Napoli nonostante Napoli

Sono felice di vedere Napoli traboccare di turisti. Li guardo infilarsi nei vicoli dei Quartieri Spagnoli senza paura, con la testa all’insù, con lo sguardo divertito, e ne sono orgoglioso.

Li vedo addentare la pizza fritta e pulirsi la bocca con il polso, come fanno gli scugnizzi. Li osservo mentre infilano le mani nelle cassette di frutta o fotografano i banchi di pesce nella Pignasecca. Li seguo, a volte, soprattuto gli stranieri, e vorrei prendermene cura. Vorrei dire ai ristoratori, ai baristi, ai commercianti: abbiatene cura, trattateli beni, una cosa in più e mai in meno, fateli risparmiare, fateli mangiare.

turistiMa non c’è bisogno. La città si è disposta con generosità. Vedo una febbre bella, come di speranza. In fondo, l’accoglienza qui è un tratto distintivo. Una specialità. Si fanno larghi i vicoli, si fanno stretti i muri quando tira il vento, si fa ampio il fianco su cui appoggiarti se esce un po’ di sole.

Sono felice di vedere Napoli così amata, anche perché cade finalmente l’alibi. Ma quale sputtanamento, ma quale cattivo racconto, ma quale sparlare, ma quale diffamazione, ma quale romanzo nero, ma quale dire solo il brutto e non il bello. Avete raccontato un sacco di fesserie. Napoli è amata nel mondo più di quanto lo sia dai suoi stessi cittadini.

Non ho mai trovato, nei miei giri in Italia e all’estero, qualcuno che alla parola Napoli non dicesse “meravigliosa”. La bellezza di questa città, la sua forza, il suo patrimonio sono ben noti. Non sono una scoperta di oggi né di ieri. Non sono offuscati dai rifiuti, dai problemi, dal racconto di questi né dalla camorra. Si può parlare dei problemi senza niente togliere a Napoli. Che, per fortuna, si dimostra sempre più forte di cattivi abitanti e cattiva politica, di cattiva cultura e piagnistei.

Sono felice di vedere tanta gente intorno a noi. Del resto, venire a Napoli oggi, con il Tav, e la campagna di sconti di Italo e Trenitalia, costa due soldi. Dormire a Napoli, con B&B e affittacamere aperti ovunque, soprattutto nelle zone popolari, nelle case stesse dei napoletani, costa nulla. Mangiare a Napoli, e bene, nei vicoli, costa meno di una prima colazione a Roma.

A conti fatti, con cento euro passi un week end in una meravigliosa città di mare, di paesaggio, di storia, di radici antiche, di chiese, di pittori, di scrittori, di atmosfere. Ti godi il centro, ignori le periferie, ridacchi sui disagi, tanto poi te ne vai.

E se esce il sole, ti fai pure il bagno.

Perché non dovrebbero venire a Napoli? Ci vengono e fanno bene. Ne sono contento anche perché, adesso, non abbiamo più alibi. Il mondo non ci odia. Lo vedete? Il mondo ci ama.

Ma l’amore degli altri è responsabilità. Se ci amano, nonostante tutto, forse dobbiamo meritarcelo. Forse dobbiamo smetterla di buttare i materassi vecchi a via Toledo, o le lavatrici a via Chiaia. Forse dobbiamo collocare una decina di bagni chimici a San Gregorio Armeno, dove li chiedono da anni e il Comune non risponde. Forse dobbiamo dare un senso a quel lungomare desolante fatto di venditori ambulanti e tavolini del bar, senza un filo di proposta culturale. Forse dobbiamo curare la villa comunale, abbandonata a se stessa. O spazzare la città, far muovere gli autobus, asfaltare le strade, illuminare i vicoli, far funzionare i semafori, attivare la videosorveglianza, mettere più vigili per le vie, proteggere le persone, tutelare i commercianti contro il racket e i teppismi, svuotare i cestini gettacarte, ripulire dal degrado i palazzi del centro antico, riaprire le 800 chiese chiuse, mettere almeno uno che parli inglese agli stazionamenti della metro e degli autobus, far partire la metro – non dico ogni due minuti – ma almeno ogni cinque e non ogni dodici; forse dovremmo meritarcelo tutto questo amore, tutta questa gente.

Forse dovremmo meritarcela, la fortuna sfacciata di essere Napoli senza saperlo diventare mai.

 

 

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Un mosaico di letture


Sono oltre due mesi che l’Orso marsicano si aggira nelle librerie. Ha varcato il confine. Cammina anche in Francia. Ha macinato sguardi. E qualche silenzio. Ne abbiamo parlato in giro. Tante presentazioni. Altre ancora in programma. Più di tutto, è stato bello leggere le letture. Cioè la capacità del lettore di darmi chiavi di comprensione, o di sottolineare aspetti che credevo marginali, o di far brillare luci improvvise, nelle zone più d’ombra.
Tutto questo mi ha fatto ricco, di una ricchezza utile, con cui spero di riuscire a fare l’investimento giusto per nuove parole, nuove visioni.
Intanto voglio raccogliere qui, come su un mosaico, alcune delle opinioni che mi hanno colpito, gratificato, fatto sentire importante. Ce ne sono state anche altre. Se qui non ci sono è solo per la mia inguaribile distrazione.
Leggerle tutte insieme fa uno strano effetto.
Un curioso senso di riconoscimento, di cui sono grato.

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Una storia visionaria e allo stesso tempo realistica, quella scritta da Antonio Menna. Che ricorda ai lettori quanto assurda possa essere talvolta la realtà nei vicoli dei Quartieri Spagnoli.

(Luca Crovi, Il Giornale)

Un bel noir molto local ma attraversato da un filo di tensione surreale.

(Monica Ceci, Gioia)

Menna porta alla ribalta un protagonista irresistibile: Tony Perduto, giornalista per vocazione e detective per caso, innamorato di Napoli, della quotidianità paesana dei suoi Quartieri Spagnoli, persino dei misteri del suo sottosuolo. Lo scenario perfetto per una storia che diverte e commuove.

(9colonne)

Indagini, paradossi, dialoghi che sanno di napoletano e – lo ripeto – di napoletanità: sono questi i punti forti del romanzo.

(Gianmaria Tammaro, Linkiesta.it)

Libro che si legge con grandissima scioltezza, sorridendo, crucciandosi, intenerendosi. Sfrecciando per Napoli sul sellino posteriore dello scooter di Tony. O passeggiando con lui, all’alba, nei Quartieri Spagnoli. Alla scoperta di angoli insoliti e storie misteriose, incomprensibili ed inaspettate.

(Barbara Olivieri)

Un’avventura spassosa ma a tinte gialle. Un libro che scorre come acqua. Le espressioni napoletane rendono questa storia misteriosa e divertente. La suspense c’è e si avverte, ma il tutto suscita un sorriso che non si stacca mai dal volto del lettore.

(Salvatore Castano, Wuz.it)

Un delitto fuori dal comune in una Napoli a tinte gialle.

(Marina Indulgenza, ècampania.it)

Un giallo accattivante, romantico, teatrale.

(Elisa Zini, dietrolanotizia.eu)

La narrazione è sciolta e perfettamente cronometrata, ricca di dialoghi, specie nella prima parte, dove prevale la vivacità del carosello popolare che fa da contorno alla vicenda.

(Anna Petrazzuolo, la Repubblica)

Un inizio folgorante, con una situazione surreale che accade in un luogo che fa del surreale la propria quotidianità. Un vicolo dove la vita ha un ritmo, un colore e un suono e soprattutto un silenzio particolare, diverso da ogni altro.

(Cristina Aicardi, Milano nera)

L’amara e involontaria ironia di Tony Perduto, giornalista e investigatore, che si fa sintesi di una moderna napoletanità nella scrittura serrata di Antonio Menna.

(Geppina Landolfo, Roma)

Spira, nel Mistero dell’orso marsicano, la lezione americana che Calvino non ha elaborato. Si avvicina alla leggerezza? O alla molteplicità? Come definirla? La leggera molteplicità? E’ una squisitezza napoletana…una vocazione talmente nitida, talmente irrefrenabile, all’intreccio, alla concatenazione.

(Bruno Quaranta, La Stampa)

Il romanzo è di piacevolissima lettura, specie nella prima parte, che è anche la più solare e non di rado comica. Più avanti vira sul noir.

(Francesco Durante, Corriere del Mezzogiorno)

Tra suspence e complice ironia, con una scrittura leggera che mima il napoletano parlato…ha ritmo serrato e cadenze noir.

(Santa Di Salvo, Il Mattino)

Il titolo extralarge dà subito il tono surreale, leggero, divertito del romanzo.

(Severino Colombo, Corriere della Sera)

Menna ha tratteggiato personaggi strutturati, che vediamo balzare dalle pagine perchè ciascuno di loro ci ricorda qualcuno.

(Daniela Spadaro, Il mediterraneo news)

È un libro di assoluto valore, di alto livello, scritto benissimo e che dice di napoli e dei napoletani in una ironia a volte nostalgica a volte anche snob ma che è l’unico modo per salvarsi da questa città, molto più di tanti convegni e di tanti professorini un tanto al chilo che firmano sgonfi editoriali.

(Giampaolo Longo)

O’ meglio romanzo che ho letto (divorato in realtà) negli ultimi mesi.

(Pino Bruno)

In un modo completamente diverso ma allo stesso tempo simile, Menna porta avanti con Il mistero dell’orso lo stesso discorso dell’articolo su Jobs che lo ha reso famoso. Perché dietro all’ironia costante c’è una riflessione amara su vari strati della realtà di oggi, sia napoletana – in quello che riguarda la connivenza e la convivenza con la camorra – sia più in generale italiana nelle difficoltà quotidiane del lavoro che manca, della perenne necessità di inventarsi e arrangiarsi.

(Francesco Vannutelli, flaneri.com)

Letto tutto d’un fiato perché intriga e diverte mantenendo sempre alta l’attenzione, in una Napoli ricca di fascino, piena di contraddizioni ma unica!

(Roberta Penta)

Ecco il modo ideale per parlare del contemporaneo e delle rogne che affliggono i giovani a caccia ma che dico di un lavoro, di uno straccio di futuro (pure sentimentale) condendo il tutto con una buona dose di suspense e tante tante risate.

(Chiara Beretta Mazzotta, Radio 105)

Era da un po’ che una lettura non mi prendeva così, che non provavo la piacevole ansia di scoprire “come va a finire”, che sopraggiungeva quel misto di piacere e malinconia nel leggere l’ultima pagina, l’ultima parola, nel chiudere un libro.

(Rosario Spanò)

Un romanzo avvincente, intrigante e ricco di dettagli che realmente hanno acceso in me il desiderio di passeggiare liberamente ai quartieri.

(Carlo Albanese)

L’orso in libreria

5928473_322442E’, finalmente, in libreria il mio nuovo romanzo. Dico finalmente perché è stata, per me, una lunga attesa. Lo pubblica Guanda.

Come sempre succede con un libro, quando esce non è più tuo. Appartiene, da oggi, a chi vorrà leggerlo. Non ho molto da dire che non sia stato detto nel romanzo.

Qui c’è una scheda che riepiloga contenuto e genere, qui una intervista in cui dico due cose su com’è nato.

Spero vi piaccia e che vogliate commentarlo con me su questo blog.

Desistere

Volevo scrivere una cosa su Napoli piena di turisti e ingessata da capo a piedi, da Palazzo reale al San Carlo, con decine di impalcature dove non si lavora, come fossero gessi per le fratture che guariscono da sole; su Napoli piena di turisti che passeggiano tra 200 chiese chiuse e strade sporche e caotiche; su Napoli dove si muore in casa uccisi da un oggetto misterioso che si chiama proiettile vagante; piena di turisti che, nonostante tutto, con gli occhi rapiti dalla magia, si infilano nei Quartieri Spagnoli e io che vorrei dire ai motorini che gli ronzano intorno, abbiatene cura, siate educati; e poi parlare ai salumieri, ai macellai, ai fruttivendoli, ai ristoratori, ai pizzaioli, per dirgli trattateli bene, fateli mangiare con abbondanza, fategli un regalo, un conto onesto, siate professionali, puliti, seri, all’altezza della situazione; e ditela una parola in inglese, ogni tanto, che quando vado all’estero, fosse anche la Lituania, lo parlano tutti, pure i tassisti; volevo scrivere una cosa su questa Napoli che fa il pienone di turisti a Capodanno, e gli offre Gigi D’Alessio nella città di Lenòr Fonseca e Roberto De Simone e Raffaele Viviani e Pino Daniele, poi mi sono detto “ma che parlo a fare sempre delle stesse cose?” e ho desistito.

Gli schiaffi di Napoli

Lo so, la mia città è piena di buchi. Non le voragini sull’asfalto. Anche quelle. Ma no, dico buchi. Napoli ne è piena. Ha buchi nei palazzi graffiati dall’incuria. Ha buchi nel centro storico decadente. Ha buchi nelle periferie selvatiche. Ha buchi nelle budella putrescenti di alcuni quartieri popolari dove la legge è quella costruita giorno per giorno tra sopraffazione e veniamoci incontro. Ha buchi nella sceneggiatura rancida che ci vuole tutti allegri, simpatici, canterini, mangioni, abili gesticolatori, simpaticissimi pezzi di merda.

Lo so, la mia città se ne cade a pezzi. Cadono i palazzi scuri, cadono i monumenti storici, cadono i marciapiedi, cadono le saittelle, cadono gli alberi, e a volte pure i pali della luce.

Lo so, nella mia città tutto funziona un po’ e quasi niente funziona del tutto. I pullman passano o non passano, come esce il sole o si nasconde in una giornata variabile. Gli uffici pubblici sommano al burocretinismo italiano, il burofatalismo del mediterraneo, e certe volte uscirne vivi è già qualcosa.

Lo so. La strada pubblica è sempre un po’ privata, e non c’è proprietà privata che non sia anche un poco di tutti. La spazzatura, poi. E un poco di delinquenza. La disoccupazione. La contraffazione. Il contrabbando. La maleducazione. I rumori, l’arroganza, la carta sporca.

Lo so.

Ma ci sono giorni, in certi suoi angoli distratti, che questa città ti prende a schiaffi in faccia, come un medico spiccio con una paziente svenevole. Oggi, per esempio, che c’era un sole ragazzino, e l’aria di festa, sono sceso alla Gaiola.

Dal Parco Virgiliano, sulla testa di Posillipo, ho attraversato a piedi un sentiero di 6-700 metri, su una discesa di pietra e arbusti, e sono spuntato, come in un film di avventura, direttamente su una decina di molliche di roccia levigata dal vento, appoggiate su un mare freddo e brillante, come una specie di collier su un collo bianco. Mi sono steso al sole. Napoli stava tutta sulla mia testa e l’ho sentita, da là, come la mia corona del re.

Perchè è tutto quello che è ma questa città, come le femmine che sanno amare, ti fa sovrano all’improvviso e ti dice tiè, strunzo, io sto qua.

Sei tu che non mi sai guardare.

La grande permalosa

Se fossimo così solerti nel prenderci cura di Napoli come lo siamo nell’offenderci su Napoli, vivremmo sì nella città più bella del mondo. Invece balliamo i nostri giorni sulla ferita aperta, e lo sfregio siamo noi, i parassiti della bellezza, i deturpatori.
I grandi permalosi.

Tempo fa il ballerino Roberto Bolle, passando accanto al teatro San Carlo, vedendo una sequenza di senzatetto accamparsi sotto le volte di quei cento metri meravigliosi che corrono tra piazza del Plebiscito e il Maschio Angioino, lungo la camminatura della Galleria Umberto da un lato, e dei giardini di Palazzo reale dall’altro, cinquettò su twitter, tra lo sconfortato e l’istintivo, una cosa tipo “che schifo”.

Fu preso d’assalto.

Dovette precisare che non gli facevano schifo i barboni ma il degrado nel quale erano ridotti; che il suo disappunto non era quella povertà in cerca di riparo ma che la città non trovasse altro rimedio che lasciarli selvaggi alla ricerca di un angolo improvvisato nel suo cuore antico e stanco.

Apriti cielo.

La pezza peggiore del buco. Allora ce l’hai con Napoli? Allora ti fa schifo Napoli? Perchè a Milano i barboni non ci stanno? Stanno ovunque, i barboni. Non ti presentare più a Napoli, fai così. Vattene nel mondo, va’. Il povero Bolle dovette precisare la precisazione e dire che no, Napoli, non gli faceva schifo. Affatto, è la città più bella del mondo. Ce l’aveva coi politici. Ahhhhhh, adesso sì. Coi politici sì, te la puoi pigliare. Tutto sistemato. Pace fatta. Bolle vuole bene a Napoli. E Napoli vuole bene a chi vuole bene a Napoli.
Tu vuoi bene a Napoli?

Allo stadio San Paolo, qualche giorno fa, un telecronista vedendo che, con il temporale, i locali si allagavano disse “adesso arrivano pure i topi”. Dio mio! I topi a Napoli? Ma tu ci vuoi offendere? Tu stai dicendo che Napoli è una città di topi? Guarda che i topi ci stanno pure a Milano, pure a Torino. Per non parlare delle zoccole. Il povero telecronista dovette precisare che si riferiva al livello dell’acqua, al fatto che potevano uscire pantegane dalle fogne. Ma non voleva offendere Napoli.

Troppo tardi, Napoli si è già offesa.

L’altro giorno un esperto triestino (dottorato di ricerca in Scienza, tecnologia ed economia nell’industria del caffè presso l’Università di Trieste) anticipando il contenuto di una puntata di Report, ha reso noto una sua indagine sul caffè a Napoli. Della serie, andiamo a vedere se è proprio vero quello che si dice. Si è fatto servire il caffè nella città della tazzulella e gli ha dato i voti. Quello del Gambrinus ha preso tre e mezzo: “E’ molto amaro, poco dolce. Non è acido, è astringente. Sento noce, paglia, sentori leggeri di terra.” Questa la valutazione. Poi è andato in un altro posto. “Caffè rancido, legnoso e terroso”. Voto, due.

Santo cielo.

Ma come si permette questo triestino di venirci a dire che ‘o cafè ‘e Napule non è buono? Tu che sei abituato a bere acquette calde, vieni nella città del sole a dire che il caffè è una ciofeca? Ci volessi dare lezioni pure sulla pizza, che dici? Sto mezzo italiano. E’ pure biondo.

“Io degusto tecnicamente e valuto quello che sento in bocca”, ha provato a difendersi l’esperto. Macchè. Non ti devi permettere, hai capito? Eduardo, il cuppetiello, la macchinetta napoletana, il bar mexico, il caffè sospeso, la magia dell’acqua, la miscela Passalacqua, ah che bello cafè, e adesso vieni tu da Trieste e ci vuoi dare lezioni? La Confcommercio di Napoli annuncia che si costituirà parte civile se qualche bar dovesse fare causa, i bar a loro volta annunciano che “non si servono caffè ai triestini”; sollevazione popolare, aria da crociata. Il solito nord contro la povera Napoli. E se qualche napoletano cerca di stemperare i toni, magari dicendo che il caffè del Gambrinus effettivamente sa di bruciato, è la fine del mondo.

Traditore! Vattene da Napoli!

Intanto, il povero esperto triestino ci riprova: “è la mia opinione, nessun attacco alla città”. Sul suo blog dice pure che andando via da Napoli ha mangiato la sfogliatella più buona mai assaggiata in vita sua e che la vista del Vesuvio col mare è magnifica. Uomo ingenuo. Napoli si è già offesa. E’ inutile che corri ai ripari.
Tu non vuoi bene a Napoli, triestino. Vattene, va’. E non tornare più.

Ora, io non ho elementi per dire se l’esperto di caffè abbia ragione o no, e in ogni caso non mi sembra una questione epocale. Chi se ne frega, direi. E direbbero in qualunque città del mondo. Oltretutto, bevo poco caffè e – orrore – mi piace quello americano. Lunghissimo e fumante, la ciofeca, perchè mi fa compagnia. Adoro starbucks, figuriamoci. Quel silenzio, quella comodità, quello stile. Quella maniera di stare in pace a leggere un libro in un salotto silenzioso senza nessuno che ti dica “desidera altro?”, o qualcuno che ti porti il conto senza che glielo abbia chiesto. Non capisco niente, insomma, di bar all’italiana, di espressi al banco, eccetera.

Quello che invece ho capito da tempo, e che si manifesta in tutta la sua ottusità anche con la disfida del caffè, è che a Napoli viviamo in uno stato di profonda e radicata immaturità, che si coniuga sempre nelle persone con la suprema suscettibilità.

Gridare al tradimento, o al complotto, ogni volta che si fa una critica, o si solleva un problema, o si indica una questione, o si emette un lamento, sia esso aspro o ironico, diretto o indiretto, minimo o massimo, che riguardi il degrado delle strade o la qualità di un alimento, il traffico o la spazzatura, la delinquenza o le truffe, l’acqua o il caffè, è il segno che siamo una città bambina, con la faccia, però, di una vecchia permalosa.

Una città che fugge dallo specchio perchè non vuole sapere la verità. E guai a dirgliela. Se lo fai, tradisci. Perchè non vuoi bene a Napoli.

Vattene, va’.