinque, con il montante destro”

“il tuo colpo”

“una botta secca sotto al mento, l’unico posto lasciato libero dal casco. Poi cominciai a menare di gomito e calci. Intanto Silvano e Luciano erano stesi, qualche carabiniere riuscì a entrare nel bar e pensava di avercela fatta. Ma non calcolò l’imprevisto”

“la gente”

“arrivarono almeno centocinquanta persone da tutto il quartiere. Maschi, vecchi, ragazzini, donne, mamme, zie, nonne, da tutti i vicoli, dai lotti di sopra, dalle strada dietro agli alberghi; e ognuno di loro aveva in mano un oggetto. Chi un vaso, chi un cucchiaio di legno, chi uno sgabello. Si buttarono urlando nella mischia e menarono tante di quelle botte sui carabinieri che a un certo punto cominciai a prendere quelli in divisa e li guidavo in strada, lanciandoli lontano per farli andare via, prima che li uccidessero. Nella confusione anche i ragazzi tentarono di scappare ma la gente della Garbatella li bloccò lì”

“perché?”

“perché dovevano consegnarsi”

“questa cosa non l’ho mai capita”

“te la spiego”

“sì”

“se uno di quei ragazzi aveva lanciato una bottiglia incendiaria sui carabinieri, rischiando di ammazzarli, doveva consegnarsi e prendersi la sua responsabilità. La gente del rione li ha difesi dalle botte, dal massacro, dalle ossa rotta e dal pestaggio. Ma poi si dovevano consegnare, se erano stati loro. Questo voleva la gente della Garbatella”

“mi piacerebbe parlare di questa gente”

“che c’è da dire?”

“valori antichi, profondi”

“gente semplice”

“e i ragazzi che fecero?”

“si guardarono intorno e capirono che era il caso di fare la cosa giusta”

“quindi?”

“si fece avanti un certo Guglielmo; i carabinieri si erano allontanati, io feci uscire i ragazzi dal retro e presi Guglielmo sotto braccio. Uscimmo sulla strada, le donne, i maschi, i bambini, le vecchie e i vecchi della Garbatella tornarono alle loro case e io andai, con Guglielmo sotto braccio, verso il commissariato. Trovai ciancicone sulla porta, gli diedi il ragazzo. ‘Mi raccomando’, dissi, ‘nun glie mettete le mani addosso’. Il commissario annuì, prese il ragazzo e se lo portò”

“e tu?”

“e io tornai al bar, passando nel vicolo più lungo del rione, tra gli ultimi fumi dei lacrimogeni, i vetri rotti, guardando da lontano una colonna di camionette che si allontanava e vedendo, dal lato opposto, file di gente che tornava a casa sua, arrampicandosi lungo i viali”

“i viali del quartiere”

“sì”

“la guerra di Alvaro era finita”

“fammi un favore ”

“sì”

“questo racconto non lo chiamare la guerra di Alvaro”

“e come lo devo chiamare?”

“fai tu”

“va bene, nonno”.

Radici sulle radici

Ho ancora quell’emozione liquida nelle ginocchia. Ed è così che voglio raccontare questa storia. Prima che il mio cervello si immerga nella sua rabbia cronica. Prima che la mia sfiducia assoluta nell’umanità, e nel futuro, tornino a mescolarmi i pensieri coi ricordi e col soffritto amaro di quello che non può più essere. Prima che scriva anche la terza frase sul prima, che alla quarta già questa storia potrebbe non esistere più.

Voglio farlo subito, voglio farlo così, perchè ci sono lampi improvvisi che se li fotografi poi è bello metterli su una parete.

Ma mi sto attardando, e se non faccio in fretta sfuma tutto, come l’olio nella padella.

Voglio raccontare la storia di un invito, di una presentazione, di una conoscenza bella, di sette ragazzi (ma forse erano di più, boh, settantasette). La storia di un lampo di speranza, che prima di finire questo pezzo, sarà già passata, ma per intanto voglio nutrirmene come quando mangi un piatto buono e sminuzzi l’ultimo boccone.

E’ successo questo.

Sono stato invitato ad un incontro. Una chiacchierata sul mio libro. E’ successo quasi cinquanta volte da gennaio. Ho fatto presentazioni ovunque, da Vicenza a Firenze, da Gabicce a Prato, da Catanzaro a Viterbo, da Brindisi a Cosenza, e praticamente in tutta la Campania. Ogni volta che mi chiamano resto sorpreso. Volete me? E perchè? La stessa reazione l’ho avuta quando mi hanno scritto dal Festival della letteratura mediterranea. Il nome mi metteva già soggezione. Una rapida ricerca sul web mi ha fatto crescere l’ansia. Decima edizione di un festival internazionale. C’erano stati, negli anni, scrittori italiani importanti come Carmine Abate, Antonio Pascale, Francesco Piccolo, Raffaele Nigro, e poeti del mediterraneo di grande ispirazione e prestigio di cui non faccio i nomi perchè figuriamoci chi conosce un poeta marocchino, di questi tempi.

Che c’entro io, quindi?

Ho provato timidamente a chiederlo ma mi hanno detto che c’entravo. Punto. Accetto. Punto. Tanto mancavano alcuni mesi, e poi si vede.

Venerdì arriva il momento di partire. Cerco di non coltivare mai aspettative. E’ una mia profilassi sentimentale. Sono cauto. Vado e mi trattengo il necessario. Magari riparto dopo l’incontro, oppure all’alba. Due ore da Napoli. Il posto è Lucera, in provincia di Foggia. Non so dove sia. Non so cosa sia. Sarà uno di quegli agglomerati informi di case e apatia che spuntano, a volte, nelle campagne desolate del sud.

Parto con questo spirito. Cioè assenza di spirito. Guida Simona, che sa quando è il momento di mettersi ai comandi, e lo fa con la solita morbidezza e decisione.

Le pale eoliche tra Lacedonia e Candela non aiutano. Sono manichini impiccati al vento, fa impressione vederne la base. Un monopiede nel gesso. Questa campagna, poi, tutta piatta, che sembra infinita, mi dà la sensazione terribile che non arriveremo mai; invecchierò così, in auto, nell’abitacolo di una utilitaria, su una pianura a cercare per tutta la vita un paese che non esiste.

Poi compare Foggia. Duecento condomini di balconi, vasi di fiori, ringhiere arrugginite, bar, auto in sosta. Niente altro. Da Foggia c’è una strada verso Lucera che si chiama, ovviamente, Via Lucera. Poi scoprirò che nel senso opposto si chiama Via Foggia. Arrivo alla base di una collinetta, salgo qualche tornante e mi trovo al centro di un borgo silenzioso e chiuso in una pietra bianca levigata e leggera. Un labirinto di lastroni, con palazzetti raccolti, pacifici, con un ordine irreale. Ci sono inusitati richiami letterari nelle insegne dei bar. C’è una frase di Kerouac sullo stipite di una enoteca. C’è una osteria intitolata ad un libro di Bruce Chatwin, Utz, che io ignoravo. C’è un bar Svevo, di cui parlerò. Che bello, intolato a Italo Svevo, mi sono detto. No, il richiamo è agli svevi, una delle culture che nei secoli hanno contaminato questi luoghi, senza conquistarli mai.

Trovo Lucera straordinaria. Come la sorpresa magica dall’uovo Kinder. Accolgo la sua luce (ecco) tirandola nei pori, come faccio con l’aria fresca della sera. Ho la presentazione alle sette, arrivo alle sei e mezza. Giusto in tempo per parcheggiare e guadagnare la piazza.

Piazza Oberdan.

Ci trovo duecento sedie. Vuote. Un riflettore. Due tavoli. Cinque persone. Vabbè, non verrà nessuno. Facciamoci un giro. Sono cinque minuti di solita vita, solita noia.

Ma solo cinque, perchè da quel momento tutto cambia.

Tutto, fino a che non finisco di scrivere questo post, naturalmente, che dopo si torna lì da dove si era partiti. Al nulla in scatola di questo tempo così.

Ma lì cambia. Mi si fanno incontro i ragazzi dell’associazione che hanno organizzato il festival. Sono molto giovani, sono sobri, hanno una bella luce negli occhi. Non so bene chi conosco per primo. Forse Modestina, che si occupa dell’accoglienza; forse Francesca, o Annalisa. Non ricordo. Andiamo al bar, conosco Nicola, poi arriva il presidente. Conosco giovani organizzatori a raffica, uno dietro l’altro. Sono colpito dai loro volti essenziali. Sono senza trucchi. Mi colpisce la loro giovane età, penso che siano i volontari, quelli che i direttori organizzativi di vecchi babbioni mettono a gestire l’aspetto pratico delle iniziative che poi, loro, si fregiano di vantare sui palchi e nelle interviste. E invece i ragazzi mi spiegano subito come stanno le cose. “Dopo nove edizioni del Festival, l’associazione ha rinnovato il suo Direttivo. I vecchi organizzatori hanno fatto un passo indietro. E’ nato un gruppo di sette giovani, con meno di trent’anni, che quest’anno organizza il festival direttamente. Un bell’impegno, perchè è la decima edizione”.

Resto colpito. Vecchi che fanno un passo indietro e lasciano le chiavi di casa ai ragazzi? In Italia?

Ci deve essere un trucco.

La mia presentazione, intanto, incombe. Arriva Pino Bruno. Sarà il moderatore della serata. Ci conosciamo in questa occasione. Poi scopro che è un giornalista con i controcoglioni al quadrato (scusate ma non trovo un’altra espressione). Lavora alla Rai di Bari, era praticante all’Ansa quando nel 1980 lo mandarono in Irpinia per il terremoto, poi si è fatto un po’ di guerre (ex Jugoslavia, Somalia) per il Tg1. Infine, è tornato alla sua terra. Amandola, però. Questo è un punto che scoprirò ora dopo ora per tutto il mio soggiorno. In lui e nella moglie Rossella – persone umili e gigantesche -, con cui è nata una vera amicizia ma anche nei ragazzi.

L’amore rabbioso per la loro terra.

La presentazione va alla grande. Lucera si sveglia un poco alla volta. Compaiono ombre dai vicoli, uomini e donne con braccia conserte, silenziosi si siedono. Volto lo sguardo e mi accorgo che la piazza è piena. Pino mi trascina in un portone. “Devo farti vedere una cosa”. Nel cuore di un palazzo c’è un giardino magico. Un melograno con i frutti, come un giardino di Pantelleria. E’ il cortile di un B & B. Incontro Antonio, un ragazzo. Proprietario e gestore. Anche lui è uno dei raggi di quel lampo che sto fotografando, scrivendo. Il B&B si chiama Le foglie di acanto, andateci. E’ meraviglioso. C’è un camino incantevole. E un pianoforte. Antonio mi racconta la storia di questa impresa. Una ristrutturazione timida, un’accoglienza semplice. “Le cose vanno abbastanza bene, non mi lamento. L’importante è sentirsi sereni col proprio lavoro”.

Sereni col proprio lavoro.

Mi sembra un concetto rivoluzionario.

Torniamo sulla piazza. Parliamo del libro per due ore. Nessuno si alza. Ascoltano, ridono. Saranno duecento. Non ci posso credere. Dopo firmo libri. Mi dicono che ne hanno venduto sessanta. Mi fanno i complimenti. Ma io vorrei farli a loro. Si può parlare di letteratura in un piccolo paese del sud alle dieci di sera di un venerdì, in piazza, con duecento persone che ascoltano?

Sì, evidentemente.

Dopo la presentazione, sempre all’aperto, in un’altra piazza del paese c’è uno spettacolo di musica e parole. E’ così per cinque giorni. Una poetessa siriana, uno scrittore francese, musicisti, attori: il palcoscenico naturale sono le strade del centro storico.

Questo è il festival.

Prima, durante il tragitto, grazie alla contagiosa energia di Pino Bruno, comincio a conoscere meglio questi ragazzi. Un viaggio nelle loro vite, che continua la mattina dopo, perchè intanto ho deciso di restare anche la mattina dopo, e anche il pomeriggio, e anche la sera, e una notte ancora, e anche la mattina dopo.

Perchè a Lucera c’è la luce. E questi sette ragazzi, che sono settantasette. Conosco Berenice, che scatta foto a raffica; e altri di cui non ricordo i nomi, ma benissimo i volti. Provo a capire che storie hanno. Resto colpito. Sono andati tutti via, ad un certo punto. Via dal paese, via dalla Puglia, via dal sud. Verso Roma, verso il Piemonte, verso l’estero. Si sono laureati. Chi in Ingegneria, chi all’Accademia, chi in Scienze gastronomiche, chi in Arti e Spettacolo. Solo che dopo la laurea, dopo qualche lavoro, hanno deciso di tornare. Me lo spiega bene Nicola, che poteva andare a Bruxelles: “sono tornato perchè qui mi sento al sicuro”. Oggi fa il vino con il nonno e il padre in un’azienda agricola, e vive al centro di Lucera con la fidanzata. Con loro lavora anche la sorella. Fanno un bel vino nero – non rosso – che beviamo con piacere tutte le sere. Conosco anche i genitori. “Abbiamo lasciato che fossero liberi di scegliere – dicono – oggi sono qui e siamo felicissimi”.

Sono tornati, ma hanno i piedi nella terra. Letteralmente. Hanno deciso di mettere radici sulle radici. Sanno che dovranno vivere con meno mezzi, meno soldi, rinunciando a qualcosa, togliendo alle famiglie l’ambizione del salto sociale. Tornano alla terra, quella del nonno. Sono agricoltori laureati. Consapevoli. Pronti a nutrirsi della loro storia, perchè sui tuoi luoghi ti senti al sicuro.

Non è mammismo. Anzi, sì. Ma per la madre terra.

Trovo la stessa storia in un altro ragazzo. Laureato a Roma, torna a Lucera e fa i dolci nella pasticceria di famiglia. Uno spumone eccezionale. Mangiatelo (Bar Svevo). E’ tornato anche lui. Non per viltà ma perchè in un mondo che ti fa ballare come una majorette triste sui suoi ritmi infernali, bisogna ritrovare un senso.

Questi sette ragazzi, anzi settantasette, sono tornati per lavorare con serenità. Amano la loro terra, e per questo fanno il festival. Senza scopo di lucro. Senza simboli di partito. Il loro impegno è “politico”, ma non vogliono nemmeno saperlo. Non hanno altra ambizione che lavorare con serenità.

Organizzano il festival con gli avarissimi contributi di qualche istituzione, e uno sponsor tecnico generoso (Edison Luce, in questo paese luminoso). Lo organizzano in modo straordinario, costruendo una rete tra loro. Ci fanno alloggiare nei B&B dei loro amici, che sono tornati, hanno messo a posto le vecchie dimore dei nonni e ci hanno fatto accoglienza turistica; ci fanno mangiare nelle osterie dei loro amici, che sono tornati, dopo aver studiato, e sperimentano cucina tipica e di innovazione; ci fanno bere il vino delle loro cantine, fatto con le loro mani come quello di Marika Maggi e Sergio Grasso, della cantina La Marchesa, che hanno rimesso in moto i poderi di famiglia e ci fanno una bottiglia di rosè buonissima e profumata chiamata Il Melograno. Queste sette ragazzi, che sono settantasette, ci portano a vedere il loro Paese, a sentire l’odore della loro terra. Li guardo pensando, invece, ad altri amici che sono andati via, che hanno fatto altre scelte, che rispetto profondamente, ma che si traducono in piccoli massacri personali, nel corpo, nell’anima, nello sradicamento, nel senso permanente di estraneità che si portano dietro, ad un certo punto, anche negli affetti, nell’essere.

Mi specchio, invece, nella speranza asciutta di chi è rimasto e per un attimo ne vengo contagiato. Forse si riparte da qui, da Lucera, da questa rete di ritornati alla terra. Forse si riparte proprio dalla terra, come sempre quando si cade in ginocchio.

Io, per un po’, l’ho fatto e ringrazio questi sette ragazzi, che sono settantasette raggi del lampo che ho provato a fotografare.