Ho sognato Vittorio Sgarbi

Stanotte ho sognato che riempivo di botte Vittorio Sgarbi, mentre ero ospite in tv.

Non sto bene, è chiaro.

Questa storia mi ha mescolato i pensieri già disordinati. Vedo il mio nome ovunque e mi sento un po’ dissociato. C’è un altro me in giro.

“Torna subito a casa”. Lo farà. Sabato mattina ero uno sconosciuto, sabato prossimo tornerò ad esserlo.

Intanto, però, è il caso di fare una piccola riflessione su quello che è successo.

Se avessi pubblicato il mio breve racconto sullo Steve Jobs napoletano sull’Unità, lo avrebbero letto 43.682 persone.

Se lo avessi pubblicato sul Sole 24 ore lo avrebbero letto 258.183 persone, ammesso che tutti gli acquirenti del quotidiano si fossero fermati su quel pezzo. Se lo avessi pubblicato sulla Stampa lo avrebbero letto 273.007 persone. Sul Messaggero, 187.707. Sul Mattino, 70.993.

Invece l’ho pubblicato sul mio blog: una paginetta semplice, su una piattaforma gratuita, con un tema grafico predefinito, senza fronzoli, senza costi, né per chi scrive né per chi legge, senza pubblicità, e lo hanno visualizzato, 320mila volte in cinque giorni, con più di 700 commenti e 500 persone che si sono abbonati al blog per ricevere i futuri aggiornamenti.

L’ho pubblicato sul web, l’ho interfacciato ai social network, ed è diventato un fenomeno, chiamando, paradossalmente, i media tradizionali, a rincorrerlo con l’affanno.

Non tanto il tema del racconto ma il suo trasformarsi in evento.

Il Fatto quotidiano lo ha messo a tutta pagina tre giorni dopo, nella rubrica mondo web. Il Corriere della Sera lo ha messo in home page due giorni dopo. Il Mattino, con cui collaboro, mi ha fatto scrivere un pezzo tre giorni dopo. Il Secolo XIX e Vanity fair ne hanno parlato tre giorni dopo. RaiUno mi ha invitato il martedì mattina.

Tutti a parlare della moltiplicazione dei contatti, perché per loro la notizia è questa. Fa eccezione – devo dirlo – la7, che mi ha chiamato alla bella trasmissione “l’Aria che tira”, a parlare del contenuto del racconto. E gli stranieri. Le Monde, a pagina due, ha raccontato la storia di Stefano Lavori, facendo appena un accenno al successo sul web.

Gli interessava il tema. Gli altri, invece, sul fenomeno.

Come i vecchi che, con un misto di nostalgia e rabbia, sono stupefatti dai giovani, i media tradizionali restano a bocca aperta di fronte a questi numeri, e sembrano non rendersi conto, o non voler pensare, che è cambiato tutto.

Chiunque, come uno qualunque sono io, può alzarsi una mattina, scrivere una cosa e avere 300mila lettori, come il più grande quotidiano italiano.

Non sono un esperto di nulla, e quindi non sono in grado di fare analisi e dotte disquisizioni. Ma i numeri consegnano a me, e a chiunque voglia leggerli, un dato evidente. A cui bisogna fare attenzione.

Arianna Huffington, a Milano, ospite dello Iab forum, annunciando che il suo quotidiano on line (che è riuscito a superare il New York Times quanto a lettori online) sbarcherà anche in Italia, lo ha detto con chiarezza.

“Meno male che c’è internet”, ha detto la Huffington, ricordando come il potere dei social media sia “inesorabile, incessante”. Questa è “l’epoca d’oro del giornalismo online”, quella in cui la comunicazione non è più “univoca”, ma dà opportunità sia per trovare contenuti che per stimolare il dibattito.

Il web dominerà il mondo dell’informazione. Senza uccidere la carta stampata, probabilmente. Ci sarà un nucleo nostalgico che resisterà. Così come si manterrà un alone di maggiore autorevolezza sulla pagina uscita dalle rotative. Tuttavia, è bene che i giornali tradizionali facciano presto a capire la lezione. Mettano le loro migliori risorse sul web, svecchino le redazioni, dove ci sono matusalemme che dettavano i pezzi dai telefoni delle cabine, riscrivano le regole del cartaceo, si mescolino ai social, senza scimmiottarli e senza replicarne, passivamente, i contenuti.

Imparino una nuova lingua, altrimenti saranno perduti.

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24 thoughts on “Ho sognato Vittorio Sgarbi

  1. ..speravo, per poter immaginare di esserci per un attimo, il racconto dettagliato delle botte a Sgarbi 😉
    invece trovo un altro tuo bel pezzo sull’importanza di internet! bravo.

  2. Ottimo. pelle d’oca. tutto assolutamente vero. fremo al pensiero del QUANDO si arriverà finalmente ad uno status quo in cui tutto sarà capovolto e godo al pensiero di vivere in quel mondo. MA mi rattristo pensando che siamo ancora all’inizio, siamo alle forti e fondamentali, ma ancora prime avvisaglie del cambiamento.

    è inesorabile è vero ma è maledettamente lento, perchè osteggiato. dal vecchio potere. o no?

  3. Svecchiare le redazioni non è sempre un bene: dipende.

    Se il giornalista è uno in gamba, non c’e un età per andare in pensione. Penso a gente come Kapusczynski (non so se l’ho scritto giusto ma anche loro, sti polacchi, con certi nomi …) che ha scritto i suoi reportages anche in età avanzata e che fior fiore di reportages.
    Oppure Giuseppe D’avanzo, buonanima, che sapeva fare un’inchiesta e che ha insegnato a molti che vuol dire fare il giornalista.

    Poi, si può anche dire che molti sono li a scaldare la seggiola, oppure lamentarsi che i poteri forti sono tutti in mano ai matusa. Ma quello è un discorso che va oltre il giornalismo e riguarda la società intera.
    Ci vorrebbe una cosa che la gente ha in gran parte smarrito : il buonsenso. E il senso civico, anche. Ma io probabilmente sono un utopista e semplicemente mi devo adattare all’andazzo generale.

  4. Il tuo articolo su Stefano Lavori è una delle dimostrazioni
    che in realtà la libertà di parola esiste già, e campa
    discretamente più o meno da quando il world wide
    è giunto a casa nostra..
    Il problema di adesso è che le vecchie generazioni
    non sono ancora in grado di fare quel cambiamento
    radicale da quel vecchio stile di vita, che vede
    nella televisione e alcuni quotidiani la principale
    e forse più “attendibile e completa” fonte informazioni.

    Il web domina già il mondo dell’informazione,
    solo che a qualcuno non va giù questa cosa..

  5. Non credo ci sia niente di patologico nell’aspirazione a picchiare Sgarbi, è il fatto in sé di sognare il personaggio che mi lascia un po’ perplesso.

  6. ciao Antonio, lo hanno letto anche qui in Argentina! paese dove sono andato a vivere, stufo delle vessazioni dello stato italiano! qui grazie alle mie capacita’ ho realizzato tutti i sogni che mi ero proposto. un saluto grande.
    ps se passi dalle cascate di Iguazu vieni a trovarmi sarei felicissimo!

  7. Ciao Antonio, non vorrei sembrare ossessivo, con il mio terzo sproloquio in tre giorni sul tuo blog… Ma la tua riflessione, anche questa volta (sei un genio, e posso vantarmi di essere fra i primi ad averlo riconosciuto) mi punge nel vivo. Perché io di internet ci vivo, ed anche abbastanza bene. Sono un editore. Ogni giorno mi visitano circa centomila persone. Uso la prima persona singolare perché il mio sito sono io, cioè faccio tutto da solo, o quasi. Una specie di editore operaio: non me ne vanto perché il concetto ha già un copyright il cui autore non stimo particolarmente.
    Ho il pessimo vizio (a quanto pare) di pagare i miei collaboratori tecnici. A differenza della signora Huffington da te citata, che i suoi collaboratori non li ha mai pagati. E per questo le hanno fatto una causa milionaria (intanto lei è diventata miliardaria).
    Un’altra piccola differenza: lei non è diventata miliardaria perché il suo blog raccoglieva pubblicità. Lo è diventata perché qualcuno l’ha finalmente (?) comprata.
    A me non mi comprerà nessuno e non è nemmeno il mio obiettivo. Poi, siccome voglio che i miei collaboratori tecnici possano mantenerci una famiglia, sul mio sito cerco di metterci un po’ di pubblicità. E qui inizia il senso del mio intervento.
    Guardacaso, ho passato le ultime 48 ore proprio allo Iab forum di Milano, dove c’era la signora Huffington e dove doveva intervenire Gianfranco Fini. Fini non è intervenuto perché il collegamento in teleconferenza con Roma non ha funzionato. Questo la dice tutta: alla convention italiana di internet, internet non funziona. La rete in italia è al collasso.
    Perché? proverò a tornare sul concetto.
    Mi preme sottolineare che non ho ascoltato la Huffington (non me ne fregava nulla) e non ero lì ad aspettare la teleconferenza con Fini. Ero allo iab forum per cercare di capire come raccattare le briciole che il mercato pubblicitario concede agli editori indipendenti.
    Appunto, questo è il problema. Quando ero direttore di una piccola casa editrice che aveva complessivamente la metà dei miei attuali lettori, fatturavamo x. Ora su internet, con il doppio dei lettori, fatturo un decimo di x. Ci vivo egregiamente e posso pagare i miei collaboratori tecnici perché i costi di internet sono infinitamente inferiori a quelli della carta stampata. Ma i conti non tornano: perché su internet la pubblicità agli editori indipendenti rende un decimo rispetto agli editori sulla carta stampata?
    In quest’ottica, se permetti, tutte le argute disquisizioni sulla presunta libertà di internet, le velleità di censura, le leggi bavaglio e quant’altro, mi paiono semplicemente delle grandi fregnacce. Degli specchietti sui quali attirare le ire dei blogger, mentre i giochi veri si sbrigano da tutt’altra parte. Ovvero, facendo in modo che gli editori indipendenti restino tagliati fuori dal mercato pubblicitario. Gli si dispensa qualche briciola, così i blogger ed i ragazzini che si credono geni di internet ci comprano la merendina e si sentono liberi informatori.
    Non voglio annoiarti con cifre, numeri e manovre da galera che i grandi editori stanno concretizzando in Italia (ovviamente, solo in Italia: nel resto del mondo la redditività di internet è uguale a quella della carta stampata…). Mi preme invece invitarti ad una riflessione: secondo te, perché gli internauti italiani (ed a quanto pare anche tu) sono convinti che il vero blogger, il paladino della libertà di informazione, il celodurista del web non debba sporcarsi le mani con la pubblicità? Chi glie lo ha messo in testa? E per quali oscuri motivi o secondi fini?
    Ehnnò, caro Antonio, senza una redditività, non puoi competere con lo strapotere dei grandi gruppi editoriali. Per tua stessa ammissione, rischi di bruciarti il quarto d’ora di celebrità in un attimo. E poi? Arriveranno altri come te a bruciarsi altri quarti d’ora, a trovare una visibilità da baraccone mediatico che oggi ti usa e domani ti dimentica, mentre quello che dici non glie ne impippa a nessuno (nel senso del grande pubblico, quello vero)?
    No Antonio, altri come te non ce ne sono in giro abbastanza. Qualcuno qui sopra ha detto che non tutti possono a vere 300mila visite. Più concretamente, non tutti hanno davvvero qualcosa da dire: una cosa sono i successi più o meno casuali del marketing, tutt’altra cosa, il valore del prodotto promosso. Tu sei un ottimo prodotto, la rete ti ha finalmente trovato, senza redditività rischi solamente di bruciarti.
    Tra l’altro, 300mila visite significano 300mila pagine. Al giorno d’oggi saresti un genio dell’editoria indipendente se ricavassi 4 euro cpm (cioè 4 euro ogni mille pagine visualizzate). Insomma, avresti potuto ricavare dal tuo exploit 1200 euro. Hai idea di quanto costa mezza pagina sul Mattino o il costo di dieci spot su TeleCapri? Insomma, il tentativo di fottere l’informazione indipendente si gioca sulla redditività ridicola riservata agli editori indipendenti ed ai blogger. Il resto son tutte palle.
    Ho comunque una buona notizia: gli algoritmi di internet non ragionano come i centri di potere massonici, non ragionano come gli opnion leader o come i politici, non ragionano come i blogger e nemmeno come Beppe Grillo. Per questo motivo gli editori indipendenti ce la faranno. Ed anche i blogger. Parlo dei blogger che hanno davvero qualcosa da dire.

  8. Questa è una giungla senza fine, dove pezzi interessanti possono andare persi sotto un ammamsso di scritti e messaggi. Il tuo è emerso perché schietto, semplice, comprensibile. Come se il lavoro effettuato nel passato abbia preso forma in Stefano Lavori. Differente, fuori dalla mischia. Mentre tutti i grandi media hanno messo in luce Jobs, tu hai trovato un’idea. Il lettore come me ti ha trovato grazie alla massa di lettori che sono venuti a leggerti. Non è negativo, anzi. Comprendo la questione. I media si interessano a ciò che tu scrivi o al numero dei contatti? Sembra quasi riproducano quanto già dimostrato col caso Jobs.
    Per quanto riguarda la signora Huffington. Tutto bello, belle parole. Ma miss Huffington è la rappresentante di AOL che acquistando a suon di milioni di dollari (beata lei) ha compreso la portata del progetto che sbarcherà pure in Europa. Belle parole ma instrise di dollari sonanti.
    Tornerò a leggeti, perché sei chiaro, schietto i tuioi pezzi mi piacciono.

  9. Antò, in sintesi…il giorno che inventeranno il monitor con l’odore di carta stampata è fatta!…buoona giornata. Bob.
    Ps: L’incipit delle mazzate a Sgarbi è stata na genialata!

  10. Ciao Antonio, non te la prendere a male se dico che sei un po’ ingiusto nei confronti del Corrierone e di altre testate giornalistiche. Prima di tutto perché io – e credo anche molti altri – ho scoperto il tuo mitico post su Steve Jobs proprio sul sito del Corriere on line. E poi c’è un dato di fatto: in Italia ci saranno almeno un milione di bloggers, la maggior parte dei quali non fa neanche 10 contatti al giorno. Se uno di questi bloggers, con un solo articolo, passa da 30 contatti al giorno a 90.000 beh obbiettivamente la cosa fa notizia. Io credo. O no?

    E poi – è chiaro – meno male che c’è Internet, ci mancherebbe altro!

    Ed è ovvio che mi interessa anche il post di per sé. Lo vogliamo dire ancora una volta? L’Italia è e sarà sempre una colonia culturale di altri paesi perché da noi manca la cultura dell’innovazione.

    A proposito, hai visto il servizio su “Le Iene” di mercoledì scorso? Diceva che ogni anno ben 50.000 laureati italiani emigrano all’estero (quasi tutti negli States) in cerca di fortuna. E la trovano! Perché lì non servono raccomandazioni!

    Ora qualcuno potrebbe dire che se l’Italia “esporta” per così dire laureati anzichè braccianti agricoli vuol dire che “il sistema paese” funziona… e invece no! Col cavolo che funziona. Se il “sistema paese” funzionasse davvero, i 50.000 resterebbero in Italia e farebbero tante belle cose per cui alla fine magari la gente non dovrebbe più vergognarsi di essere italiano…

    Magari ti ho dato l’argomento per un altro post…

    Ciao a presto

    • ciao, Alberto, grazie del commento. Non ce l’ho affatto col Corriere. Anzi. E’ un giornale che considero di grande qualità e prontezza. Mi riferivo all’intero sistema giornalistico italiano, che trovo lento rispetto ai ritmi, ai tempi, ai linguaggi dei nuovi media. Sul resto, io dico che un Paese serio manda i suoi figli a studiare all’estero, a “rubare” competenza e formazione, e poi se li riprende, mettendoli al lavoro, per far crescere la società. Noi facciamo il contrario. Li formiamo, e poi li regaliamo. Come una squadra di calcio che alleva campioni e poi li manda a giocare altrove.

    • se posso permettermi di interpretare il pensiero di Antonio – che vive e lotta con noi e che non ha bisogno di difensori, anche se carini come me!! – credo che si volesse semplicemente sottolineare il paradosso per il quale è più osservato il dito che indica la luna della luna stessa.
      Una miopia tutta italiana che si riflette anche nelle piccole cose (Antonio non me ne volere).
      Ma che ci lascia molto, ma proprio molto, al palo.

  11. La prossima volta che sogni di picchiare Sgarbi avvisami così ti do una mano 😉
    Scherzi a parte, ho molto apprezzato l’articolo su Stefano Lavoro: sono una di quelle che lo ha visto tramite social network 😉

  12. Sì, ma aiutami a capire. Scrivere su internet significherà scrivere gratis? Anche perchè le prospettive non sono buone. Parliamoci chiaro. Okay, va bene ricevere tante visite, a tutti fa piacere. Noi blogger siamo un po’ maniaci, credo. Ma poi scriviamo solo per passione, scriviamo affinchè si possa condividere un pensiero, affinchè si possa esser meno soli.
    Scontriamoci con la realtà: come si compra il latte?

    Sono un ragazzo molto attivo nel sociale , nei progetti, nelle attività. Non voglio andarmene, ecco tutto.
    Saluti dai marinai di V&M

    • Scrivere su Internet significa avere uno spazio di libertà di espressione. Lo si può fare gratis o no. Se lo fai gratis, lo fai nel tempo libero. Se la cosa decolla, si struttura, e ti dà da vivere, lo fai a tempo pieno. Il problema non è tanto questo quanto la sua straordinaria potenzialità. Puoi scrivere un post in dieci minuti e ritrovarti più lettori di un intero quotidiano, scritto da cinquanta giornalisti, distribuito in tutta Italia, pubblicizzato da rassegne stampa e venduto ovunque.

  13. Pingback: Idee 48: la potenza delle narrazioni in rete, in due storie | Nuovo e Utile

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