Tony Perduto nei misteri dei Quartieri

1418586172_Cover-Perduto-590x885Parte oggi una mia nuova, emozionante, avventura letteraria con uno degli editori italiani (per me) più belli. Considero una gran fortuna che le mie parole sia lavorate dalle mani magiche di Guanda.

Il 22 gennaio prossimo sarà pubblicato un mio romanzo giallo, forse, o noir, o investigativo, o tutt’e tre le cose insieme. Si intitola “Il mistero dell’orso marsicano ucciso come un boss ai Quartieri Spagnoli

Ve ne parlerò più avanti.

Oggi, invece, viene pubblicato (solo sul web) un mio racconto breve: ha al suo interno le stesse atmosfere del romanzo, e lo stesso protagonista, Tony Perduto. Lo trovate, se volete, sul sito del magazine Gq Italia. Dal 21 dicembre sarà, poi, in distribuzione gratuita, in e-book, su tutte la piattaforme. Un regalo di Natale che Guanda vuole fare ai suoi lettori, e soprattutto – diciamolo – a me.

Spero che vi vada di leggerlo e che vogliate condividere con me le vostre sensazioni.

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Lasciare o restare? Magari fosse una scelta.

ImmagineSono molti anni che mastico, a bocca amara, la questione del rapporto con le radici. Il legame con il proprio luogo. La rete di affetti. Il desiderio di camminare sulle strade dove sono si è stati bambini, di veder crescere gli amici di infanzia, di battersi per il proprio quartiere, o di sostenere la vecchiaia dei propri genitori.

Vivere nella casa dove ha vissuto tuo padre, e prima ancora tuo nonno.

Prendere l’ombra della grande quercia.

Sento questo tema in prima persona perchè dentro di me è irrisolto. Combatto continuamente tra due tensioni opposte (andare, restare), e non ho mai saputo scegliere (alla fine, scegliendo).

Sia chiaro: non mi unisco all’eterna, e stucchevole, guerra tra chi va e chi rimane. A Napoli, in questo senso, c’è una sfida storica, e ridicola, alimentata da una certa pubblicistica improvvisata.

Chi resta si sente eroe in trincea e accusa chi se ne va di diserzione. Chi se ne va, al contrario, si sente uno buono, con la marcia in più, e accusa chi resta di essere bamboccione, o mediocre.

Io rifiuto questo teatro. Tutte le scelte hanno pari dignità. Ciascuno ha il sacrosanto diritto di andarsi a vivere la vita dove gli pare. Vuoi andare, vai. Vuoi restare, resta. Sono scelte individuali.

Tutto questo , però, vale finchè c’è lo spazio, appunto, per una scelta.

Negli ultimi quindici anni la sceltà non c’è stata quasi più. Andare è un obbligo. Tutto passa per il lavoro, e per la realizzazione di sé. La gente lascia il Sud, parte, anche a malincuore, per lavorare.

Soprattutto a malincuore. Non lo sceglie. Deve farlo.

Dal 1995 al 2008 hanno lasciato il Meridione per il Centro-Nord circa 2 milioni di persone. Di questi, un milione di età compresa tra i venti e i trentanove anni.

Altre 120mila persone lasciano ogni anno l’Italia per l’estero. Il 60 % proviene sempre dal Sud.

In sostanza, ci stiamo svuotando, come Paese, e come Meridione, delle migliori energie.

Alleviamo, facciamo studiare, i nostri giovani, e poi li regaliamo. Li facciamo giocare in un’altra squadra.

Altrove trovano opportunità che qui non hanno. Chance. Riconoscimento.

Il dramma non è solo il loro, che trovano la via, e magari vivono con l’occhio umido della nostalgia, con la fatica di recidere i legami, ma se ne fanno una ragione. Il dramma maggiore è del territorio. Senza le forze migliori, e senza gli strumenti a chi resta, c’è un irrimediabile impoverimento.

Non solo di denaro ma di energie.

È una Spoon River. Non c’è una famiglia che non abbia un figlio o un nipote lontano. Non c’è una famiglia che non pianga questo piccolo lutto. Io credo che questa sia una grande questione sociale del nostro tempo. Come si risolve? Non ho, ovviamente, soluzioni facili, se non quelle che possono nascere dall’analisi sociale, dall’interrogarsi, dall’indagare cause e tirare, quindi fuori, le risposte.

Credo che molto parta dal lavoro, e dallo sviluppo, e dalle opportunità, intersecando il tema del merito, dell’investimento sui giovani. C’è da rovesciare un modello sociale. Il cambiamento non è cosa da salotti, o da iniziative estemporanee, come siamo abituati a fare sull’onda di qualche evento di cronaca.

Non servono le risposte emotive, ci vuole un progetto. Va attivato un meccanismo profondo.

In “Se Steve Jobs fosse nato a Napoli”, con un passo leggero, una piccola narrazione, di una piccola storia paradossale e provocatoria, ho provato a mettere in fila i fattori che bloccano i giovani talenti del Sud: mancato accesso al credito, burocrazia, condizionamenti ambientali, corruzione, camorra.

Si è aperto un dibattito ampio, interessante. Spero che sia servito a dare qualche chiave. Il racconto dei problemi, per chi sa leggerlo, contiene anche le soluzioni, e credo che questo sia il principale contributo che un libro, un lavoro culturale, un giornalista, uno scrittore, possano dare al proprio territorio.

Da martedì 19 marzo sarà in tutte le librerie una mia nuova storia.

Si intitolerà “Tre terroni a zonzo – Lasciare Napoli o restare?”.

Parlerò sempre dei giovani del sud, ma da un’altra angolazione, quella, appunto, della migrazione.

Andare o restare?

Viene pubblicato anche questa volta da Sperling & Kupfer. é un’ideale continuazione del primo libro. Ci sono la stessa ambientazione, lo stesso stile, una lingua semplice, una tonalità lieve per tentare, però, di indagare una questione complessa. I protagonisti, questa volta, sono tre: Ilaria, Michele, e Diego Armando. Si laureano brillantemente, nei tempi giusti, e col massimo dei voti. Ma la sera della festa sale l’ombra della domanda terribile: “e adesso? che si fa?”.

Ilaria e Michele non hanno dubbi. Se ne vanno da Napoli “Qui si muore”, dice Ilaria, “non c’è futuro”. Lei va a Milano, Michele a Londra. Lì trovano lavoro, ma non solo. Diego Armando, forse anche per il nome che porta, vuole restare. Vuole restare a Napoli. Per lui, il cammino sarà più duro. Il libro racconta le storie parallele dei tre, nei primi due anni dopo la laurea. E’ una storia di emozioni, di vita quotidiana. Una narrazione. Ma traccia anche una mappa. Ha una conclusione che apre alla speranza, e dice, in fondo, che la strada per restare c’è.

Ci può essere.

Spero che questo libro, come il precedente, sia accolto con benevolenza e attenzione.

E che possa essere un contributo utile per aprire uno squarcio su una grande questione sociale, e trovare insieme la via per affrontarla.

A volte succede

image001A volte succede.

Scrivi due righe. Le pubblichi sul tuo blog. Le condividi con gli amici. E ti ritrovi, improvvisamente, dove non avresti mai pensato di essere.

Per esempio, sulla seconda pagina di Le Monde.

A volte succede. A me è successo.

Poi trasformi quelle due righe, che sono piaciute tanto, in un racconto lungo, con personaggi, dialoghi, storia, struttura, trama, e, di base, la stessa morale.

Lo fai sportivamente, senza obiettivi perchè scrivere è un tuo spazio abituale. Ma ti ritrovi con un grosso editore che decide di pubblicarti.

A volte succede. A me è successo.

Esce domani, in tutte le librerie, Se Steve Jobs fosse nato a Napoli. Lo pubblica Sperling & Kupfer. Costa dieci euro e cinquanta e lo trovate anche in versione e.book.

Il libro è la storia lunga di Stefano Lavori e Stefano Vozzini, due ragazzi dei Quartieri Spagnoli, e della loro avventura. Il tentativo di costruire a Napoli un computer innovativo, moderno, veloce. L’idea del secolo, secondo loro, che però si scontra con i mille ostacoli di chi decide, in Italia, di mettersi in proprio, di avviare un’attività. O anche solo di ostinarsi nella realizzazione di un proprio talento, scommettendo esclusivamente su quello.

Sono felice di questo libro e lo considero una esperienza straordinaria, esaltante proprio perchè nata dal nulla, dalla mia periferia personale.

Un blog, un post, una inattesa attenzione popolare, un romanzo, un grosso editore, un libro.

Sono, a tratti, ancora incredulo.

Non debutto. E’ il mio quarto libro. Ho scritto un piccolo volumetto di racconti (CentoAutori edizioni), e due romanzi (Cicorivolta edizioni). Li ho pubblicati con piccoli editori, che hanno investito generosamente su di me, senza chiedermi né soldi né acquisto copie né altro.

Hanno investito i pochi mezzi che avevano.

Ho lottato perchè quei libri girassero, e mi sono emozionato quando li ho visti spuntare eroicamente in qualche libreria. Li ho promossi personalmente, con presentazioni e richieste di recensioni. E mi sono tolto molte soddisfazioni, anche se penso che avrebbero meritato più ascolto.

Oggi l’emozione è la grande editoria. Che significa, sostanzialmente, essere visti. In libreria, sui giornali. Significa che il lettore può sceglierti con facilità. Se vuole. E’ una bella prova. Un’opportunità. Una gioia.

Sono molto soddisfatto del libro che domani troverete in giro. Non era facile scriverlo. Il post aveva una sua compattezza. C’era già, in qualche modo, un percorso narrativo. Ma sviluppare una storia di circa 200 pagine da un post di due era arduo.

Io dico di esserci riuscito bene. Poi, ovviamente, il giudizio vero spetterà a chi vorrà leggere il libro.

Vi sorprenderà trovarlo tra i “saggi”. E’ un romanzo, una storia di fantasia. Una narrazione ma talmente legata all’attualità da finire nella saggistica.

Siamo su un terreno di mescola. Ci sto bene. Mi piace. Credo nella contaminazione dei generi. E mi sto affezionando all’idea di utilizzare le suggestioni della narrativa per indagare la realtà. Non solo il senso della vita, com’è nella migliore tradizione della letteratura. Ma anche le modalità, la struttura sociale.

Una via letteraria all’inchiesta giornalistica.

Il post sullo Steve Jobs napoletano, e il libro che esce domani, si muovono lungo questo percorso. A modo loro. C’è una connotazione umoristica, leggera, perchè la storia è una satira. Ma c’è uno sfondo amaro, teso. E’ un libro problematico. Si elencano questioni spinose e irrisolte, e questo non piacerà a chi ama proporre una immagine dell’Italia, e di Napoli, e magari di se stesso, edulcorata e consolatoria.

E’ un libro problematico ma non disperato. C’è un filo di fiducia. Le persone, innanzitutto. E il bisogno di parlare dei problemi, per conoscerli, e risolverli.

Su questo si è concentrata la riflessione di Pino Aprile, il giornalista (meridionalista), autore di Terroni e Giù al sud, che ha voluto gratificarmi con una sua prefazione.

Se vorrete, da domani, potete cercarmi in libreria. E leggermi.

Facendolo, com’è successo col post, sorriderete, vi riconoscerete, rifletterete, passerete qualche ora in buona compagnia. Almeno, spero.

Per me sarà come essere, continuamente, sotto gli occhi di ciascuno di voi. Bellissimo e insopportabile.

Non è mica da questi particolari

Non aveva ancora compiuto diciotto anni, quando, a Torino, il mister della prima squadra, arrivò al campo di allenamento della Primavera e si mise a seguire la partitella sulla panchina con l’allenatore delle giovanili.

Era piccolo e magro, una camicia bianca infilata nei pantaloni, si chiamava Giovanni Trapattoni e seguì fisso e serio alcuni giocatori.

Alla fine, il mister scese negli spogliatoi e chiamò a sé tre ragazzi.

Uno si chiamava Gabriele Pin, era nelle giovanili dal 1975. Un centrocampista bassino e tenace, timido. Un altro si chiamava Ivano Marilio, arrivato a Torino da appena un anno, un terzino destro robusto che menava legnate anche a ragazzini.

Il terzo era Ennio.

Ai tre, il mister disse: “voi questa estate venite in ritiro con noi”.

Fu così che Ennio Montana, nell’estate del millenovecentosettantotto, all’età di diciassette anni, entrò nel giro della prima squadra, che si chiamava Juventus, e aveva appena vinto lo scudetto. I tre ragazzi della Primavera furono messi in stanza insieme, e tenuti come separati dal resto del gruppo. Si allenavano, correvano, ma nelle partitelle, per esempio, dovevano starsene buoni, in disparte, non esagerare, tenere dentro la gamba.

Erano poco più di una sagoma e dovevano guardare, ascoltare, imparare, tacere. Ennio si trovò a correre e ad allenarsi con gli stessi calciatori che aveva appeso alle pareti della sua stanza, con i poster a colori usciti dal Guerin Sportivo. Lui ne aveva tre, ovviamente tutti della Juventus perchè non si potevano tenere poster di altre squadre. Il primo era quello di Roberto Bettega che in quella foto si alzava in volo davanti alla porta e andava a colpire un pallone altissimo con la testa brizzolata. Il secondo, a seguire, accanto sulla testata del letto, quello di Franco Causio, che volava piccolo e astuto, sulla fascia, con i suoi baffi neri. Il terzo, rigido come una sentinella, nell’angolo di due pareti, quello di Romeo Benetti, con le braccia incrociate al petto e i baffetti rossi.

Ritrovarseli in campo, vicini, fu curioso. Sembravano più magri, avevano anche una distanza strana, come un alone di superiorità.

Quell’estate, il mister portò Ennio in panchina durante il turno estivo di Coppa Italia, senza però farlo entrare. Tempo un mese arrivò la chiamata di Trapattoni anche per il campionato. Due volte in ritiro prima di due incontri, senza però convocarlo per la partita.

La terza volta, finalmente, in panchina anche in campionato.

Giancarlo Alessandrelli, il portiere in seconda, gli fece segno di sedere accanto a lui. Lo accolse con un sorriso larghissimo e una manata nei capelli. Era stato anche lui nelle giovanili della Juventus, e da qualche anno era in prima squadra. Ma non era mai entrato in campo. Il portiere titolare si chiamava Dino Zoff.

Per tutto l’incontro Ennio sperò di non essere chiamato. Aveva un tremore alle ginocchia, un formicolio insistente, che se si fosse alzato si sarebbe sbriciolato al suolo. Per fortuna il mister, pur avendolo guardato un paio di volte, non gli fece alcun cenno.

Passarono due mesi, Ennio tornò a giocare nella Primavera, e quasi ci aveva tolto il pensiero. Trapattoni, però, tornò a chiamarlo.

Era dicembre. A Torino arrivò l’Inter. In panchina, Alessandrelli gli allargò il solito sorriso e lui andò a sedersi lì vicino. Sette minuti e Baresi segnò, facendo infuriare Trapattoni, che cominciò a inveire contro tutta la difesa. Per mezz’ora si sentirono solo urla, fischi e parolacce. Poi Boninsegna pareggiò e il mister si placò fino all’intervallo. Nel secondo tempo, la partita si trascinò stanca, fino a che Trapattoni non lanciò due occhiate di seguito a Ennio, facendolo sussultare di paura.

Pochi minuti dopo si sentì un urlo a centrocampo. Una maglia bianconera si attorcigliò al prato, rotolando. Il numero dieci si era fatto male da solo, al ginocchio, girandolo mentre correva all’indietro.

Il mister puntò l’indice contro Ennio e gli fece segno di prepararsi. Dovette ripeterlo due volte perché Ennio rimase immobile, incredulo. Alla seconda volta, scattò in piedi, tolse la tuta e andò a correre sulla linea del fallo laterale, sperando che fosse un falso allarme e che non ci fosse bisogno di entrare. Invece il titolare, zoppicando e bestemmiando, si avviò verso la panchina. Il mister fece segno ad Ennio di avvicinarsi. “E’ il tuo momento, ragazzo. Devi tenere la posizione rigidamente, non salire e non scendere, ferma la palla, guardati intorno, devi piazzarla dove sai tu, nel punto giusto. Ti chiedo solo questo. Ferma la palla e lancia. Mi raccomando”.

Gli diede una pacca sulla spalla e lo lanciò in campo.

Era il millenovecentosettantotto quando il calciatore Ennio Montana, all’età di diciassette anni, debuttò in serie A. In quel momento, con l’orecchio incollato ad una radio, mister Cardiello, il suo primo allenatore, lanciò un urlo di gioia; vicino a lui, il portiere del palazzo dove aveva abitato da bambino, piangeva.

Il papà, invece, no.

Il papà era morto un’ora e mezza prima che lui entrasse in camp. Di infarto, sul divano, davanti alla tv, senza riuscire a dire nemmeno aiuto, mentre la mamma era in cucina a lavare i piatti del pranzo domenicale.

Era morto in silenzio, come a rispettare, anche sul finale, la sua invocazione alla tranquillità. La mamma se ne rese conto dopo due ore, quando gli portò il caffè e vide il marito con la bocca aperta e la testa piegata di lato.

Così quando Ennio telefonò a casa per dire “hai visto, papà,  ce l’ho fatta, sono entrato in serie A”, non rispose nessuno.

(appunti per un romanzo che forse scriverò, o forse sto scrivendo, o forse ho finito).

Una sera

Capita che una sera cammini svogliatamente in libreria, giri tra gli scaffali, osservi, annusi le copertine, leggi due righe, tocchi i libri come fossero frutti, per sentirne la consistenza. Capita che poi all’improvviso, in mezzo agli altri, trovi il tuo di libro, un romanzo di qualche anno, di non particolare fortuna, che è appoggiato lì. Ed è come incontrare un vecchio parente inatteso.
(Stasera, Feltrinelli megastore, piazza dei Martiri, Napoli).

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