Devo dire che festeggiare il lavoro, oggi, mi mette molta malinconia. Come orfani alla festa del papà, ci aggiriamo lungo questa giornata guardando con un filo di invidia i pochissimi che hanno un lavoro fisso, garantito, tutelato, con salario intero, e rimanendo, invece, attoniti per quello che siamo diventati.
Precari cronici, spaventati, flessibili, sottopagati, sorridenti per forza maggiore, alienati, divisi, laureati, soli, insultati dalle generazioni precedenti, irrisi dai benestanti. E, spesso, perfino disoccupati. Liberi anche da questo lavoro sporco, povero, miserabile. Sono più di 120 anni che è il “primo maggio”.
Ma più che festa, lo chiamerei funerale.
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